Presentato nella sezione Berlinale Special Gala, Heysel 85 è decisamente un buon film. Chi si occupa di calcio ma probabilmente anche chi sa poco o nulla, è a conoscenza del fatto che il 4 maggio 1949 e il 29 maggio 1985 sono le due date tragiche nella storia non solo del calcio, ma di tutto lo sport italiano.
La prima è il giorno in cui un aereo con a bordo l’intera squadra del Grande Torino, di ritorno da una partita amichevole disputata a Lisbona, si schiantò contro la collina di Superga. Quell’incidente, causa di condizioni meteo proibitive, fu una tremenda fatalità, Il 29 maggio 1985 avvenne a Bruxelles la strage dello Heysel, lo stadio di Bruxelles, finale di Coppa dei Campioni (così si chiamava all’epoca la Champions League, quell’anno disputata fra il Liverpool e la Juventus), la strage non fu affatto una tragica fatalità, ma venne causata dal combinato disposto di almeno tre fattori: la presenza, all’epoca una vera e propria, costante emergenza di grande rilevanza sociale, il fenomeno dei cosiddetti hooligans, qui i tifosi del Liverpool, di lì in avanti in qualche modo rientrato, anche in grazia di una legislazione europea assai più restrittiva; poi la totale insipienza dell’organizzazione locale, a partire dal sindaco e andando avanti con le forze dell’ordine che avevano del tutto sottovalutato i rischi dell’evento, senza tenere a distanza le due tifoserie e infine -a quanto pare -la vendita ai tifosi della Juve di biglietti taroccati da parte dei bagarini in un settore non abbastanza da quello dei tifosi del Liverpool. Morirono 39 persone, 34 delle quali tifosi juventini, oltre a 600 feriti. Un disastro, superato solo da un’ulteriore strage verificatasi a Sheffield nel 1989, anche in quel caso giocava il Liverpool.
Su questa vicenda – a un tempo largamente prevedibile e ora come allora agghiacciante – verte la bella docufiction della regista rumeno-belga Teodora Ana Mihai (è la sua terza pellicola, la seconda Traffic, rappresentò nel 2024 la Romania agli Oscar), un film di coproduzione olandese, belga (fra i produttori i Fratelli Dardenne) e tedesca (molto strano che l’Italia non compaia) intitolata appunto Heysel 85. La regista ha compiuto una scelta estremamente coraggiosa, combinando immagini documentarie di allora, soprattutto filtrate attraverso i media, ovvero – all’epoca – la televisione e una vicenda fictional che si incentra su alcuni personaggi chiave (non importa sapere in che misura inventati) :l’alcolizzato borgomastro di Bruxelles, la di lei figlia, sua addetta stampa, un giornalista italo-belga, il generale capo della polizia, un ministro italiano, attori e attrici tutti/e bravissimi/e, con una speciale menzione di Paolo Calabresi nel ruolo del Ministro Giacomo Ferragni (mai esistito, ma alla tragedia erano presenti Renato Brunetta e Gianni de Michelis, eravamo esattamente a metà del quadriennio con Bettino Craxi premier).
Il film è tutto ambientato nelle viscere dello stadio e ingenera una persistente sensazione di claustrofobia, anche in grazia di un uso incalzante della camera a mano, si serve di continuo di un vorticoso, nervoso montaggio alternato fra le diverse vicende e i diversi personaggi. A tutto ciò si aggiunge la scelta formale di non creare distanza sul piano della qualità delle immagini fra ciò che venne girato allora e ciò che è stato ripreso, re-enacted adesso, è tutto molto molto sgranato e per quanto girato oggi anticato, tanto che lo spettatore si chiede continuamente, almeno nella prima parte del film, che cosa sia vero, che cosa sia inventato, anche se poi, alla fine, non è così rilevante.
Come i meno giovani ricorderanno: a valle della tragedia vi fu (e anche questo fatto viene nel film ampiamente documentato) la lunga discussione se disputare la partita oppure no: da un lato un sacrilegio, dall’altro il (forse goffo) tentativo di non far degenerare ulteriormente una situazione di per sé drammatica. Il film racconta le accese discussioni fra i personaggi a vario titolo coinvolti che optano ora per l’una o per l’altra scelta. Si parva licet, la questione ora come allora per gli altri spettatori come per i giocatori fu: quanto erano al corrente di quel che era accaduto, quanto finirono per ignorare quanto accaduto. Una questione morale e anche politica che in qualche misura indirettamente ricorda l’Olocausto. Alla fine si giocò, molte reti televisive si rifiutarono tuttavia di trasmettere l’evento. In Italia Bruno Pizzul commentò l’evento con lo schermo oscurato, mantenendo – come disse in seguito – un tono il più possibile sobrio e neutro.
La partita, come si ricorderà finì 1-0 a favore della Juventus, con un goal su rigore (l’arbitro era svizzero) trasformato da Michel Platini per un fallo su Zbigniew Boniek avvenuto più di un metro fuori dall’area di rigore. Oggi con il VAR la decisione dell’arbitro sarebbe stata annullata. Forse.
Heysel 85 – Regia: Teodora Ana Mihai; sceneggiatura: Lode Desmet, Isabelle Darras, Teodora Ana Mihai; fotografia: Marius Panduru; montaggio: Bert Jacobs; interpreti: Violet Braeckman (Marie Dumont), Matteo Simoni (Luca Rossi), Josse De Pauw (Marc Dumont), Fabrizio Rongione (Albert Simons), Paolo Calabresi (Giacomo Ferragni), Bobby Schofield (Alan West), Ben Segers (Filip Mertens); produzione: Menuetto, Topkapi, Leitwolf, Les Films du Fleuve; origine: Belgio/ Olanda/ Germania, 2026; durata: 91 minuti.
