In un momento geopoliticamente cosi precario e sull’orlo dell’abisso (o forse bisogna solo acquisire la lucidità necessaria per vedere fino a che punto vi siamo già immersi), le incertezze e i fremiti di Doe/Ferdosa e di Muna, le due adolescenti protagoniste di Brides – Giovani Spose, esordio alla regia della britannica Nadia Fall (che viene da una formazione e da un’esperienza prevalentemente teatrali) risuonano con una particolare autenticità, anche per il fatto di provenire dagli affondi impulsivi e dai movimenti oscillanti, dei quali solo l’età giovane sembra essere capace. Proprio L’età giovane (2019) dei Dardenne potrebbe essere il riferimento di un possibile crocevia di storie e di racconti che affrontano la questione, sempre più complessa, del senso di appartenenza e di identità in un mondo ormai cosi aperto e sconfinato da una parte all’altra, che solo il potere eterodiretto vuole mantenere irrigidito in confini, muri, distanziamenti.

Come l’Ahmed protagonista del film dardenniano, anche le due amiche di Brides sono mussulmane integraliste, figlie di emigranti, che vivono in un Inghilterra particolarmente insofferente e intollerante e che, proprio in quello che dovrebbe essere il contesto più protetto di inclusione e di confronto, la Scuola, catalizza le più brutali manifestazioni di xenofobia, buttate addosso senza filtri dall’imprevedibile reattività adolescenziale. L’unica via d’uscita da una situazione che gli adulti, sia gli insegnanti il cui intervento oscilla tra l’indifferenza e la punizione, sia i genitori che omettono le contraddizioni di un faticoso processo di integrazione, non vogliono vedere se non nel risvolto delle sue estreme conseguenze. Ma se Ahmed scampa al pericolo del fanatismo grazie all’amorevole contatto con una mano tesa verso di lui, e che trasforma l’esito programmato del martirio ideologico subito ed inflitto nel campo largo di un altro incontro possibile, Muna e Doe (il nomignolo che le mette l’amica e che potremmo affettuosamente tradurre in “cerbiatto”) vanno fino in fondo alla loro scelta ortodossa: insieme fuggono verso la Siria dove si aggregheranno con quello che è verosimilmente un gruppo di lotta armata, forse collegato alla Jihad islamica, anche se il film resta volutamente più generico nel definire la meta e lo scopo del viaggio; quello che interessa a Fall è esplorare la relazione di fiducia e di affetto che si stabilisce tra queste due giovani donne, laddove intorno a loro ogni rapporto è dettato dalla rabbia e dalla diffidenza. La stessa decisione che le fa muovere è raccontata con una serie di digressioni, di spostamenti, di esitazioni che attraversano in particolare il corpo acerbo e lo sguardo spaurito e tenero, da cerbiatta appunto, di Doe, la cui prospettiva è quella privilegiata. I flashback sulla madre amatissima, per quanto perduta, secondo la ragazza, dietro allo svilente comportamento delle donne occidentali che si danno via a uomini violenti e viziosi, non hanno dunque una funzione narrativa, non servono ad esplicare o a comprendere di più rispetto alla storia, molto elementare nei suoi elementi di realistico Coming of age on the road. Si tratta al contrario di schegge calde e a tratti struggenti, dove c’è anche il momento del (già) ricordo di un flirt che Doe ha avuto il tempo di concedersi con un gentile e premuroso ragazzo mussulmano. Sono come macchie di colore e di tepore di uno scenario che si sta per tingere, minacciosamente, con il suono dei mitragliatori e le traiettorie di una gestualità perentoria, rigida, pragmatica, quella della guerriglia terroristica, che include l’impatto traumatico con una probabile, precoce morte, che sia la propria o quella della vicina di sorellanza.

Non c’è alcun giudizio, comunque, nei confronti della progetto che si autoimpongono Doe e la sua compagna di viaggio, se non la descrizione di un clima talmente esasperante e soffocante da costringere quasi a scaricarne il peso e la pressione, anche di un presagito senso di colpa, su un’azione radicalmente decisiva. L’assenza di forzature e la levigatezza della luce albeggiante con le quali la regia sta addosso, ma non troppo, alle sue personagge, lasciando in ogni inquadratura il margine spaziale per includerle entrambe, anche negli inciampi e nei fraintendimenti, è il maggior pregio di un esordio che talvolta non mette a fuoco, con la giusta incisività, il radicamento ideologico come risposta allo sradicamento antropologico e culturale. Pur rinunciando ad una modalità più didascalicamente esplicativa, alle immagini manca quel graffio, quell’impronta, quel peso specifico che non ha a che fare solo con il penetrare in forma intersezionale la frattura culturale e religiosa endemicamente penetrata sotto un tessuto talvolta solo fattivamente, e quasi mai sostanzialmente, multiculturale. Un nucleo ancora più potente, e turbante, risiede nell’attuazione rabbiosa e aggressiva di una fisicità in itinere, che sta allineando il proprio modo di stare al mondo sulla polarità della prepotenza e di un primitivo occhio per occhio. In questo senso, entra forse troppo tardi in scena la figura di Muna, più impulsiva e selvaggia, e più propensa a farsi portatrice di un ineluttabile messaggio distruttivo, dove il dubbio non è contemplato, e la paura è il lubrificante che le fa spalancare, con sfrontatezza e ferocia, i propri occhi sopra i luoghi familiari e sconosciuti di un pericolo permanente. Anche a causa della breve durata, appena un’ora e mezza, che purtroppo non possiede l’efficacia della concisione e della stringatezza, Muna fa fatica ad entrare in scena e, quando questo accade, si espone in un carico drammaturgicamente troppo ansioso e istrionico per compensare l’implosa e sottile incertezza di Doe ( d’altro canto più rigorosa e centrata anche nella decisione di cambiare vita).
L’impressione è allora quella di un abbozzo interrotto nel suo evocare contraddizioni più caotiche e non controllabili, ma che, considerato in una coincidenza più stretta tra il punto di vista dell’autrice e il punto di vista delle protagoniste, potrebbe risolversi proprio nell’impossibilità di sciogliere dei nodi cosi legati alla dimensione carnale ed emotiva di queste ragazze inquiete. La transizione dal disagio esistenziale al salto nel vuoto della militanza guerrigliera sta probabilmente in quello spazio opaco, indefinito, manipolabile tra la propaganda bellica, ormai anche e soprattutto virtuale, e i legami vissuti nella prossimità di un contatto tangibile, tra l’adesione incondizionata a una serie di precetti e i disorientamenti concreti della strada che collega i punti, e i poli, e che lascia dietro di sé una scia di rimpianti e di ripensamenti. Con in testa la finta sicurezza indossata di un’uniforme, e nelle mani il bisogno di cercarsi per non sentirsi sole, prima di affacciarsi sulla veduta spaventosa di un’apocalisse.
In sala dal 5 marzo 2026.
Brides – Giovani Spose (Brides) – Regia: Nadia Fall; sceneggiatura: Suhayla El-Bushra; fotografia: Clarissa Cappellani; montaggio: Fiona Desouza; musica: Alex Baranowski; interpreti: Ebada Hassan, Safiyya Ingar, Leo Bill, Arthur David, Sinead Matthews, Yusra Warsama, Ali Khan, Cemre Ebuzziya, Aziz Capkurt, Derya Durmaz, Kathryn Hanke, Fiona Helen Armstrong; produzione: Nicky Bentham, Marica Stocchi; origine: Gran Bretagna, 2026; durata: 96 minuti.; distribuzione: Rosamont.
