L’ombra del corvo di Dylan Southern


Quando un film inizia con la morte di qualcuno, in questo caso una madre/moglie ancora giovane (non ne conosceremo mai il motivo ma possiamo intuire che sia stata una brutta malattia) siamo sempre alle solite, c’è sempre di mezzo il buon vecchio Freud (Trauer und Melancholie, ovvero Lutto e Malinconia, saggio del 1917), che in un’occasione consimile mi è già accaduto di citare. O i personaggi sopravvissuti riescono ad elaborare il lutto, in qualche modo a farsene una ragione anche grazie al tempo che passa oppure precipitano in uno stato catatonico, malinconico dal quale fanno fatica a riprendersi. E forse non ci riusciranno mai. È questo, proprio questo lo stato in cui è caduto Dad, ovvero Papi/Babbo, il nome non lo sapremo mai, interpretato dall’ottimo Benedict Cumberbatch, e dai suoi due figli, due maschietti che avranno un sette/otto anni, nati a pochissima distanza l’uno dall’altro che quasi sembrano gemelli (e che vengono interpretati da due fratellini, Richard e Henry Boxall, anche loro si chiamano soltanto Boy 1 e Boy 2).

Ma a salvare Dad, Boy 1 e Boy 2 dallo stato depressivo, dal caos in cui versa la casa, da stati d’animo in cui al massimo regnano la disobbedienza e l’ira, arriva un corvo. Ora i corvi, nella cultura occidentale, sono animali oltremodo ambigui, connotati ora in senso profondamente negativo, uccellacci del malaugurio per così dire, ora invece oltremodo positivo, portatori di saggezza, di aiuto, di sostegno. Il nostro corvo compare, s’installa in casa, come elemento piuttosto inquietante, provocando altresì un salto di genere piuttosto inatteso, ovvero un film diciamo così drammatico-psicologico che all’improvviso diventa un horror, anche perché ad aumentare il gradiente di spavento e di paura, il corvo, rigorosamente parlante, compare rigorosamente di notte. Il regista fa di tutto, almeno all’inizio, per tranquillizzare lo spettatore, concludendo la sequenza – ogni volta che compare il corvo – con il risveglio di Dad, come a dire: era solo un sogno, un incubo. Dopodiché non c’è nemmeno più bisogno di ricorrere a stratagemmi anche perché il corvo nel corso del film ha cambiato funzione, si è appunto trasformato in uno spirito benefico, in una figura di sostegno che aiuta il protagonista (ma anche i figli) a passare, appunto, dalla malinconia al lutto, di fatto il corvo si configura come un terapeuta. E in una delle scene più violente (trash) del film il corvo rischia la pelle combattendo contro un personaggio chiamato Demon, il demonio, che è, con tutta evidenza, per l’appunto l’allegoria del male, del demone della malinconia da cui non è possibile forse mai più riprendersi.

È  molto probabile che Dylan Southern ma prima ancora Max Porter, autore nel 2015 del romanzo da cui è tratto questo  questo film si siano voluti richiamare nel concepire la figura del corvo, al corvo più famoso della letteratura occidentale, ovvero  The Raven di Edgar Allan Poe, anche lì il corvo svolgeva una funzione di conforto al protagonista che aveva perso l’amata Leonore. Ma è almeno ad altri due celebri corvi, stavolta, cinematografici che accade di pensare vedendo questo film, ovviamente The Crow (1994) funestato dalla precoce morte di Brandon Lee, un corvo che di fatto invita il protagonista morto a uscire dalla tomba e produrre la sua vendetta. E poi c’è il corvo italiano parlante più famoso, ovvero quello di Uccellacci e uccellini (1966), con cui quello di Southern e di Porter condivide una querula verbosità, un’evidente saccenteria.

Non diciamo se l’arrivo del corvo all’inizio traumatizzante ma in seguito certamente ispirato a un intento educativo e salvifico produca l’effetto desiderato e giunga davvero a buon fine, resta il fatto che il film è nell’insieme un po’ deboluccio e ripetitivo, malgrado – come detto – l’eccellente prestazione di Cumberbatch, malgrado una buona colonna sonora, malgrado il tentativo di mobilitare e nobilitare il plot attraverso un uso particolarmente vistoso della camera a mano, malgrado gli insistiti primi piani sui volti dei personaggi principali e sui disegni del protagonista che di mestiere – l’avevo dimenticato – fa il fumettista o autore di graphic novel, altro strumento un po’ troppo didascalico per elaborare il lutto, per arginare i mostri. Il film non fa altro che ruotare intorno a un conflitto di fondo che abbastanza presto diventa chiaro e rispetto al quale vengono inventate ben poche variazioni.

Il titolo originale del film – passato a gennaio a Sundance e a febbraio a Berlino – è The Thing With Feathers, alla lettera La cosa con le piume, mentre il romanzo invece s’intitolava più esplicitamente The Grief is A Thing With Feathers, ovvero Il lutto è una cosa con le piume, anche se nel titolo della traduzione italiana (Guanda, 2016) si è preferito sostituire lutto con dolore. Sulla traduzione italiana del film (L’ombra del corvo), glissiamo: in tutto il film il corvo è bello presente, non c’è nessuna ombra, lasciare le piume anziché passare direttamente al corvo sarebbe stato un po’ più poetico, no?

Il regista Dylan Southern è stato fin qui solamente autore di documentari musicali, questo è il suo primo film di finzione – e questo suo esordio non sarà indimenticabile.

In sala dall’11 dicembre 2025.


The Thing With Feathers – Regia sceneggiatura: Dylan Southern dal romanzo omonimo di Max Porter; fotografia: Ben Fordesman; montaggio: George Cragg; interpreti: Benedict Cumbebatch (Dad), Richard Boxall (Boy 1), David Boxall (Boy 2); produzione: Film4, BFI, Lobo Films, SunnyMarch; origine: Regno Unito, 2025; durata: 96 minuti; distribuzione: Adler Entertainment.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *