Festa del Cinema di Roma 2025: It’s Never Over, Jeff Buckley di Amy Berg (Freestyle – Arts)

Il documentario It’s Never Over, Jeff Buckley di Amy Berg non è un semplice tributo: è una confessione, frammentata e struggente, di un artista consumato dall’ossessione di essere sincero. È il tentativo, spesso riuscito, di restituire voce a un uomo che ha vissuto come se ogni nota fosse l’ultima. Ma anche — e qui sta il coraggio parziale del film — un viaggio nelle contraddizioni di una figura mitizzata troppo in fretta, troppo giovane, troppo romanticamente.

La narrazione si dipana lungo una linea sottile tra luce e ombra: la grazia estatica della voce, l’intensità disarmante delle performance, e una tensione sotterranea mai risolta, che attraversa tutta la sua breve parabola.

Buckley entra nella storia con Grace (1994), un album che lo consacra, ma è anche una pietra tombale: come superarlo? Come sopravvivere all’attesa del secondo atto? Il film insiste sulla sua sensibilità esasperata, sul desiderio quasi febbrile di autenticità, ma resta più reticente quando si tratta di articolare la vera portata dei suoi conflitti interni.

Tra i riferimenti più ricorrenti, spiccano i Led Zeppelin. Buckley li amava visceralmente — non solo per l’estetica sonora, ma per la loro capacità di trasformare il rock in rito. Il film recupera un aneddoto emblematico, narrato da Ben Harper: durante un concerto della band, Jeff scomparve, e lo ritrovarono aggrappato a un’impalcatura, come se volesse assorbire la vibrazione dell’evento direttamente dalla struttura stessa. È un’immagine potente — quasi messianica — che racconta molto più di quanto espliciti: Jeff non assisteva, ascendeva.

Ma la grandezza che rincorreva era anche una condanna: come competere con quei giganti, con quel padre (Tim Buckley) che era leggenda prima ancora di essere uomo? Il documentario accenna a questo fardello, ma lo sviscera solo in parte.

Uno degli spunti più affascinanti — eppure poco sviluppati — è il rapporto speculare tra Buckley e Chris Cornell. Entrambi dotati di estensioni vocali soprannaturali, entrambi icone di una generazione intrappolata tra spiritualità e autodistruzione, entrambi finiti troppo presto.
Il film non approfondisce il loro legame in modo diretto, ma lo evoca. Ed è sufficiente perché lo spettatore disegni la linea: due voci gemelle, due destini simili, due modi opposti di affrontare il dolore. Laddove Cornell sembrava volerlo esorcizzare con potenza, Buckley vi si abbandonava, come in apnea.

Tra le testimonianze, quella di Ben Harper si distingue per sincerità e calore. Harper parla di Buckley come di “una voce che non sembrava umana, ma parte della natura”. La sua ammirazione è evidente, toccante — ma come molte altre voci nel film, manca della distanza critica.
Mary Guibert, madre di Jeff e custode del suo lascito, è molto presente nella narrazione. E qui si avverte il compromesso implicito: il documentario è anche un atto di protezione, forse di autocensura. Le voci dissenzienti — colleghi in disaccordo, produttori in crisi, amici allontanati — non ci sono, o sono ridotte a suggestioni.

Si parla della fatica del secondo album, del blocco creativo, dei tentativi di trovare una nuova strada, ma senza scavare davvero nei fallimenti, nei progetti abortiti, nelle sessioni caotiche di Sketches for My Sweetheart the Drunk, uscito postumo nel 1998. Il Jeff oscuro, cinico, disilluso — quello che emerge nei demo grezzi e nelle lettere rabbiose — resta in ombra.

La parte finale del film si avvicina al tema più scomodo: la morte di Buckley. Nessun sensazionalismo — giustamente — ma neppure una vera analisi. Viene ribadita la tesi dell’incidente (annegamento spontaneo nel fiume Wolf River), ma il contesto psicologico è appena accennato.
Ci sono riferimenti alla sua inquietudine, a momenti di possibile depressione, ma manca il coraggio di indagare davvero: Buckley era lucido? Era stanco? Stava fuggendo da qualcosa? Aveva mai parlato di suicidio, di autosabotaggio?

Lo spettatore attento coglie i segnali — sguardi persi, audio spezzati, frammenti di lettere — ma è lasciato da solo a comporre il puzzle. È forse una scelta voluta. Ma lascia il dubbio che questo doc. non voglia — o non possa — dire tutto.

It’s Never Over è un documento importante, spesso emozionante, che riesce a far sentire la voce di Buckley senza mediazioni, grazie a footage inediti, taccuini, e interpretazioni memorabili. È un film necessario, soprattutto per chi vuole ricordare Jeff come presenza viva, e non solo come leggenda tragica.

Ma è anche un’opera in parte incompiuta, che si ferma spesso sulla soglia delle verità più difficili. Un ritratto intenso, ma con il contrasto abbassato. Una mappa della grazia, ma con intere zone lasciate in penombra.


It’s Never Over, Jeff Buckley Regia: Amy Berg; fotografia: Wolfgang Held, Jenna Rosher, Curren Sheldon, Alex Takats; montaggio: Brian A. Kates; Stacy Goldate; interpreti: Jeff  Buckley (sé stesso, archivio), Mary Guibert Rebecca Moore, Joan Wasser, Michael Tighe, Parker Kindred, Ben Harper, Aimee Mann, Mick Grondahl, Matt Johnson; produzione: Amy Berg, Brad Pitt, Ryan Heller, Christine Connor, Mandy Chang, Jennie Bedusa, Matthew Roozen per Topic Studios, Disarming Films, Fremantle, Plan B Entertainment; origine: Usa, 2025; durata: 106 minuti.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *