Nous sommes les fruits de la forêt di Rithy Panh (Forum)

Il regista cambogiano Rithy Panh (anno 1964), sopravvissuto al regime dei Khmer Rossi, ha fatto della brutalità e delle violenze a cui ha assistito e delle loro conseguenze il tema centrale della sua carriera cinematografica. Proprio di questi orrori parla il suo film più noto L’immagine mancante(2013), che era stato candidato all’Oscar come miglior film straniero; mentre l’ultimo, presentato a Cannes nel 2024 portava l’emblematico titolo Rendez-vous avec Pol Pot.

Ora, con Nous sommes les fruits de la forêt, Panh mette da parte la violenza che ha segnato il passato della sua terra natale per occuparsi di un problema dell’oggi. La Cambogia è una delle nazioni con più area forestale al mondo, e che storicamente non è stata colpita significativamente dalla deforestazione. La situazione sta però velocemente cambiando a causa di un disboscamento prevalentemente commerciale molto mal gestito e inoltre l’aumento della popolazione, bisognosa di legna da ardere, o di terreno ad uso agricolo e per lo sviluppo urbano e infrastrutturale, mette in crisi la gestione delle risorse naturali.

Questo processo è un rischio non solo per il clima e la fauna naturale ma anche per i Bunong. Conosciuti come i “custodi della foresta”, i Bunong sono una rara realtà al giorno d’oggi: rappresentano un gruppo etnico indigeno delle zone montuose del paese, sopravvissuti alla modernizzazione e alla distruzione della foresta pluviale. La loro sopravvivenza è sempre più posta in pericolo perché corre in stretta dipendenza con l’agricoltura tradizionale ed inscindibile dalle risorse forestali.

Rithy Panh con la sua troupe ci accompagna ad osservare la quotidiana lotta di sopravvivenza di questa comunità indigena. A raccontarci della loro tradizionale simbiosi con la natura è la voce narrante di un giovane, mentre le immagini ci consegnano la realtà com’è oggi: terre bruciate hanno ormai troppo spesso sostituito quelle verdi della foresta pluviale, la moto ha sostituito gli elefanti nei ripidi pendii come mezzo di trasporto nella foresta, e non sempre in meglio. Gli abiti tradizionali sono stati ormai tristemente dismessi e sostituiti dalle maglie di Gucci e della Emirates Airlines (magari, almeno la prima, pure contraffatte) donate da qualche associazione non governativa, e pure i giochi sono cambiati. Vediamo infatti un bambino giocare a fare Superman su un tronco tagliato, mentre un moderno cacciatore si serve di un moderno cellulare, non più della voce, per ricreare il canto di un particolare uccello.

Va da sé che i Bunong debbano affrontare oggi sfide significative a causa del rapido sviluppo industriale, tra cui l’espansione delle piantagioni di gomma, il disboscamento delle loro terre ancestrali e i ritmi climatici sballati che non corrispondono più alle tradizionali stagioni della semina e del raccolto. Riso, tabacco, sono attività che richiedono una coltivazione tradizionale, mentre il miele non viene più raccolto per uso medicinale e personale dalla comunità, ma venduto a caro prezzo. Come ultima risorsa per ripagare le banche dal prestito ricevuto negli anni di magro raccolto, i Bunong stessi sono costretti a tagliare gli alberi.

La foresta perde lentamente la sua funzione di luogo aperto e di tutti, si intensificano i conflitti territoriali, la distruzione delle foreste sacre e la perdita dei mezzi di sussistenza tradizionali. Il filo spinato è venuto a suddividere gli spazi, i cartelli di divieto limitano e minacciano la libertà di movimento. Ormai pure la solidarietà fra famiglie è stata sostituita dai pagamenti in denaro e si è persa la capacità di costruire attrezzi e suppellettili.

A differenza di film precedenti, Panh si serve solo in modo limitato di documentazioni raccolte negli archivi, per concentrarsi sui protagonisti e sulla comunità indigena. Lo schermo in alcuni passaggi si divide a metà per mettere a confronto immagini di repertorio e immagini dell’oggi. Non tralascia di riprendere immagini fotografiche che documentano anni di colonizzazione missionaria e protettorato francese. Il cattolicesimo ha sradicato non solo alberi ma anche tentato di estirpare l’animismo indigeno, e con esso ha messo a rischio il profondo legame spirituale con la natura che i Bunong hanno sempre praticato e che è parte dei loro riti e tradizioni. Un rapporto reciproco che da sempre accompagna il lento ritmo delle stagioni e scandisce e governa la loro sussistenza.

Nous sommes les fruits de la forêt è, così, nella sua classica costruzione filmica, un importante documentario sul cambiamento e sul processo di trasformazione identitaria di una comunità, ma segnala anche la perdita di una simbiosi fra uomo e natura che ha resistito da tempi primordiali e che rischia ora di terminare, drammaticamente, con la scomparsa dell’etnia dei Bunong.


Nous sommes les fruits de la forêt (We Are the Fruits of the Forest) Regia e sceneggiatura: Rithy Panh; fotografia: Prum Mésar, Mourng Vet, Cheng Socheat, Sok Chan Rado, Rithy Panh; interpreti: Pa Kreb, Mak Kreb, Yeay Kreb, Mak Lisa, Pouk Choeut; produzione: CDP, Anupheap Prod.; origine: Cambogia/Francia, 2025; durata: 87 minuti.

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