Moscas di Fernando Eimbcke (Concorso)

Moscas | Flies | Berlinale
        Fernando Eimbcke

Fra i film visti fin qui  in concorso alla Berlinale 2026 – quasi nessuno davvero pessimo, nessuno davvero memorabile – Moscas del regista messicano Fernando Eimbcke mi sembra fin qui quello più riuscito, in termini di invenzione e sviluppo del plot, di caratterizzazione dei personaggi, di coerenza stilistica, largamente tributaria  del Neorealismo italiano, in particolare di Ladri di biciclette (1948) di Vittorio de Sica (il regista non ne fa mistero). Eimbcke cita fra i suoi modelli anche  The Kid (1921) di Charlie Chaplin. E io mi permetto di aggiungerne un altro, nato anch’esso nell’alveo del cinema di impostazione (post-)neorealista, ovvero  Dov’è la casa del mio amico (1987) di Abbas Kiarostami.

Col che si sarà intuito che al centro della vicenda c’è un bambino, Christian, interpretato dal sensazionale Bastian Escobar. Si dirà: è facile far recitare un bambino, è facile costruire empatia di fronte alla figura di un bambino, ma c’è modo e modo, bisogna saperlo fare in modo credibile, non bisogna indulgere alla piacioneria. E Eimbcke sa farlo.

Christian non è il primo a entrare in scena nel film; la prima cosa sono gli animali di cui il titolo, ossia le mosche, che sadicamente perseguitano Olga (Teresita Sánchez; anche lei bravissima) una donna che vive sola in una casa al piano alto di un casermone. Lo si capisce da come si muove, dalle cose che (non) fa, dal fisico corpulento e trascurato che Olga non sta particolarmente bene e che le mosche di cui non riesce a liberarsi arrivano, per soprammercato, ad amareggiarle la vita, a renderla ancora più torva e nervosa. Dovrebbe anche operarsi per un brutta malformazione a un piede, ma non ha i soldi per farlo. Unica distrazione, e dice tutto, gioca a Sudoku al computer, un computer che sembra un residuato bellico da quanto è vecchio. Ho pensato che il film fosse ambientato negli anni ’90, ma nessun’altra traccia sembra andare in quella direzione. L’unico segnale temporale che il film ci offre è un calendario alla parete del 1986, ma capiremo ben presto che è un calendario da molti anni rimasto lì appeso.

L’orrendo casermone si trova di fronte a un grande ospedale e Olga decide di affittare una stanza a Tulio (Hugo Ramírez) che aspetta l’esito di un’operazione/di un trattamento della moglie che, lo si capisce ben presto, è malata di cancro. La donna, confermando la pessima impressione che ha dato di sé gli chiede una cifra esosa che lui non può rifiutarsi di pagare. Ma insieme a lui,  c’è anche Christian che viene imbucato nella stanza del padre. E quando Olga lo viene a sapere, s’incazza ancora di più, spillando ulteriore denaro, quasi a voler vendicare su quei poveracci tutta la sua frustrazione. Ma Christian, con la sua innata simpatia, con la sua insistente gentilezza, con la sua incoercibile tenacia, sarebbe capace di trasformare anche Satana.

Christian vuole due cose: battere il record di punti di un videogioco che si trova in strada non distante dall’ospedale, il videogioco s’intitola Space Invaders Pro, anche quello dalla grafica vetusta appositamente progettata per il film, come ha spiegato il regista; e andare a trovare la madre e portarle un paio di pantofole. Ma entrambe le cose sono difficili: per giocare ci vogliono le monete che non ha, e all’ospedale i bambini non li fanno entrare.

E il ragazzino s’ingegna, e la sua tenacia smuove finalmente la rigidità, l’anaffettività in cui è precipitata Olga (il padre per sostenere le spese si è trovato un lavoretto e sparisce di fatto trasformando la relaziona a tre in un rapporto a due). Insomma assistiamo a ciò che nella tragedia greca risponde al termine peripezia, ovvero un accadimento imprevisto che modifica radicalmente il resto del plot. Fra Olga e il bambino nasce una complicità a tratti commovente, le scene girate nella casa di Olga, una casa fino ad allora inospite oltreché piena di mosche sono memorabili – e Christian, con l’aiuto della donna, riesce a raggiungere entrambi gli obiettivi che si era preposto: batte il record ed entra in ospedale. Ma nessuno dei due approdi si rivela particolarmente gioioso, anzi – e non ne rivelerò il motivo perché sono abbastanza certo che il film arriverà in Italia, se poi riceverà un premio, come mi auguro, a maggior ragione. Dico solo che alla fine una mosca torna, ma ha la leggerezza di una farfalla.

Forse la cosa più bella di questo film è la scelta, davvero originale, di creare una credibile analogia fra due Leitmotive del film: gli invasori dello spazio contro cui Christian combatte senza tregua, fino – appunto – a raggiungere il record di punti mai realizzati e le cellule maligne che invadono il corpo della madre. Un’idea geniale, pur nella sua semplicità.

Ma è bella anche la decisione, al di là degli omaggi al Neorealismo di girare in bianco e nero, una scelta che rimarca in modo nitido e cristallino le architetture che contraddistinguono il film: le inquadrature degli spazi interni, le facciate, soprattutto quella dell’ospedale, con le luci che si accendono e si spengono (inquadrature che sembrano a loro volta dei videogiochi), inquadrature dei  casermoni di Città del Messico.

Ah, a proposito di Città del Messico e di bianco e nero, difficile non pensare a Roma (2018) di Alfonso Cuarón. Anche se poi, nei titoli di coda, Eimbcke ringrazia Alejandro González Iñárritu. Beh, in ogni caso, il regista si innesta nella migliore tradizione del cinema messicano contemporaneo.


Moscas – Regia: Fernando Eimbcke ; sceneggiatura: Vanesa Garnica, Fernando Eimbcke; fotografia: Maria Secco; montaggio: Salvador Reyes Zúñiga, Fernando Eimbcke; interpreti:  Teresita Sánchez (Olga), Bastian Escobar (Cristian), Hugo Ramírez (Tulio); produzione: Teorema, Kintitlián; origine: Messico, 2026; durata: 99 minuti.

One thought on “Moscas di Fernando Eimbcke (Concorso)

  1. Per me il più bel film del Festival dei soli 11 che ho visto! Grazie per la recensione che condivido totalmente, anche riguardo il ringraziamento a Inarritu, invece che a Custon ( pur essendo io ad aver acquistato per l’Italia il suo capolavoro Amores Perros!)
    Che peccato che la Giuria del concorso l’abbia trascurato.

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