La cosa più interessante, e forse l’unica, di ogni (ormai) ennesimo episodio della serie di Scream, dal film originale del 1996 di Wes Craven, sta nella proliferazione estenuante delle motivazioni che attivano il nuovo Ghostface di turno e permettono al meccanismo narrativo di riattivarsi e portate fino in fondo film, o episodi, dalla durata anche notevole (quasi due ore). In questo Scream 7, esauriti figli e nipoti dei protagonisti della prima tornata, si cerca così di ricominciare da un nuovo inizio, incarnato sulla scena dalla Scream Queen, Sydney Prescott, che, da subito, si era messa in contraddizione con lo stereotipo della vittima dell’ horror (una riscrittura che Craven aveva già messo in atto con la Nancy anti Freddy Kruger di Nightmare-Dal profondo della notte, 1984): non più la bionda urlante che scapa nella direzione sbagliata, le scale invece che la porta, ma una giovane donna determinata, perspicace, con una tenuta psicologica ed emotiva (in virtù dei traumi subiti) quasi inesauribile, in grado non solo di combattere l’assassino di turno, ma di annientarlo con quasi egual spietatezza e ferocia. Dopo trent’anni di alterne persecuzioni e aggressioni, o “assalti” come rende ben più efficacemente e selvaggiamente il corrispettivo termine inglese, Sydney non ha di fatto superato quel senso permanente di minaccia, ed è diventata diffidente, preoccupata, paranoica. La paura ha però sempre un fondo di realtà, nonostante Kevin Williamson, l’ideatore e sceneggiatore del dispositivo Scream che in questo settimo lungometraggio ha curato anche la regia, chieda qui in maniera più spudorata che mai la sospensione del principio di incredulità.

Al centro c’è il solito conflitto generazionale, la frattura tra genitori e figli, virata in un senso materno: tutto comincia quando Tatum, la figlia di Sydney, nel frattempo trasferitasi in un’altra cittadina provincia che sembra la calcomania di Woodsboro, il sobborgo californiano scenario dei primi omicidi, ha la stessa età della madre all’epoca degli eventi in questione. Nonostante una casa controllata da codici d’accesso e dal suo sguardo allertato, nonché un marito capo della polizia locale, il sentore di una potenziale minaccia non si è mai allentato. Il killer mascherato si riannuncia infatti fin dalla sequenza d’apertura, altro topos della serie, attraverso l’esecuzione di un duplice delitto, tra l’altro consumato fino alla fiamme nella casa a tema dedicata a Stab (2020), il film nel film ispirato al romanzo della spregiudicata report Gale Weathers, a sua volta ispiratasi ai fatti “reali” di quella mattanza. L’atteggiamento magari eccessivamente, ma cautelativamente, protettivo della donna ormai adulta nei confronti della primogenita (ha altre due figlie minori che forse serviranno per successive digressioni della storia…), lascia trasparire i sintomi di un’ossessione al contrario: alla ragazza ha dato comunque il nome della sua “ultima” migliore amica di un’adolescenza precocemente interrotta, interpretata nello Scream 1996 dalla mitica Rose McGowan che, con spiazzante ironia, moriva schiacciata sotto il peso della porta elettrica di un garage, apostrofando il terrificante Ghostface con un dissacrante “Casperino”. E Tatum intuisce cosa c’è dietro la rigidità della madre, respingente perfino nei confronti del classico fidanzatino che spunta nella dalla finestra della cameretta, come ci aveva abituato, con un tono decisamente più soave e romantico, l’appena compianto James Van Der Beek /Dawson di Dawson’s Creek, il teenage drama del 1998 creato sempre da Williamson.
