Charles Azanvourian nasce a Parigi il 22 maggio del millenovecentoventiquattro da genitori armeni. Ha una sorella Aida a cui è molto legato, è un bambino che si aggira tra i tavoli del ristorante familiare dove si ritrovano artisti immigrati senza soldi ma pieni di talento. Si canta si suona e si balla, il piccolo Charles vede il padre esibirsi e viene incoraggiato a farlo a sua volta. Per pubblicizzare il locale accorciano il nome in Aznavour con cui è più facile trovare una rima (la pubblicità è importante – dice il padre mandando i figli in giro per strada con dei cartelloni appesi addosso). A scuola un teatrante va a cercare ragazzini per uno spettacolo: Charles imita l’accento africano e viene selezionato. A nove anni sale per la prima volta sul palco: la luce che si posa su di lui lo ammalia per sempre. Attorno la vita è durissima, c’è il nazismo, la povertà, il locale chiude, la famiglia vaga di casa in casa, il padre vende un dente d’oro per provvedere ai bisogni primari. Conoscendo, in quanto armena, la deportazione la famiglia sostiene e protegge ebrei di passaggio. Ad un posto di blocco Charles viene scambiato per giudeo e per dimostrare che non lo è viene costretto a spogliarsi in mezzo alla strada e mostrare il membro maschile non circonciso. Finalmente nel 1944, quando il ragazzo ha vent’anni, arrivano gli americani e Parigi è libera.
Charles canta nei club di spogliarello, imita Trenet, grande paroliere francese, incontra un cantante coetaneo con cui forma un duo, Pierre Roche. La voce di Charles è particolare, roca, tenorile, il suo aspetto curioso, piccolo di statura, naso ingombrante, più buffo che interessante. Ma è il carattere solido a renderlo unico: ambizioso, consapevole dei suoi limiti ma anche dei suoi punti di forza, capisce che nella musica serve disciplina, che deve mettersi alla prova, studiare, lavorare sull’estensione della voce. È concentrato su di sé, legato a filo stretto alla famiglia di origine stenta a costruirne una propria, sposa Micheline, ha una figlia ma è sempre altrove. L’incontro con Edith Piaf gli cambia la vita (è lei a pagargli l’intervento di chirurgia al naso): la cantante già famosissima in tutto il mondo lo porta con sé in tournée, prima in Francia e poi in America. Per anni il loro è un rapporto ambivalente che si muove tra crescita professionale per lui e opportunismo da parte di lei, geniale e pazza, possessiva e alcolizzata. Piaf lo incoraggia a lasciare il duo e anche la moglie, a intraprendere carriera di solista: lo sente vicino perché, come lei, ha cantato per strada, condividono origini umili. Quando Aznavour va via da casa sua per seguire il suo destino, la donna è dura, lo accusa di non avere abbastanza talento, non accetta di essere abbandonata. Ma la sua ascesa è inarrestabile: la sua determinazione è più forte delle difficoltà, la forza di volontà si sposa con l’ostinazione e supera le sale mezze vuote degli inizi e le critiche contrarie. Scrive di amore, delle sue origini, di povertà, di quello che ha vissuto. La radio comincia a trasmettere i suoi brani, la televisione e il cinema si accorgono di lui (anche come attore, protagonista in Tirez sur le pianiste di François Truffaut, 1960).

Arrivano successo, ricchezza, lusso, ville sul mare, champagne, concerti nei più grandi teatri del mondo. Aznavour alza sempre di più l’asticella: In America voglio lo stesso compenso che riceve Franck Sinatra, dice al suo manager quando “The Voice” va nel camerino a complimentarsi dopo un concerto americano. Nelle lunghe telefonate a distanza Aida, sua sorella, gli ripete la frase del padre che è diventata un mantra: Guarda da dove veniamo e dove siamo arrivati.
Suddiviso in cinque capitoli, ognuno intitolato a una canzone (Les deux guitares, Sa jeunesse, Je me voyais déjà, La bohème, Emmenez-moi), il film è una agiografica rappresentazione della vita di un gigante musicale dipinto nelle sue ossessioni e fragilità, difficoltà relazionali, temi ricorrenti, manie di grandezza mai placate.
Il film racconta un personaggio ostinato a piacere al mondo intero, eterno insoddisfatto ha usato il fuoco interiore come motore per imporsi contro ogni maldicenza, ogni voce ostile, ogni critica ingiustificata: Mi hanno detto zingaro, tappo, mezzosangue, ebreo e nemmeno lo ero.
Nel finale un montaggio di materiali di repertorio mostra Aznavour in Giappone, in America, in Africa, in Cina, in Brasile mentre la voce fuori campo di un telegiornale dichiara la sua morte nel duemiladiciotto all’età di novantaquattro anni: è stato l’immagine e il portavoce della Francia nel mondo. Obiettivo raggiunto da un ragazzetto armeno alto un metro e sessanta con una voce roca e un naso ingombrante, non dotato di fisique du rôle.
Prova di recitazione riuscita per l’attore di origini algerine, dalla gestualità in scena alle espressioni del viso, nonostante la lontananza fisica, Rahim incarna lo spirito del cantante e si trasforma in Aznavour. Un film classico, gustoso, di soddisfazione. Brani travolgenti che hanno fatto la storia della musica.
In sala dal 18 dicembre 2025.
Monsieur Aznavour – Regia e sceneggiatura: Mehdi Idir, Grand Corps Malade; fotografia: Brecht Goyvaerts; montaggio: Brecht Goyvaerts; musica: Rostom Khachikian; interpreti: Tahar Rahim, Bastien Bouillon, Marie-Julie Baup, Camille Moutawakil, Hovnatan Avédikian, Luc Antoni, Ella Pellegrini, Victor Meutelet, Rupert Wynne-James, Soufiane Guerrab, Sharon Mann, Tiffany Hofstetter, Petra Silander, Elisabeth Duda, Laura D’Arista Adam, Jérémie Petrus, Etienne Guillermo-Kervern, Christophe Favre, Cyrus Khodaveisi, Annie Mercier, Ivan Rangelov, Aurélien Lorgnier, Narine Grigoryan, Lionel Cecilio, Dimitri Michelsen, Arthur Verret, Kolia Abiteboul; produzione: Beside Productions, Kallouche Cinéma, Mandarin Films; origine: Francia, 2024; durata: 133 minuti; distribuzione: Movies Inspired.
