The Running Man di Edgar Wright

Che Stephen King sia assurto a categoria di vero e proprio brand, sorta di  punto di riferimento della cultura popolare, trasposto, frainteso, imitato,  non è certo un fatto che scopriamo oggi. Kubrik, Carpenter, De Palma sono solo alcuni dei nomi di spicco che, al cinema, hanno approcciato l’opera letteraria del settantottenne scrittore di Portland (senza dimenticare registi come Rob Reiner o Frank Darabont, autori anch’essi  di trasposizioni di pregio). Il fatto è che King offre un ventaglio praticamente illimitato di storie e generi del quale l’industria Hollywoodiana ha saputo cibarsi già a partire dalla prima ora. Se rivolgiamo lo sguardo al presente, in questi giorni in TV possiamo assistere alla serie televisiva IT – Welome to Derry che vede coinvolto Andy Muschietti, regista del dittico cinematografico IT e IT Capitolo 2, grandi successi al botteghino che però hanno fatto storcere più di qualche naso tra gli spettatori affezionati alla trasposizione televisiva del 1990 diretta da  Tommy Lee Wallace. Al cinema, invece, è di un paio di mesi fa il pregevole The Life of Chuck diretto da Mike Flanagan (forse il regista che, oggi, più di tutti, dimostra di possedere una sensibilità affine a quella dello scrittore), ma al novero andrebbe aggiunto anche Black Phone 2, che però è opera derivativa “al quadrato”. Ed è all’interno di questa universo cinematografico kinghiano, se così vogliamo chiamarlo, che possiamo inscrivere questo The Running Man, tratto dall’omonimo romanzo che King, con lo pseudonimo di Richard Bachman, scrisse nel 1982, già portato in sala ne L’implacabile  (1987), con protagonista Arnold Schwarzenegger, da Paul Michael Glaser (per altro interprete di David Starsky nella celebre serte tv Starsky & Hutch).

In un futuro distopico, non troppo lontano dal nostro presente, gli Stati Uniti d’America sono governati da un regime totalitario, che attua una divisione feroce tra classi sociali, relegando la maggioranza della popolazione nei bassifondi delle proprie città, costrette a vivere di stenti tra sporcizia e criminalità diffusa. Alle ristrette élite sociali ed economiche che governano il Paese è concesso invece di abitare all’interno dei lussuosi centri cittadini, separati dal resto della popolazione da alte mura la cui pareti esterne sono imbrattate da minacciose scritte che augurano la “morte ai dirigenti” che, invece, vivono  tra privilegi e comodità di ogni genere. Se ai secondi nulla pare mancare, ai primi non sono riconosciuti nemmeno i diritti più basilari. Le organizzazioni sindacali sono state messe al bando, mentre l’assistenza sanitaria è praticamente inesistente e si rischia di morire per una semplice influenza. Le uniche valvole di sfogo loro concesse sono i programmi spazzatura mandati in onda dall’orwelliana emittente unica, che questi nuovi Stati Uniti d’America usano come arma di distrazione di massa. Ben Richards (Glen Powell, faccia da schiaffi gigiona e belloccia, forse un po’ monocorde, ma perfetta per il ruolo dello spaccone irascibile) fa parte della metà sfortunata della popolazione. Disoccupato, non riesce a trovarsi un nuovo impiego perché inserito nella black list dei lavoratori che hanno osato denunciare i propri datori di lavoro. Senza un soldo in tasca, l’unico modo che ha di pagare le cure mediche per sua figlia è quella di partecipare al reality Show The Running Man, la più seguita e mortale delle trasmissioni televisive ideate dal regime. Le regole del gioco sono semplici: sopravvivere per trenta giorni alla caccia  degli spietati Hunters, capitanati dal misterioso Capo (Lee Pace), che possono contare sull’aiuto di cittadini spettatori assetati di sangue, a cui sembra mancare ogni forma di compassione e solidarietà per il prossimo.

Il faccione di Arnold Schwarzenegger che campeggia sulle banconote di “nuovi dollari”, facenti parte del montepremi da un miliardo che Ben vorrebbe conquistare, è l’unico punto di contatto tra l’attuale pellicola di Edgar Wright e la precedente del 1987. Per stessa ammissione del regista e sceneggiatore questa nuova trasposizione ambisce a rimanere molto più fedele al testo letterario, nel non facile compito di aggiornarlo ai giorni nostri, ad un pubblico per il quale la televisione, come medium di massa, pare non essere più centrale quanto lo era all’epoca negli anni Ottanta.

Ed è probabilmente questo il limite maggiore di cui la pellicola soffre, ovvero di rappresentare un contesto fantascientifico da Grande Fratello già sorpassate dalla stretta attualità, con categorie, come quella dello spietato produttore televisivo Dan Killian (Josh Brolin, capace e misurato anche in un ruolo che non gli rende giustizia), superate di gran lunga dagli odierni super miliardari della Silicon Valley, dalla loro capacità di dettare l’agenda civile e politica nel mondo occidentale.

Rimangono, anche se non proprio centrali, alcune riflessioni (forse grossolane) che vertono sul controllo dell’informazione e della privacy dei cittadini, rappresentati, per la maggior parte, come inconsapevoli e inebetiti consumatori (di immagini, di contenuti), a cui viene intimato di mantenere lo “sguardo dritto e la bocca chiusa”. Gli ammiccamenti all’America del presente non mancano, come quello costituito dalla rivista clandestina che il sovversivo Elton (Michael Cera) stampa e distribuisce, chiamata emblematicamente “The Truth”, ma l’obiettivo che l’opera di Wright – non certo la sua migliore – si pone non è, evidentemente, quello di offrirsi a noi come dissertazione sull’attuale società statunitense, delle sue contraddizioni nell’era dei new media, o anche della credibilità e attendibilità di questi ultimi in rapporto alle AI e ai deep fake.

Senza prendersi troppo sul serio e facendo leva su una buona dose d’ironia, su un’azione adrenalinica dal ritmo assai serrato, il film, che parte come un escape movie per poi tracimare nel road movie  – ci pare strizzi l’occhio a Convoy – Trincea d’asfalto (1978) di Sam Peckinpah, quando Ben fugge attraverso la grande provincia americana osannato da folle di reietti -, si presenta come un film di genere, onesto e godibile, con più di una freccia al proprio arco.

In sala dal 13 novembre 2025.


The Running Man  – Regia: Edgar Wright; Sceneggiatura: Michael Bacall, Edgar Wright (tratto dal romanzo omonimo di Stephen King); fotografia: Chung Chung-hoon; montaggio: Paul Machliss ; musica: Steven Price;  interpreti: Glen Powell, William H. Macy, Lee Pace, Emilia Jones, Michael Cera, Daniel Ezra, Jayme Lawson, Colman Domingo, Josh Brolin; produzione: Kinberg Genre, Complete Fiction; origine: Regno Unito, USA, 2025; durata: 133 minuti; distribuzione: Eagle Pictures.

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