Come si diceva, non è però tanto sapere chi è l’ennesimo emulatore dello squartatore cinefilo e nerd a tenere desta l’attenzione e l’interesse, quanto l’aggiornamento dei perché e dei per come i delitti vengono messi non tanto in (una) scena, quanto, oramai, sulle differenti scene, per formato, consistenza e impatto percettivo. La transmedialità di Scream rimane dunque il suo punto di forza, il nucleo espressivo più interessante, per quanto stancamente girato a vuoto: gli omicidi avvengono dunque nella casa museo degli orrori, dove la differenza tra l’esperienza simulata dal vero o vissuta per davvero è lo scarto che ha spesso segnato la disponibilità metalinguistica del cinema horror, la messa in abisso del suo processo di svelamento/squarciamento di strutture sociali e culturali dove ogni pulsione è repressa, negata, omessa fino ad essere appesa con le viscere esposte o calata dal soffitto del salotto di una viletta a schiera; la provincia dove vivono Sydney e Tatum è fatta di strade, parchi, locali svuotati dalla presenza umana, che sono già adibiti ad essere il set di inseguimenti e sbudellamenti reiterati fino al parossismo di una morte impossibile ( senza cadere nella trappola dello spoiler, diciamo che qui c’è chi sopravvive ben oltre la sospensione del principio di incredulità..); infine c’è, inevitabilmente e nonostante l’atmosfera che mantiene una materialità e una corporeità piuttosto nostalgiche dell’effetto splatter, la dimensione virtuale utilizzata però in una chiave piuttosto perturbante: ad un certo punto appaiono infatti sugli schermi sincronizzati di vari computer e tablet alcuni personaggi, vittime e carnefici, dei precedenti film, tutti uccisi con il terminale e necessario colpo di pistola in testa. A livello diegetico si tratta ovviamente di una riproduzione tramite una sofisticata applicazione di intelligenza artificiale ad opera dell’assassino, la cui conoscenza è il segno di una possibile colpevolezza del sospettato; in realtà sono delle partecipazioni cameo degli attori, vivi e veri, che avevano interpretato quei ruoli nei film precedenti.

Uno scacco, chissà quanto intenzionale, alla tecnologia che vuole disumanizzare e disincarnare l’immagine cinematografica, salvo poi restare incagliata in una terra di mezzo dove l’esistenza e la presenza restano la sostanza delle ombre e dei fantasmi, o quantomeno permettono al dubbio e all’ambiguità di insinuarsi e di portare avanti la rappresentazione. E i vari killers di Scream sono stati in fondo ogni volta dei simulacri, dei doppi, delle repliche; l’espressione di incastri sessuali e affettivi con ostinate e morbose proiezioni di devianti desideri, sovrapposizioni di sentimenti e di codici, di esaltanti e stordenti sensazioni adolescenziali e di perversioni indotte dalle stratificazioni di immaginari true crime. Ciò che si avverte è una fisiologica stanchezza del format che, con acutezza, sembra essere in parte inserita e tematizzata all’interno stesso dei dialoghi, anche perché l’impronta cinefila e citazionista è dichiarata: ad esempio viene menzionato La casa nera (1991) di Wes Craven e vediamo successivamente una sequenza nella quale Syndney e Tatum fuggono attraverso i cunicoli delle pareti della loro casa, infilzate dalla lama di Ghostface, cosi come avveniva ai due ragazzini prigionieri di quel film del 1991, perseguitati dai sadici e razzisti proprietari. A un certo punto viene però detto un “ adesso basta con le regole”, che erano state il filo conduttore almeno della trilogia iniziale per identificare le mosse dell’assassino, e gli stessi sospettati si autodefiniscono con annoiato sarcasmo dei cliché. C’è inoltre il momento del provvidenziale ritorno di Gale Weaters, introdotto da un primo, sventato assalto alla famiglia Prescott, girato alla stregua di una scena della contro saga demenziale Scary Movie. Per sottolineare quanto ormai questo mondo sia talmente ripiegato su se stesso da includere perfino la sua parodia, anche se pure la traccia ironica, nell’andirivieni di specchi tra finizione e finzione-finzione, non era mai venuta meno. Comunque, considerando che ci sono delle soap opera partite all’epoca della radio e durante anche settant’anni, non ci stupirebbe se altri capitoli, distribuiti sui vari device, continuassero ad accompagnare le lettere dell’alfabeto delle generazioni prossime e anteriori.
In sala dal 25 febbraio 2026.
Scream 7 – Regia e soggetto: Kevin Williamson; sceneggiatura: Kevin Williamson, Guy Busick; fotografia: Ramsey Nickell; montaggio: Jim Page; musica: Marco Beltrami; interpreti: Neve Campbell, Courtney Cox, Isabel May, Jasmin Savoy Brown, Mason Goodwin, Anna Camp, Matthew Lillard, Joel McHale, McKenna Grace, Celeste O’Connor; produzione: Spyglass Media Group, Project X Entertainment; origine: Usa, 2006; durata: 114 minuti; distribuzione: Eagle Pictures.
