Come qualsiasi racconto di formazione che rispetti alcuni passaggi obbligatori, anche Gioia mia, esordio nel lungometraggio di Margherita Spampinato, si apre con una separazione: il piccolo Nico è costretto a lasciare Violetta, la sua amata babysitter (che ha il viso di bambina cresciuta di Camille Dugay Comencini) e a partire con un emblematico volo fra le nuvole per la Sicilia, dove trascorrerà le vacanze estive (altra stazione nel transito da un’ età all’ altra della vita). Ad accoglierlo, con la ruvidezza solitaria degli isolani, come l’ avevano ben celebrata Giuni Russo e Franco Battiato in un loro memorabile duetto “Strade parallele “, è Gela, un’ anziana zia della madre (interpretata con il solito piglio asciutto da Aurora Quattrocchi). Al contrario della babysitter, la donna ha invece un volto che sembra essere stato sempre rugoso e antico. Vive in una casa grande, nella quale transitano i fantasmi di una memoria che è composta di desidero e felicità anche “scandalose” e negate. Ma è una storia che a Nico si rivela poco a poco e che passa prima dalla rinuncia, simulata e relativa, della tecnologia corriva dello smartphone e della connessione wifi. Gela lo costringe a restituire il telefono-mondo e il suo schermo limitato, per aprirgli un varco nella dimensione immaginifica ed evocativa alla quale si prestano essere trasfigurati il comprensorio di palazzi e il cortile sottostante di quella piccola comunità di provincia. Un altro spazio-mondo fisicamente circoscritto, ma attraversato da digressioni, suoni, visioni che ne amplificano la eco del passato e le risonanze del presente. Non si tratta comunque solo di una storia di spiriti o di proiezioni, ma anche dell’incontro concreto ed estemporaneo di emozioni a fior di pelle che sono state consumate e che sono ancora da venire, tra Gela, custode di ricordi che diventano il collage di un imprinting, e Nino, portatore di una fremente ventata di giovinezza che apre gli scrigni e toglie la polvere dalle foto.

La regia di Margherita Spampinato si articola lungo l’asse di una staticità senza tempo, soprattutto quella di luoghi non toccati dai ritmi della contemporaneità, e le immersioni estemporanee e senza fiato dei bambini- la comitiva del posto che tra reticenza e spontaneità del gioco accoglie il forestiero Nino- nel momento di ciò che accade. E ogni rumore o apparizione è intrecciata al livello percettivo e a quello relazionale. Le prove di coraggio che quel amico cittadino dalle unghie smaltate è costretto a compiere dai suoi compagni sono rivolte a svelare i misteri che si aggirano tra le stanze, i pianerottoli, dietro le porte da “scassinare” con il filo di una lastra. Nino, con un atteggiamento sprezzante e contro fobico che ne nasconde le paure e le insicurezza di un precario substrato affettivo, compie anche un salto nella terra di mezzo che separa lo stato psicologico ed emotivo dell’infantilità, durante la quale tutto ciò che vediamo ci appare come meraviglioso o spaventoso senza soluzione di continuità, da quello della pubertà, indirizzata al relativismo delle pulsioni e delle attrazioni per chi ci sta accanto, tangibile e incarnato. Dall’immagine idealizzata di Violetta, sulla quale metterà addirittura il segno del lutto e della necessaria elaborazione raccontandola come morta, Nino passerà alla vicinanza e alla confidenza sempre più stretta ed esclusiva nei confronti di Rosa, la bruna e fiera ragazzina del gruppo, l’unica femmina che, come da copione un po’ annunciato, è la più in gamba, coraggiosa e saggia. E creerà un turbamento nel suo spasimante inizialmente recalcitrante, con un approccio che ne rivela la curiosità e l’impertinenza, quella di sbirciare i filmati trasmetti dal tanto bistrattato smartphone che Gela ha nascosto a Nino ( il quale, del resto, non faticherà molto a ritrovarlo). La condivisione di questa innocente trasgressione, chissà se già prevista dalla stessa Gela decisamente più portata per la provocazione che stimola la creatività che per un’educazione punitiva e repressiva di cui è stata evidentemente vittima, è l’ouverture di un primo innamoramento ripreso nel suo sbocciare e nel suo svolgersi.

Ma è anche qualcosa di più esteso e costitutivo nella costruzione delle reciproche soggettività, ovvero il riconoscimento dell’altro da sé, della sua presenza che non è solo in un altrove, fosse quello generato dalla realtà virtuale e digitale, oppure evocato dai riti e dalle superstizioni di una domestica ed orale tradizione esoterica. Gela nel passato ha amato una donna e la traccia più forte che resta della storia della sua vita sono le fotografie stampate che si scattavano l’una con l’altra, cogliendosi nella casualità e nel flusso di una gioia spontanea, incontenibile e incontrovertibile. Lo stesso vezzeggiativo ricorrente in dialetto siciliano, gioia mia, e che da il titolo al film, acquista un altro spessore e significato rispetto all’insistenza di un nomignolo fastidioso ed estraneo per lo sfuggente e irrequieto Nico. È il riflesso di una condizione di beatitudine che magari non sarà più ripetibile e rivivibile, e che va colta nella sua interezza, totalità, appartenenza. Spampinato non realizza, volutamente, un’opera troppa radicale e scorticante, preferendo la sottrazione e i sussurri all’accumulazione e ai fortissimi. Pur parlando di questioni complesse, si rimane costantemente sulla soglia di un evento che sta per accadere e che potrebbe avere una portata tragica o festosa. Una morte, un abbandono, un bacio, un matrimonio annunciato a distanza ( che è pure lo spartiacque per Nico tra la trasformazione del legame con Violetta e l’inizio del flirt con Rosa). Il tono, intenso e avvolgente, è più dato dal calore della luce del sole siciliano che crea i contrasti chiaroscurali dai quali entrano ed escono gli anziani e i bambini, in un ulteriore passaggio che bypassa quello generazionale dei genitori (l’ingombrante fuori campo relazionale del racconto) e restituisce ai nonni uno status di vitale autarchia che alleggerisce e risana i giovanissimi dal rischio di nevrosi e insicurezze troppo premature. Con lo slancio di un rohmeriano, audace contatto fisico dove l’irresistibile tentazione del tocco non è più focalizzata sul candore di un ginocchio, ma si tende verso l’acerba carnalità di un paio di labbra.
Locarno Film Festival 2025: Cineasti del Presente – Premio Speciale della Giuria CINÉ+ e Pardo per la migliore interpretazione (Aurora Quattrocchi).
In anteprima italiana alla Festa di Roma 2025.
In sala dall’11 dicembre 2025.
Gioia mia – Regia, sceneggiatura e montaggio: Margherita Spampinato; fotografia: Claudio Cofrancesco; musica: Alice Zecchinelli; scenografia: Marinora Ferrandes; interpreti: Aurora Quattrocchi, Marco Fiore, Camille Dugay Comencini, Martina Ziami, Clara Salvo, Renata Sajeva, Concetta Ingrassia; produzione: Benedetta Scagnelli e Alessio Pasqua per Yagi Media; origine: Italia, 2025; durata: 90 minuti; distribuzione: Fandango.
