My Father’s Shadow di Akinola Davies

Attenzione al titolo, My Father’s Shadow, che potrebbe dare l’immediata chiave di lettura centrale di questa non banale opera-prima presentata allo scorso Festival di Cannes dove ha ricevuto una menzione speciale alla “Camera d’or”, e che ora, dopo una anteprima italiana alla passata Festa di Roma (Alice nella Città), esce in sala con Mubi. Scritto insieme al fratello Wale Davies, rappresenta l’esordio nel lungometraggio di finzione del regista britannico-nigeriano Akinola Davies Jr., a distanza di sei anni dalla vittoria del Grand Jury Prize al Sundance Film Festival con il corto Lizard (2020). Lì si raccontava la storia di una bambina nigeriana che viene espulsa dalla scuola per la sua straordinaria capacità di percepire il pericolo, qui invece in modo probabilmente molto più autobiografico si narrano le vicende di due fratellini di undici e otto anni, Remi e Akim.

Li vediamo subito all’inizio del film giocare nella loro casa vuota in una località di campagna che apprenderemo essere non proprio nelle immediate vicinanze di Lagos in Nigeria – la madre è fuori, all’improvviso e inaspettato compare il padre che non vedevano da lungo tempo e che lavora in città per mantenere la famiglia. L’apparizione dell’uomo di nome Folarin (un bravo Ṣọpẹ́ Dìrísù) sembra quasi spettrale e ci trasmette subito l’impressione (che poi si rafforzerà, a piccoli tocchi, nel corso dell’opera) di una dimensione duplice della narrazione, quasi tra realtà e sogno, in un mood che svisa tra la malinconia e il lirismo – ed è quanto la regia di Akinola Davies Jr. ci vuole trasmette per tutto il suo film con tocchi più riusciti e altri forse meno efficaci.

Il contesto però è pienamente realistico e fa riferimento esemplare ai tanti drammi, stragi e vicende politiche che nel corso dei decenni hanno piagato le nazioni africane. Più in specifico qui siamo nel giugno 1993: dopo dieci anni di dittatura militare, si svolgono le prime elezioni libere con le quali sembrerebbe che la Nigeria possa vivere un futuro migliore, data l’oramai quasi certa vittoria di Moshood Kashimawo Olawale Abiola sostenuto dal Partito Social Democratico, di cui per altro Folarin è un attivo militante e sostenitore. Tuttavia, i risultati tardano ad essere annunziati ufficialmente, si hanno notizie di una violenta repressione dei militari governativi nella località di Bonny Camp dove sarebbero morti tanti dimostranti. Un evento, però, smentito dal governo autoritario di transizione di Ibrahim Babangiba che poi come apprenderemo da un piccolo schermo televisivo nel sottofinale del film annullerà le elezioni citando presunte irregolarità nelle procedure del voto. Si scateneranno allora ulteriori proteste, disordini e violenze…

In questo clima segnato da eventi drammatici e luttuosi, inizia, dopo la ricomparsa del padre, un viaggio iniziatico verso Lagos da parte dei due ragazzi che anno caratteri opposti: il più grande è molto legato al babbo che segue ammirato e come è rispettato dai suoi amici e conoscenti quasi fosse una sorta di capo; il più piccolo, invece, è ribelle, ha qualche soldino da parte ed è affezionato alla madre di cui prende le parti contro il padre. Folarin vuole tornare a Lagos oltre che per mostrala ai due ragazzi, per farsi pagare dalla sua fabbrica lo stipendio che manca da mesi e seguire come militante le vicende della transizione (mancata) ad un mondo migliore. Nella frenetica e labirintica capitale, ai cui ritmi e rumori non sono abituati, il due ragazzi, tra mercati affollati, militari in assetto di guerra e il caos urbano e politico, assistono agli incontri e vivono le difficoltà del padre costretto ad una dura lotta per sopravvivere e restare a galla, lui e la famiglia.

In attesa della persona che dovrebbe pagare Folarin, cresce via via agli occhi dei ragazzi – un punto di vista privilegiato e soggettivo che la regia di Davies Jr. alterna alla visione oggettivizzante del padre – cresce dicevamo il trambusto politico che esplode attorno a loro mentre diventa sempre più incerto e difficile il ritorno a casa. Mentre i ragazzi imparano piano piano a conoscere meglio il loro genitore, arriviamo, in un tempo come quasi sospeso, all’epilogo di cui non vorremmo qui rivelare né il contenuto né l’interpretazione simbolica, a cui il titolo del film come si diceva all’inizio forse, chissà, fa riferimento più o meno metaforico.

Tutto il fascino melanconico e meditabondo di My Father’s Shadow – se si è disposti a riconoscerlo e apprezzarlo – sta proprio qui in un viaggio nella memoria complessa e contradditoria che non è solo quella di un singolo ma che appartiene a tutto un Continente – con le sue problematiche e speranze passate, che comunque si proiettano all’oggi e al futuro. Un film complesso, a tratti forte e riuscito, in altre forse meno che nel ricordarci un passato traumatico ci invita anche ad una complessa conciliazione con se stessi.

In sala dal 6 febbraio 2026.


My Father’s ShadowRegia: Akinola Davies Jr.; sceneggiatura: Wale Davies, Akinola Davies Jr.; fotografia: Jermaine Canute Bradley Edwards; montaggio: Omar Guzmán Castro; musica: Duval Timothy CJ Mirra; interpreti: Ṣọpẹ́ Dìrísù, Chibuike Marvellous Egbo, Godwin Egbo; produzione: Rachel Dargavel, Funmbi Ogunbanwo per Element Pictures, Fatherland Productions, BBC Film, BFI; origine: Gb, 2025; durata: 94 minuti; distribuzione: Mubi.

 

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