L’origine del mondo di Laurent Lafitte

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L’origine del mondo è sempre la stessa: la madre. Che si tratti di madre natura, di una madre fedifraga, di una madre assente, della madre biologica, della mamma che è sempre la mamma, qualsiasi siano i suoi limiti, le sue irresponsabilità.

I primi venti minuti circa de L’origine del mondo di Laurent Lafitte buttano le basi per un film diverso da quello che prenderà forma: Jean-Louis (lo stesso Lafitte), un marito stanco, avvocato non più soddisfatto della sua carriera, si ritrova, dopo una sessione di sesso matrimoniale fallimentare e una discussione con la moglie sul punto dove si trova il loro ménage, a passeggiare nel parco sotto casa e a farsi fare una fellatio da una prostituita che si rivela essere un uomo. Jean-Louis è diviso in due: sta nei suoi panni come se fossero raggrinziti, macchiati, di taglia inesatta per le sue proporzioni. Confessa, durante una cena al cinese – un cinese trasformato in giapponese – a Michel, il suo migliore amico (Vincent Macaigne), di non trovare più senso nelle cose, un disagio verso la vita quotidiana, verso una esistenza che gli appare inutile e vuota. Finiscono a fare un discorso sul razzismo dopo che nella tazzina del sakè, mettendo il liquore caldo, sul fondo appare l’immagine di un uomo nudo in quello di Jean-Louis e una donna nuda in quello di Michel (che ha ordinato involtini con sushi sopra). Jean-Louis si dichiara depresso e angosciato, non sa se più depresso o più angosciato. L’amico si dichiara senza risposte: non è che un veterinario. “Hai mai avuto l’impressione che la tua vita non fosse reale? La mia capisco che è reale, ma è anche falsa”. “Come vivessi una bugia ma non sapessi di che bugia si tratti”. “Esatto, mi capisci?”. “No”. Allora Jean-Louis insiste: “Non voglio stare da nessuna parte”. L’amico, caustico: “Non voler stare da nessuna parte è morboso, vuol dire morire”.

Compresso e nervoso Jean-Louis si concede una corsa sul tapis roulant, alla sua solita palestra: a un tratto dalle mani posate sul manubrio dell’oggetto meccanico non arrivano più, al monitor di controllo, le pulsazioni del suo cuore. L’altro uomo presente nella sala percepisce il suo stupore e prova il macchinario mettendosi dietro di lui, le mani al posto delle sue sulle manopole: non è rotto, funziona benissimo, l’uomo ha settantasei di frequenza cardiaca. Jean-Louis dice: “saranno le mani sudate” e va via perplesso. A casa prova ad auscultarsi il petto, il polso: non sente nulla. Esasperato, nel panico convoca Michel, un veterinario è più vicino a un medico di lui. Il crescendo di ansia tocca livelli altissimi. Jean-Louis è tecnicamente morto ma è vivo: parla, respira, si muove nello spazio ma il muscolo cardiaco ha smesso di lavorare. Devono andare in ospedale, correre: lì sarà rianimato (“ma sono vivo!”), intubato, mandato in coma farmacologico. Jean-Louis non ne ha la minima intenzione. Torna a casa la moglie Valérie (Karin Viard) che riconosce lo sguardo furtivo e guardingo dei due amici: chiude da dentro la porta a chiave finché non le racconteranno cosa sta succedendo.

Invece della medicina tradizionale, Valérie porta il marito teoricamente in fin di vita da Margaux, la sua guru (interpretata da Nicole García). La quale, dopo molti giri di parole significativi sempre di altro, dichiara cosa deve fare l’uomo per non morire: tornare all’origine, all’utero, alla sua nascita. In pratica l’unico modo che avrà Margaux per far ricongiungere il cuore cosmico e il cuore dell’uomo sarà solo vedendo la vagina di sua madre: andrà bene anche una fotografia.

L’assunto surreale di una situazione assurda genera da questo momento in poi una commedia originale e frizzante, teatrale (è la trasposizione cinematografica della pièce di successo di Sébastien Thiéry che firma la sceneggiatura) e spiritosa, rara come una ciliegia a carnevale. Irridendo ai dettami freudiani, Lafitte si getta a capofitto nella rinascita del protagonista attraverso il tabù per eccellenza: il sesso materno. La madre può essere madre restando una donna, amante e moglie, sessuata e volitiva. Avere un cattivo rapporto con la genitrice nasconde, alla radice, un’assenza, un maltrattamento, una incidenza eccessiva nelle scelte del figlio unico maschio. Tramite incubi che lo vedono entrare, dalla doccia della palestra, in un cerchio di luce attraverso il quale giunge nudo, viscido e unto (di liquido amniotico probabilmente) e incontra fantasmi della sua mente che rivelano insicurezza, dubbi sulla propria sessualità, attrazione e repulsione per il sesso che, inevitabilmente, lo ha generato e da cui è letteralmente venuto fuori.

Attori eccellenti, battute sapienti, intelligenti senza divenire presuntuose, dialoghi mai verbosi (nonostante la matrice teatrale), una commedia che stupisce, mai banale o prevedibile: sofisticata nonostante la scabrosità del tema.

Dissacrando gli stereotipi, con gag da morire dal ridere, L’origine del mondo rimanda al notissimo quadro di Gustave Courbet (1866), presente al Musée d’Orsay di Parigi, che sconvolse il pubblico di allora e che turba ancora i visitatori attuali: una vulva in primo piano occupa l’intero spazio della tela (di dimensioni ridotte, all’incirca un 10x15cm di una fotografia), completa di dettagli e illuminata chiaramente. Quell’oggetto del desiderio  – in tutte le sue declinazioni, compreso il dare alla luce un altro essere umano –  contiene l’origine del mondo e, in quanto tale, ambiguità, fobie, amore, perversione, forza e vita.

Su Netflix


L’origine del mondo  (L’origin du monde  Regia: Laurent Lafitte; sceneggiatura: Sébastien Thiery; fotografia: Axel Cosnefroy; montaggio: Stephan Couturier; interpreti: Laurent Lafitte, Karenina Viard, Vincent Macaigne, Hélène Vincent, Nicole Garcia; produzione: Alain Attal, Philippe Logie, Patrick Quinet;  origine: Belgio, Francia, 2020; durata: 98’; distribuzione: Netflix.

 

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