
Nell’ormai lontano 2011 Mahnaz Mohammadi, attivista per i diritti delle donne e regista iraniana, mandò una lettera da Teheran al 64° Festival di Cannes dove era stata invitata, che il regista Costa-Gavras lesse per il pubblico: «Sono una donna e una regista, due motivi sufficienti per essere trattata come una criminale in questo Paese». Dal 2007 al 2011 infatti era stata imprigionata ben tre volte. Di nuovo, nel 2014, è stata arrestata e condannata a cinque anni di carcere per “aver messo in pericolo la sicurezza nazionale” e per “propaganda contro il regime iraniano”. Le autorità del suo paese l’hanno accusata di spionaggio, cosa che lei ha sempre negato.
Ora Mohammadi presenta, dopo il precedente Son – Mother (2019), premio speciale della giuria del concorso “Alice nella città” alla Festa del Cinema di Roma nel 2019, la sua seconda opera di fiction, lo psicodramma autobiografico Roya girato in condizioni di semi-clandestinità, e incentrato sulle vicende di un’insegnante incarcerata per le sue convinzioni politiche, costretta a scegliere tra rilasciare una falsa confessione pubblica alla televisione o affrontare una lunga e punitiva detenzione.
Il film è il tentativo di rielaborare il lutto, l’incubo del suo incarceramento nella terribile prigione di Evin a Teheran, ormai considerata il simbolo dell’apparato repressivo della Repubblica Islamica, luogo dove il regime mette a tacere il dissenso politico, religioso e altre forme di attivismo attraverso la paura, la tortura e la violenza fisica, ma anche e soprattutto con il terrore psicologico. Proprio quello che vediamo succedere in Roya. Già da questa breve premessa si può ben capire che si tratta di un’opera tutt’altro che facile, ma dura e tormentata. In essa la regista ha espresso tutte le paure e le sofferenze che la sua memoria ha conservato della sua terribile esperienza di donna dissidente, sgradita alle Guardie rivoluzionarie.
Per tutto il film la protagonista Roya Ahmadi (Melisa Sözen) non dirà una parola, forse perché non esistono parole per spiegare certi orrori, ma solo la verità delle immagini. Le prime che vediamo sono quelle delle dita di una mano scorrere fra i solchi di scritte sul muro incise dalle prigioniere precedenti. Le prime sequenze del carcere non ci risparmiano nulla del terrore, eppure è poco quello che riusciamo a scorgere da sotto il chador di Roya, fra immagini mosse e sfuocate del pavimento e qualche sagoma lontana illuminata dalla luce artificiale di una torcia elettrica, mentre viene fatta uscire dalla sua cella ed accompagnata ad un interrogatorio. Ma ne percepiamo il passo insicuro mentre cammina nel lungo corridoio, il respiro tremante, e udiamo le voci aggressive dei carnefici e le urla delle altre carcerate. Poi, finalmente la luce del sole, e a Roya, anche se per pochi giorni, viene concesso in regime di semi libertà, di rientrare nella sua abitazione. L’aspetta la dura notizia della morte violenta della sorella che a quanto pare è deceduta in sua difesa. Il padre malato e demente condivide il suo mutismo. Tornata a casa si rende conto che anche questa è diventata un luogo poco rassicurante, controllato a vista, invaso da presenze estranee. Quelli che una volta erano i gesti del quotidiano, come aprire il frigorifero, accendere il bollitore, si trasformano ora in atti meccanici prodotti da un automa che agisce senza consapevolezza. I ricordi si mescolano alla realtà del presente fino a far perderne i confini. Il proseguimento della narrazione, infatti, si scosta da un racconto lineare e reale degli eventi, seguendo piuttosto un dolente rievocare di fantasmi. L’incubo del carcere continua fino al ritorno al carcere. E lì non c’è modo di evadere alla dolorosa presa di posizione. Esistere equivale a resistere.
In occasione dell’uscita del suo film, Mohammadi ha dichiarato: «La resistenza qui non è un atto di opposizione, ma un rifiuto di scomparire, un modo per rimanere presenti quando il terreno sotto i nostri piedi non è più stabile».
Roya – Regia e sceneggiatura: Mahnaz Mohammadi; fotografia: Ashkan Ashkani; montaggio: Esmaeel Monsef; musica: Andrius Arutiunian; scenografia: Alborz Malekpour; interpreti: Melisa Sözen, Maryam Palizban, Hamid Reza Djavdan, Mohammad Ali Hosseinalipour, Bacho Meburishvili; produzione: Amour Fou Luxembourg, Enkeny Films, Europe Media Nest, PakFilm; origine: Germania/Repubblica Ceca/ Lussenburgo/ Iran, 2026; durata: 92 minuti.
