Può uno psicanalista rimanere impassibile alla notizia della morte di un paziente? Come convive una terapeuta con tutte le storie che ascolta e che cominciano ad abitarla? Dove finisce il segreto professionale e dove comincia la partecipazione alla sorte di un essere umano?
Lilian Steiner (Jodie Foster) è una psichiatra americana naturalizzata in Francia, ha lo studio in un ampio appartamento nel centro di Parigi, un ex marito oftalmologo, un figlio che le ha appena messo al mondo un nipotino. Un giorno traffica nel suo studio in attesa della seduta successiva che non si presenta. La cosa la turba. Lascia un messaggio in segreteria a Paula Cohen-Solal (Virginie Efira) preoccupata perché è la terza volta che manca un appuntamento. Il paziente successivo (Noam Morgensztern) ha un attacco di rabbia, si sfoga dicendo di aver buttato trentamila euro in terapia, che è andato da una ipnotista che per soli cinquanta euro lo ha fatto smettere di fumare, vuole chiudere il rapporto, non ha intenzione di tornare mai più, le lascia delle banconote in una scatola e se ne va. La professionista sembra abituata a questo tipo di comportamenti. Il giorno successivo si presenta alla sua porta Valérie, la figlia di Paula, a dirle che sua madre è morta, insinuando un dubbio in lei. Due eventi violenti trasformano la fredda e razionale Lilian in un’altra persona: si presenta alla veglia funebre della defunta dove viene cacciata a male parole da Simon Cohen- Solal (Mathieu Amalric), il vedovo, che la accusa pubblicamente di non aver capito la depressione della moglie e di averle fornito le prescrizioni dei farmaci con cui si è suicidata. Lilian non era a conoscenza delle modalità della morte, è turbata, non ha mai rintracciato nella paziente pensieri suicidari, non crede al marito, non crede di poter aver sbagliato così tanto una diagnosi, sospetta della figlia, sospetta dell’uomo che le ha scaricato la colpa, è coinvolta sempre di più quando la figlia di Paula le consegna un foglio su cui la donna ha scritto Kinder tot, due parole di lingua tedesca, che la ragazza considera un messaggio. Il vortice è innescato: Lilian compie illegalità, carpisce un indirizzo ad una bibliotecaria affetta da disabilità, fa illazioni, coinvolge l’ex Gabriel (Daniel Auteiul) in investigazioni che non le competono. Ha perso l’autocontrollo che l’ha caratterizzata tutta la vita, che l’ha limitata come madre, sempre a giudicare e psicanalizzare Julien (Vincent Lacoste), suo figlio, invece di proteggerlo, prende a ri-frequentare l’ex marito raggiungendolo al ristorante dove l’uomo cena ogni settimana solitario (gli dice: Ho voglia di bere molto in pochissimo tempo). Lilian vuole capire, le sembra di non avere più gli strumenti per farlo, la confusione la conduce dall’ipnotista (Sophie Guillemin) di cui le ha parlato il paziente rabbioso, si lascia andare a una seduta di ipnosi (Sei una persona molto ricettiva, è rarissimo scendere le scale così in fretta) in cui si ritrova ad un concerto come giovane musicista ebreo durante l’occupazione nazista, follemente innamorato della concertista che suona nell’orchestra accanto a lui – che è Paula Cohen- Solal – che gli sussurra all’orecchio: Sono incinta di te.
Al risveglio Lilian è più confusa di prima, i sensi di colpa si fondono al dolore, sospetti a urgenza di capire, le carte sono sparigliate e non si sa più rimettere in ordine il mazzo.
Seguono inseguimenti notturni, raid nello studio, sesso tra persone di una certa età, confessioni di ossessioni, rivelazioni e abbagli, messaggi nascosti da decodificare: i generi cinematografici si mischiano, commedia con thriller, giallo con rosa.

Vita privata segue la vita privata di una professionista in un momento di crisi che la porta a indagare come una detective amatoriale sulla misteriosa morte di una paziente: così scopre cose di sé che non si era mai concessa di accettare e che la liberano da forzose costrizioni mentali che si era autoimposta per tutta la vita. Jodie Foster recita in un francese impeccabile il ruolo scomodo di una professionista integrata nella borghesia parigina, bloccata in un loop di non ascolto, vincolata più nelle proprie nevrosi che nello sciogliere quelle dei pazienti: un gioco di specchi diviene dialogo con i fantasmi di una vita.
Film leggero ma profondo, psicologico fino a includere l’irrazionale, i protagonisti bevono molto vino rosso, rischiano con audacia senza che il pericolo sia più che una collezione di armi in garage, le due nature della psicanalista, la razionalità anglosassone contro le abitudini più goduriose dei francesi su cui scherza, creano un personaggio con cui si empatizza volentieri, fragile e realizzato, rigido ma arrendevole in necessità, una donna che impara a chiedere aiuto, a chiudere gli occhi e lasciarsi andare, ad abbandonare e abbandonarsi.
Cameo prezioso di Frederick Wiseman, uno tra i più grandi documentaristi americani, che interpreta lo psichiatra che ha formato Lilian, come docente e mentore, che fornisce alla Foster consigli che lei non vuole seguire. Godibilissimo.
In anteprima italiana alla Festa di Roma 2025 (Grand Public)
In sala dall’11 dicembre 2025.
Vita privata (Vie privée)– Regia: Rebecca Zlotowski; sceneggiatura: Anne Berest, Gaëlle Macé, Rebecca Zlotowski; fotografia: Georges Lechaptois; montaggio: Géraldine Mangenot; musica: Robin Coudert; interpreti: Jodie Foster, Virginie Efira, Daniel Auteiul, Mathieu Amalric, Luàna Bajrami, Noam Morgensztern, Sophie Guillemin, Vincent Lacoste, Irène Jacob; produzione: France 3 Cinéma, Les Films Velvet; origine: Francia, 2025; durata: 105 minuti; distribuzione: Europictures.
