Sorry, Baby, esordio nel lungometraggio di Eva Victor, nata a Parigi nel 1994 ma trasferitasi a San Francisco da ragazzina, dove ha poi frequentato teatro e drammaturgia alla Northwestern University, appassionandosi anche all’improvvisazione comica, è la storia di come una “cosa brutta” – la cosa più brutta che può capitare a una ragazza o anche a una donna già adulta – diventi un trauma. Con cui non solo dover riuscire a convivere, in una quotidianità apparentemente ripetitiva ma sempre esposta a dirompenti emersioni di una ferita non saturata, ma anche una “cosa” – la violenza subita – con cui, tra sintomi e strappi, provare a relazionarsi – per non rimanere per sempre solo vittime e in balia di accessi di rabbia e perdite di controllo distruttive.
Eh sì perché Agnes (gran prova della stessa Eva Victor), la protagonista di questo film denso e in qualche modo affiliato al luogo cinema delle ghost stories, – i fantasmi del passato che ritornano -, non potendo accedere ad una nuova integrità riguardo il sé, poiché, per di più, non ha mai avuto le scuse (forse l’ironia del titolo?) da parte di chi ha abusato di lei, si discosta dalla trama già scritta (o dalla norma, o dalla legge dello spettro…). Tramite anche la disponibilità ad aprirsi ad alcuni incontri diretti a creare una comunità diversa da quella ipocrita e patriarcale dove è accaduta la violenza, Agnes arriva a operare una risignificazione della parte (non solo) corporale dolente. Togliendola dalla oggettivazione del sintomo-reliquia (la repressione e repulsione verso il sesso, o addirittura per il contatto fisico), e iscrivendola nel non binarismo (che è della stessa regista) di una soglia mobile da attraversare – che in quanto tale rimane anche fuori cattura -, la ragazza crea, altresì, la condizione di possibilità per arrivare a produrre un incontro, ma diverso, sospeso e reversibile, tra il già stato, tra la ferita, e il non ancora, il desiderio (interdetto, interrotto).
Capovolgendo, per altro aspetto, la convenzione delle storie di fantasmi, che vuole le vite sempre nascoste nell’ombra agita dallo spettro, Eva Victor, nel suo ritratto di una donna che ha perso la propria integrità e direzione a causa di una violenza sessuale, riprende fiducia, e forse non a caso, a partire anche da una nuova presa di parola cui far corrispondere una differente narrazione. Il film è infatti suddiviso in capitoli e non per forza lineari, come “L’anno con la brutta cosa” o “L’anno con il bambino”, una struttura insieme letteraria ed ellittica a guisa di dispositivo con cui far fluire l’aporia spazio-temporale tracciata dal movimento instabile attuato dalla memoria e dal corpo -lungo la difficile, instabile, minima e vasta rotta della “guarigione”.

C’è in questo modo anche lo spazio per la tenerezza e per l’umorismo, così come per il dubbio: la magnifica sequenza nel Tribunale, dove Agnes performa la consapevolezza, in questo modo togliendola dalla astrattezza di una categoria, o dal peso di un giudizio, e facendone appunto una processualità. O per l’imbarazzo: l’incontro sessuale e affettivo con il vicino di casa, una scena che, al di fuori di ogni determinismo, riporta in modo esatto appunto l’imbarazzo che caratterizza le relazioni – con in primo piano il punctum che anima corpi e gesti -, arrivando a mostrare con grande sincerità ed efficacia come il corpo di Agnes passi in pochi secondi dall’abbandono e la vulnerabilità alla diffidenza e chiusura – ma in risposta a una micro variazione attuata in un senso prevaricante, seppure stavolta dentro il coté della sicurezza familiare, da parte dell’uomo. O ancora come ci sia lo spazio per un riconoscimento compiuto lontano dall’ambiente accademico – dove è avvenuta la violenza -, luogo ipocrita in cui mentre si discetta astrattamente di morale e virtù, dall’altra parte si usa nel modo più brutale e patriarcale il proprio misero potere. E’ infatti il calore del corpo di un gattino randagio o il sapore (finalmente) buono del panino ricevuto da un estraneo a conforto di una crisi di panico, a dare il senso della ritrovata possibilità di poter vivere in una zona, non franca, ma mossa e in tensione (perché la guarigione non è un fatto compiuto dalla sola volontà, quanto piuttosto una ‘tensione verso’), un luogo aperto alla solidarietà e all’ascolto, che in modo anche politico stravolge l’inerzia e la passività inscritte nelle asimmetrie e nelle geometrie abusanti del potere.
Sorry, Baby è anche un racconto che parla di amicizia, crescita e cambiamento. Una buona parte del film mostra infatti Agnes, nel frattempo diventata docente universitaria nel freddo New England, ma ancora alla prese con la “brutta cosa”, insieme alla vecchia amica di università Lydie, incinta e venuta a trovarla da New York, dove ora vive con la compagna. Tra loro vediamo accadere qualcosa di fluido, unico e palpabile, qualcosa che tocca l’inconscio e mobilità l’immaginazione, autorizzando, anche in chi guarda, il riaffiorare di domande, associazioni libere e soglie (erotiche) socchiuse – la materia del fuori campo e di un presente non come tempo del racconto ma come “presenza”, sempre provvisoria.
Il trauma e il lutto che ne consegue – se non lo si fugge o rimuove sine die– arriva a produrre un cambiamento. E allora quello che forse manca almeno un po’, in questo pur notevole esordio, è il correlato stringente a quel moto di possibile modificazione del sé: la trasformazione dello sguardo.
In sala dal 15 gennaio 2025.
Sorry, Baby – Regia e sceneggiatura: Eva Victor; fotografia: Mia Cioffi Henry; montaggio: Alex O’Flinn, Randi Atkins; musiche: Lia Ouyang Rusli; interpreti: Eva Victor, Naomi Ackie, Lucas Hedges, Louis Cancelmi, Kelly McKormack, John Carrol Lynch, Hettienne Park, E.G. Fightmaster; produzione: Tango Entertainment, High Frequency Entertainment, Big Beach, Pastel; origine: USA; durata: 103 minuti; distribuzione: I Wonder Pictures.
