Forêt Ivre
Puntare sugli esordienti come Manon Coubia con Forêt Ivre è coraggioso e rischioso a un tempo. È ciò che ha deciso di fare il passato Festival di Berlino con la sezione Perspectives – e, per quanto visto, questo azzardo sta valendo la pena. Ciò vale anche per il film delicato e laconico della regista francese dal titolo enigmatico, visto che siamo nelle Alpi Francesi, certamente circondate da boschi, ma ben poco di quanto accade succede nella foresta. Ebbro, poi, quel luogo non lo sembra affatto – a meno che quella a cui il titolo allude non sia altro che l’ebrezza della solitudine.
Ché le tre vicende – tre novelle, forse meglio tre short stories -a cui assistiamo, rigorosamente divise da una dissolvenza in nero, hanno in comune l’unità di luogo e la ricerca della solitudine. Si tratta infatti di tre donne Anne, Hélène e Suzanne che in stagioni diverse decidono di compiere la medesima scelta, ovvero andare, temporaneamente, a gestire un rifugio di montagna alquanto isolato e occuparsi degli avventori che hanno prenotato o arrivano inattesi. Il luogo è alquanto spartano: d’estate riscaldato dai pannelli solari, ma alle dieci di sera si deve spegnere la luce per non disperdere il calore accumulato durante il giorno, d’inverno invece riscaldato da una stufa alimentata da ciocchi di legno, il cellulare prende solo all’esterno in un punto vicino a una croce, piazzata in mezzo a un pendio senza che veniamo a sapere che cosa quella croce commemori. C’è una chiesa sconsacrata in quel rifugio che a un certo momento diviene il set di un piccolo spettacolo amatoriale. E poi ci sono, appunto gli avventori: un ragazzo appassionato di birdwatching in cerca di un rarissimo esemplare di quaglia, un disertore (esistono in Francia ancora disertori?), una compagnia di gitanti. E poi ci sono le tre donne che, lo intuiamo, si portano dietro delle storie che non ci vengono rivelate, se non per brevissimi accenni. Ma quelle storie, forse quelle ferite, ce le possiamo immaginare.
Di questi incontri casuali, che in una delle tre storie culmina anche in una fugace intimità e in un’altra in remoti racconti traumatici risalenti ai tempi della guerra, apprendiamo pochissimo, in una sceneggiatura fatta di sottrazione, in omaggio a un minimalismo perseguito con tenacia dalla regista, dove sono gli ambienti del rifugio e la natura ripresa sempre a distanza senza mai indulgere a un bozzettismo da cartolina. Vediamo la montagna, definita magica, da una delle protagoniste, ma solo di lontano. E quando si sente definire una montagna magica, viene subito da pensare a Thomas Mann, anche se le vicende raccontate nulla – mi pare – hanno a che fare con la storia di Hans Castorp: le tre donne non si formano, e forse neanche si curano, attraversano il tempo, si prendono cura degli avventori: una prepara con devozione e senso del dovere le colazioni, un’altra taglia le unghie, gesti pacati che rivelano rispetto e, seppur temporanea, vicinanza. Poi, concluso il soggiorno, le protagoniste se ne tornano via, forse arricchite forse no. E ci chiediamo se l’anno prossimo torneranno, o se questo soggiorno nel silenzio e nella solitudine è stato solo un episodio, magari la loro ricerca l’anno prossimo proseguirà altrove.
Curiosamente, anche se la produzione è franco-belga, la distribuzione è curata da Rai Cinema, ciò lascia immaginare che a un certo punto, anche solo in piattaforma, questo film presto o tardi lo vedremo anche in Italia .
In anteprima al Festival di Berlino 2026 (sezione Perspectives).
Forêt Ivre – Regia, sceneggiatura: Marion Coubia; fotografia: Robin Fresson; montaggio: Theophile Gay-Mazos; interpreti: Salomé Richard (Anne), Aurélie Petit (Héléne), Anne Coezens (Suzanne); produzione: Tom Durand-Bonnard per The Blue Raincot; Aurora Films; origine: Belgio/Francia, 2026; durata: 102 minuti; distribuzione: Rai Cinema
