Festa del Cinema di Roma 2025: Yes di Nadav Lapid (Best of 2025)

Nel cinema di Nadav Lapid è sempre presente l’utopia di una nuova grammatica che possa, anche solo per un attimo, affrancare l’umanità. In Yes questa utopia appare in sogno: un bambino inventa una lingua inesistente. Un giorno, la sua palla rimane impigliata in un albero; il fanciullo invoca aiuto in quel suo idioma incomprensibile e, non ottenendo risposta, se ne va disilluso. Questo senso d’impotenza è l’unica nota costante di una sgangherata fanfara, dove ogni gesto viene ricondotto allo spasimo convulso di una nazione in preda a un delirio di onnipotenza.

Y, precario musicista jazz, dovrebbe dedicarsi alla ricerca di un ritmo inedito, a forme totalmente improvvisate di comunicazione non-verbale; eppure, lo vediamo perlopiù scatenarsi in spericolate coreografie nei salotti altolocati. Le mani, ricorrente oggetto di fascinazione per Lapid, qui finiscono per saziare appetiti voraci o alludere a perverse pratiche. L’indomani del 7 ottobre, alla nascita di suo figlio, Y sceglie di aderire ciecamente al presente, di sottomettersi alla volontà di potenza di chi governa, abdicando a qualsiasi discernimento morale. Se si può accettare un genocidio, tanto vale allora trascorrere il tempo a leccare le orecchie di ricche banchiere o ingoiare gli stivali di miliardari russi.

Il gabinetto degli orrori in cui Y si inoltra gaudente è esplicitamente modellato sulle caricature grottesche della borghesia nei Pilastri della società di George Grosz, ma riecheggia anche i patriarchi psicotici degli incubi lynchiani. Pare che i mostri metafisici che abitano l’inconscio occidentale si siano infine incarnati nei governanti israeliani, mentre il suo popolo festosamente celebra l’annessione culturale all’Occidente attraverso coreografie da Eurovision, nella più assoluta indifferenza per lo sterminio che si consuma a due passi da casa. È possibile credere ancora nell’amore, dopo Gaza? Il capo di stato maggiore canta Love Me Tender come fosse una marcia militare, ma Y tenta disperatamente di recuperarne l’originario erotismo da Cuore Selvaggio per dedicarlo alla compagna Yasmine.

Schiacciato dal peso delle notifiche che lo aggiornano in tempo reale sulle devastazioni, Y anela a sottrarsi al sistema dell’informazione, a vedere con i propri occhi la tragedia. Si mette in viaggio verso Gaza con la sua prima fiamma, Leah, e i due, novelli Adamo ed Eva, finiscono per abbandonarsi a effusioni sulla Collina dell’Amore, con lo spettacolo della devastazione di Gaza a fare da sfondo. Come ne La zona d’interesse, il massimo di godimento si ottiene nella massima prossimità allo sterminio, finché il peccato originale viene punito, ma, anche qui, solo in sogno: una pioggia di sassi, scagliata dalla madre (o forse dalla coscienza) seppellisce Y.

Gaza rimarrà uno sfondo lontano, i palestinesi giusto un sintomo morale: se ne può comprendere l’esistenza solo a partire dai privilegi di cui godono gli israeliani, compreso lo stesso Lapid: il privilegio della contemplazione, della trasfigurazione artistica, del godimento estetico, della soggettività, del lutto. Si pensi al lungo monologo teatrale concesso a Leah, in cui rievoca i traumi a cui ha assistito il 7 ottobre: un’elaborazione del lutto del tutto impensabile per chi, a Gaza, è ancora prigioniero sotto le bombe. Il privilegio, infine, del movimento non sorvegliato, dello spostamento libero, della fuga, come quella di Yasmine e del figlio verso Cipro. L’esilio pare l’unica risposta immaginabile di fronte a un sistema patriarcale incrollabile, anche perché il film sembra deliberatamente eludere l’unico interrogativo che potrebbe minarne le fondamenta: che fare della potenza?

Invece di perseguire una nuova grammatica per smantellare la violenza patriarcale, Lapid si arrocca nella sua antinomia originaria (il sì o il no) senza sondare le sfumature, paralizzato dalle figure che ha partorito. Recludendosi nel proprio gabinetto degli orrori, Lapid rumina su questa impotenza per tutti i 150 minuti, limitando il proprio arsenale retorico (l’iperbole regna sovrana) per sbizzarrirsi nella più pirotecnica effettistica hyper-pop. Nel denunciare la mostruosità dei pilastri della società israeliana, Lapid finisce in fondo per confermarne la stabilità, legittimandone la potenza seduttiva.


 Yes (Ken) – Regia e sceneggiatura: Nadav Lapid; fotografia: Shaï Goldman; montaggio: Nili Feller; scenografia: Pascale Consigny; musica: Sleeping Giant, Omer Klein; suono: Moti Hefetz, Aviv Aldema, Adrian Baumeister; costumi: Sandra Berrebi; interpreti: Ariel Bronz, Efrat Dor, Naama Preis, Alexey Serebryakov, Sharon Alexander; produzione: Judith Lou Lévy per Les Films du Bal, Hugo Sélignac e Antoine Lafon per Chi-Fou-Mi Productions; in co-produzione con: Thomas Alfandari per Bustan Films; Janine Teerling, Marios Piperides per AMP Filmworks; Janine Jackowski, Jonas Dornbach, Maren Ade per Komplizen Film; origine: Germania/ Francia/ Israele/Cipro, 2025; durata: 159 minuti.

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