Al culmine di una scrupolosa ricerca d’archivio in cui i tre documentaristi passano al setaccio interviste televisive d’epoca, dibattiti radiofonici, conferenze pubbliche, e i più diversi materiali inediti ritrovati in Italia, India, Francia, Spagna, Stati Uniti, Svizzera e Canada; essi decidono di resuscitare le tracce scritte originali di Roberto Rossellini e delle persone che gli hanno orbitato attorno negli ultimi 20 anni della sua vita, affidandole alle voci di una serie di doppiatori di eccezione: Sergio Castellitto è Roberto Rossellini, Kasia Smutniak Ingrid Bergman, e Vinicio Marchioni Aldo Tonti, suo direttore della fotografia e compagno dell’avventura indiana. Il francese Bertrand Chaumeton è la voce di François Truffaut, che all’epoca dei fatti era ancora un giovane critico cinematografico che al pari dei suoi colleghi transalpini della Nouvelle Vague tentava di riscattare la figura di Rossellini da una certa musealizzazione che se ne iniziava a fare in Italia. Si doppiano da soli invece, la figlia più nota del regista romano: Isabella Rossellini; e Tinto Brass, allora giovane cineasta vicino ai Cahiers du Cinéma, che si occupò del doppiaggio del film indiano del maestro, India Matri Bhumi, acclamato al Festival di Cannes del 1959; da cui scaturisce in seguito una serie per la televisione di dieci puntate, in due versioni: una per la neonata tv italiana e una per quella francese.
Ciò che ci porta al secondo tratto di originalità di Più di una vita: la scelta di raccontare la parte meno nota della carriera di Rossellini, i suoi ultimi vent’anni. Affiancato dalla manualistica più corriva agli altri due colossi del Neorealismo (Luchino Visconti e Vittorio De Sica), il cinema di Rossellini si suol far coincidere col pugno di titoli che ne fecero effettivamente uno dei massimi esponenti di questa scuola\movimento (Roma città aperta, Paisà, Germania anno zero). Al massimo, quando lo si cita, si rammenta la trilogia fascista (La nave bianca, Un pilota ritorna e L’uomo della croce) che precede la fioritura neorealista, e la fase di collaborazione con la sua nuova musa nonché moglie Ingrid Bergman (da Stromboli a Giovanna d’arco). Ed è qui che interviene il racconto di De Laurentiis-Brunetti-Massara: nel 1956 Rossellini ha 50 anni; i vecchi successi sono un lontano ricordo, e i film in coppia con la moglie un insuccesso di critica e pubblico che prelude a una crisi che diverrà in breve anche sentimentale (“I problemi della nostra vita artistica e i debiti crescenti mi preoccupavano a dismisura.” Dice la Bergman: “Roberto si era intestardito a volermi come interprete dei suoi film. In realtà io non lo ispiravo più e ormai l’avevamo capito entrambi, anche se nessuno osava affrontare l’argomento. I silenzi si facevano sempre più frequenti. Roberto non era felice.”). E’ lì che Rossellini come novello Alighieri “si ritrova per una selva oscura che la diritta via era smarrita”: stanco di una relazione ormai raggelata e da una musa che non lo ispira più; per nulla inteso a diventare il monumento di sé stesso, seguitando a dirigere epifenomeni dei suoi antichi successi neorealistici (come pure in seguito farà, per ragioni commerciali), decide la vita: fa testamento, mette nel bagaglio cento chili di spaghetti, e l’8 dicembre del 1956 si imbarca per Bombay. Lo attende l’India del Primo Ministro Nehru e dei suoi misteri millenari; un documentario avventuroso (il suddetto India Matri Bhumi) sulla cultura antica di quella civiltà remota, e un nuovo amore per Sonali, moglie di un regista locale che Rossellini amerà perdutamente rischiando lo scandalo internazionale e il sequestro della pellicola.
L’esperienza indiana segna la sua rinascita artistica e sentimentale: di lì in avanti eviterà pervicacemente di farsi mummificare come avrebbero voluto in molti, arrivando a ripudiare persino il cinema come medium ancora attuale (“Il cinema non lo rimpiango. È un vecchio discorso. Io non sono un necrofilo”). A differenza dei suoi più noti colleghi, tra cui l’allievo Fellini, accetta di lavorare per la televisione realizzando opere didattiche di divulgazione storica e scientifica, non soltanto in Italia (il titolo più noto di questo periodo è il francese La presa del potere da parte di Luigi XIV). E, infine, nella parte terminale della sua vita, si appassiona alla ricerca scientifica in un moto di rifiuto sempre più netto e consapevole del suo passato remoto di non ha alcuna voglia riesumare il cadavere (l’esatto contrario di chi ci campa di rendita per una vita intera). Ne emerge il ritratto forte e davvero emozionante di un uomo risoluto a seguire le sue passioni e determinato a non cedere mai ai compromessi; assetato di conoscenza e affamato d’amore. Un cineasta dal profilo prismatico che dopo questo film nessuno mai potrà più azzardarsi a definire soltanto il regista di Roma città aperta. Perché fu molto di più.
In sala il 3-4-5 novembre.
Roberto Rossellini – Più di una vita – Regia: Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara, Raffaele Brunetti; sceneggiatura: Ilaria De Laurentiis, Andrea Paolo Massara, Raffaele Brunetti; interpreti (con le voci di): Sergio Castellitto, Kasia Smutniak, Isabella Rossellini, Tinto Brass, Vinicio Marchioni, Pierluigi Gigante, Silvia D’Amico, Beppe Cino, Bertrand Chaumeton; montaggio: Ilaria de Laurentiis; musica: Mattia Leonardi, Ruggerio Catania; produzione: B&B Film, Rai Cinema, Zdf / Arte, VFS Films; origine: Italia, Lettonia, 2025; durata: 87 minuti; distribuzione: Fandango Distribuzione.
