Black Phone 2 di Scott Derrickson


A più di tre anni di distanza, torna sugli schermi cinematografici l’inquietante figura del Rapace (un Ethan Hawke, coraggiosamente mascherato e irriconoscibile), serial Killer rapitore di bambini, dotato di immancabile e iconica maschera, come da migliore tradizione degli slasher-movie anni ’70 e ’80. Se il primo capitolo della saga era basato sul racconto omonimo scritto da Joe Hill, omaggio e dichiarazione d’amore filiale nei confronti di papà Stephen, con questo nuovo capitolo era lecito domandarsi come il regista e sceneggiatore Scott Derrickson, anche stavolta affiancato in fase di scrittura da Robert Cargill, ne avrebbe proseguito le vicende. Se, in ultima analisi, sarebbe riuscito a confermare quanto di buono visto nella precedente puntata.

Durante l’inverno del 1957, sulle rive ghiacciate dell’Alpine Lake, situato da qualche parte tra le cime delle Montagne Rocciose, una ragazza è al telefono in cerca di aiuto: tre bambini sono scomparsi da un campo vacanze invernale e lei sta cercando di avvertire qualcuno. Dall’altro capo della linea, tuttavia, pare non esserci nessuno. Ci spostiamo a North Denver, nel 1982, dove Finn (Mason Thames) e Gwen (Madeleine McGraw) hanno l’aria di chi è convinto di essersi lasciato finalmente alle spalle il proprio passato traumatico. Siamo entranti negli Eighties e capelli cotonati, walkman e gruppi musicali come i Duran Duran imperversano, così come uno sfrontato, ideologico ottimismo tipico dell’America in piena reaganomics. La quiete, però, per i due fratelli, è solo apparente, figurarsi l’ottimismo. Finn è diventato una sorta di maschio alfa, territoriale e incline alla violenza, mentre Gwen, molto meno portata a nascondere le proprie abilità fuori dal comune, asseconda la propria natura e rifiuta di omologarsi al resto dei compagni di scuola. Entrambi, ciascuno a proprio modo, convivono con dei veri e propri fantasmi che li perseguitano: il Rapace, in primis, che appare a Finn anche in pieno giorno, mentre i soliti incubi premonitori, per la povera Gwen, si fanno sempre più vividi e letali. Qualcosa, dal passato, pare emergere come una figura sinistra tra le ombre, e tutto pare convergere in direzione della terrificante figura del serial killer, che i due ragazzi avevamo visto morire sul finale del precedente capitolo. Che connessione c’è tra le sparizioni del 1957, i fratelli Blake e il Rapace? Ai due ragazzi non resta che partire in direzione dell’Alpine Lake, accompagnati dall’amico Ernesto (Miguel Mora), fratello del defunto Robin, ucciso dal Killer nel precedente capitolo.

Il film si apre con un antefatto da vero e proprio cold-case, nel senso più letterale possibile, ma il risultato del lavoro imbastito da Derrickson è tutt’altro che freddo. A dispetto di un finale che appare, evidentemente, non certo la cosa più originale della pellicola, il regista dimostra di sapere come far crescere la tensione, alternando la narrazione tra piani temporali differenti, tra mondo onirico (filmato in una pellicola dalla resa assai granulosa) e mondo “reale”(filmato in digitale), tra ambienti claustrofobici e spazi aperti e lavorando, con consapevolezza, sui topos del genere slasher, (dove risulta piuttosto evidente l’omaggio, tra gli altri, al classico Nightmare di Wes Craven), ma anche con Poltergeist e possessioni demoniache.

Il forte legame fraterno tra Gwen e Finn è, ancora una volta, posto al centro della pellicola, ma se nel primo film il pericolo proveniva dalle ordinate strade della periferia cittadina, dalle mura domestiche abitate da tranquille famiglie appartenenti alla middle class, ora è l’America più rurale, chiusa e nascosta – quella che, in un immaginario che rischia lo stereotipo, è popolata da fervidi credenti cristiani – a metterne sotto assedio l’incolumità. In particolare della giovane ed emancipata ragazza, che assurge definitivamente a protagonista della saga e quindi al ruolo di vittima sacrificale predestinata.

Ancora una volta, dunque, sono proprio le comunità,  familiari (“ti prego non dirlo a papà”) e religiose (soprattutto), assieme alle istituzioni sociali, a essere messe sotto esame. Il loro, evidentemente, risulta un bilancio fallimentare se, invece di supportare nel loro sviluppo i protagonisti, contribuiscono a isolarli ed etichettarli aumentandone astio e risentimento.

“Comunque tu ti senta, è normale” suggerisce Gwen allo smarrito fratello Finn, sebbene lei stessa non se la passi troppo bene, lei che è etichettata come una sorta di strega posseduta dal demonio, quando è invece la vittima di un’aggressione esterna: da giovane vittima, a donna colpevole di troppa emancipazione il passo è fin troppo breve.

Il film, dunque, si configura per i protagonisti come una specie di lunga seduta psicanalitica, un viaggio tra ricordi traumatici e suggestioni oniriche, nel tentativo di affrontare, comprendere e, magari, superare i primi (e non a caso, durante le sequenze iniziali,  corpulenti volumi sull’interpretazione dei sogni, su Jung e sulle “dimensioni spirituali” fanno la loro comparsa  tra le braccia della ragazza).

Una pellicola che non ha paura di giocare con le regole del genere, che non teme la lettura al solo grado zero e forse, proprio per questo motivo, meritevole di una chance.

In sala dal 16 ottobre 2025.


Black Phone 2 – Regia: Scott Derrickson; Sceneggiatura: Scott Derrickson, C. Robert Cargill (dai personaggi creati da Joe Hill); fotografia: Pär M. Ekberg; montaggio: Louise Ford; musica: Atticus Derrickson;  interpreti: Ethan Hawke, Mason Thames, Madeleine McGraw, Jeremy Davies, Arianna Rivas, Miguel Mora, Demián Bichir; produzione: Scott Derrickson, C. Robert Cargill, Jason Blum; origine: USA, 2025; durata: 112 minuti; distribuzione: Universal Pictures.

 

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