Festa del Cinema di Roma 2025: L’Accident de piano di Quentin Dupieux (Concorso Progressive Cinema)


Magalie è una fuoriclasse della galassia social, uno status costruito fin da ragazzina tramite la rapida capitalizzazione di una fragilità, se vogliamo di una mancanza: la ragazza è del tutto insensibile al dolore, e sia a quello fisico, in questo modo rendendo, appunto, l’autolesionismo un gioco redditizio, complice il suo assistente parassita (interpretato dal comico Jérôme Commandeur), che a quello, più in chiaroscuro, che radica i sintomi corporei alla cicatrice interiore. Cicatrice collocata in un paesaggio imbiancato di neve che ricopre strade, crepacci e affetti (e talvolta anche i tetti di chalet-rehab extra lusso). Ma la visione occlusa e stratificata che può offrire un’ambientazione innevata è l’unico elemento che accomuna l’ultimo film, martellante e pretestuoso lo diciamo subito, di Quentin Dupieux, con quello di Philippe Garrel (La cicatrice interiore, 1972). Nel cinema del secondo, infatti, le immagini si aprono a ogni carrellata, in un movimento che diventa esso stesso traccia del tempo circolare della cicatrice interiore – immagini che interrogano il senso del filmare e che si fanno guardare. Le sequenze di Dupieux, invece, sono asfittiche e autoriferite, schiacciate appunto da un giudizio panottico che il regista performa sui corpi degli attori – una pur bravissima Adèle Exarchopoulos – e sul tempo ridotto a viatico per uno sketch a effetto. Non c’è insomma né durata, né vissuto, né realtà nelle immagini che vediamo scorrere e impietosamente (e che infatti non si fanno guardare né toccare), perché tutto è finalizzato a garantire l’ego debordante del regista, dalla sua tracotante sicurezza fino ad arrivare, visto l’epilogo, alla sua agognata salvezza-l’ironia, assai rozza, sulla finitezza umana.

Non si tratta nemmeno, quantunque in una visione tradizionale, di riconoscimento e disprezzo – tutti i personaggi sono egoistici e manipolatori, del tutto incapaci di aprirsi a un incontro -, ma di più (o forse di meno) personaggi e attori ci appaiono come burattini mossi da una regia prevaricante che arriva a fagocitarne tanto la potenzialità sovversiva insita in una performance, quanto il loro (e il nostro) rapporto con il fuori-campo, spazio qui potenzialmente enorme (la prateria virtuale ma soprattutto l’isolamento e la dipendenza dai social media) e suggestivo (il paesaggio inafferrabile). Fare un passo indietro perché l’immagine possa esistere, questo il suggerimento (un po’ biblico ma in questo caso non così fuori tema) che si consiglia a Dupieux.

Adèle Exharchopoulos

L’uso pretestuoso, che marchia ogni immagine, ha il suo imprinting fin dal titolo, se l’incidente del pianoforte – evitiamo lo spoiler perché la suspense è uno degli elementi del film – invece di essere l’evento che arriva a innescare un possibile cambio di passo (un conflitto o una presa di coscienza, per stare sui fondamentali), altro non è che una trovata, in afflato gore, per fare andare avanti l’implacabile plot. Anche i personaggi secondari, che sarebbero potuti essere quell’imprevisto che arriva a squarciare l’insensibilità rendendo effettivo l’incontro, non sono altro che delle figure di paglia ritagliate da una mano che pesca negli stereotipi: basti pensare all’uso dello spray urticante che l’amante dell’assistente, dopo un momento più incerto e reale, gli getta in faccia, o all’idiozia granitica dei due fan che rincorrono senza sosta Magalie, o ancora al comportamento del portiere d’albergo, non assurdo (magari) ma solamente utile a fare da raccordo con le scene successive.

La complessità non è una dimensione – estetica ed etica – cui poter ricorrere per indagare la psicosi (auto)distruttiva di Magalie. E questo in ogni caso è un male. Così come lo è il cinismo con cui Dupieux ribalta – o forse supera, a guisa di un nichilismo pop – la classica affermazione “il dolore rende umani”; peraltro ritagliandosi l’istrionico ruolo di capocomico/manager che tutto può non credendo più a nulla: è lui, infatti, che interpreta il padre-mentore di Magalie (il ruolo dei padri -biologici, putativi o sostitutivi- alla base dei corpi sintomatici, e delle psicosi, di molte delle protagoniste di film di registi recenti, pensiamo anche, almeno in parte, ad Alma/Julia Roberts nel bel After the Hunt – Dopo la caccia di Luca Guadagnino, è qualcosa che varrebbe la pena di approfondire).

È chiaro come la prospettiva monolitica di Dupieux – e qui chiudiamo sennò per troppo zelo si rischia di smentire anche la critica – sia un fatto anche politico, perché soffocare, o finalizzare in un crollo strumentale, qualsiasi conflitto che può svilupparsi all’interno di un qualsiasi spazio (fatto per lo più di umani, non umani, dispositivi e regolamentazioni), reca come sottotesto la cattura della tendenza, che è delle persone ma anche delle immagini, a fuoriuscire da “guide” e “cornici” in cerca di propri modi con cui emanciparsi e vivere. E anche con cui morire.


L’Accident de piano – Regia, sceneggiatura, fotografia e montaggio: Quentin Dupieux; musica: Mr. Oizo; interpreti: Adèle Exharchopoulos, Jerome Commandeur, Sandrine Kimberlain, Karim Leklou, Gabin Visona, Morena Gosset, Marie Lanchas, Luc Schwarz, Georgia Scalliet; produzione: Chi-fu, Mi Productions, Arte France Cinéma, Auvergne, Rhone, Alpes Cinéma ; origine: Francia, 2025; durata: 88 minuti.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *