E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare di Beatrice Minger, Christoph Schaub

Al centro di E.1027 – Eileen Grey e la sua casa sul mare c’è un conflitto irrisolto. Si potrebbe sostenere che Le Corbusier non abbia fatto nulla di “sbagliato”: quando arrivò, Eileen Gray non viveva più nella casa, e Jean Badovici gli diede il permesso di dipingere i murali. Ma è accettabile appropriarsi della visione artistica di un’altra persona? Per me, no. Da questa inquietudine è nato il film, afferma la regista Beatrice Minger che lo ha realizzato in collaborazione con Christoph Schaub, ed ora in uscita nelle nostre sale distribuito dalla benemerita Trent Film.

Parigi negli anni ‘20 era un sogno delirante, “gli anni folli”, il vecchio mondo a seguito della guerra andò in pezzi, si percepiva il bisogno di crearne uno nuovo. La storia di Eileen Grey trova una cornice proprio da questa impressione, tra sogno disincantato e concreto bisogno di vita. Seguono il gioco, lo scherzo, le invenzioni e illusioni del materiale d’archivio di quegli anni che accompagnano la passeggiata dell’artista intenta a contemplare il vuoto spazio riempito di quantità. In un gioco tra documentario e finzione, poco importa, seguiamo le orme traslucide della protagonista che, come un corpo sospeso, si muove, contempla, si dimena in slanci e pensieri che trascorrono le forme. “Fin da bambina ho avuto la sensazione che il mio corpo fosse da una parte e la mia testa da un’altra, il mio corpo vulnerabile è sempre stato una limitazione ma l’immaginazione non ha avuto limiti” e riferendosi agli oggetti, avendo intrapreso un percorso da principio come designer di mobili già molto innovativi, dice: “La luce, la consistenza, i colori, hanno un ritmo che diventa sinfonia”. Abbiamo chiara difronte a noi la potenza, l’immaginazione viva, trascendentale nella quale l’artista irlandese, entra completamente a farne parte, la afferra questa vocazione, ne sentiamo tutte le pieghe, i disagi, le attenzioni, le sublimazioni nella ricerca costante del legame mistico-umano. Nella sua percezione gli oggetti vibrano, hanno un’anima.

Alla fine degli anni ‘20 Eileen Gray incontra Badovici, giornalista e architetto, che visse un’attrazione magnetica verso l’autrice percependosi nella condizione di una luna in orbita intorno alla sua potenza. I due intraprendono un viaggio seguendo il mare, elemento che fa da specchio al cielo, risonanza dell’indefinibile, verso la Costa Azzurra dove trovando un lotto di terra insieme decidono che quello sarà lo spazio su cui creare, inserire, ridescrivere i limiti, riformulare il tempo, vivere il cammino, contemplazione dell’eterno verso l’agitato essere. In questo gioco disarticolante di aspirazioni necessarie comprende o meglio, forse come una conoscenza implicita in sé stessi, concepisce la casa come un corpo, quindi partire dall’interiore e iniziare così stimolando l’anima e poi l’esterno, prolungamento di noi stessi, nostro conforto, nostra estensione spirituale. Consapevole e percettiva la casa ti inghiotte e da libero accesso agli istinti primordiali. “Voglio ritornare alle emozioni, alla vita, mente e cuore insieme, la vita è tutto” così afferma generando la filosofia di un’arte che non è un passaggio bensì una transizione da uno stato materico ad uno slancio intimo e umanamente necessario, in netto contrasto con la logica e rigorosità ricercata da Le Corbusier, tra i più importanti architetti innovatori del 900. Da questo principio, lo sviluppo della crepa che porta Eileen Grey in un mondo sconfinato di possibilità, non arginate o limitate dalla rigorosità appunto, bensì vive nella ricerca estasiatica dell’essere, nella scomposizione materica verso il raggiungimento di una ricerca di conoscenza sì ma anche desiderio di sorprendersi, abbracciare il gioco della vita; Jeanne Moreau direbbe “Le tourbillon de la vie”, nel vortice della Nouvelle Vague.

La casa come corpo, a volte ingombrante nelle sue pieghe la si ritrova anche nella dicitura E.1027 laddove E sta per Eileen, 10 per Jean, 2 per Badovici e 7 per Grey “le nostre iniziali intrecciate, incastrate e aggrovigliate”. Una casa nata per Badovici, per lavorare, per fare sport, accogliere gli amici, per poi rendersi conto che quella creazione fosse in realtà per lei stessa, un luogo in cui rifugiarsi, dove potere andare e passare inosservata, libera. Eileen Gray

Di lì a poco qualcosa cambiò, come il vento, d’improvviso negli anni ‘30 molti artisti e aristocratici si trasferirono in Costa Azzurra, modificando la condizione umanizzante che così radicalmente si era cercato di portare avanti. I visitatori inglobati nel ruolo utilistico a questa società, bloccavano il flusso creativo. Arrivò alla conclusione che ciò che cercava non esisteva e che si trovasse da un’altra parte. Così due anni dopo la costruzione di quella casa, partì. Da quel ricordo, più simile ad un presagio che altro, disse: “Lasciai la casa, i ricordi restano ancorati alle cose, meglio ricominciare da capo”. Quel viaggio significò per Badovici abbandono. Di lì a poco il racconto apre lo scenario alla rabbiosa cultura del tempo, spesso ripiegata in sé stessa ma comunque in dialogo aperto e costante.

Le Corbusier amico intimo di Badovici, scopre la E.1027, ipnotizzato come un incantesimo, afferma: “sconosciuto e familiare allo stesso tempo, mi attrae e mi chiama, mi stringe, mi parla e mi scaccia come fossi un intruso, emana serenità. Non è solo architettura, la sua bellezza mi fa male”. Come in una febbre creativa e spinto dall’amico Jean, comincia rapito, a riscoprire l’arte pittorica, così le parete bianche in quegli spazi definiti “noiosi” vengono dipinte da opere che emanano grande sentire oltre che ispirazione, peccato però che quel gesto febbrile, rappresenti comunque una delle posture proprie della società moderna:“La predatorietà”, laddove opere o spazi di artisti vengono invasi nella sicura ossessione che le proprie gesta possano migliorare se non completare quelle altrui, prendendo non solo ispirazione ma rapendo del tutto sensibilità, sentire, intimi spazi frutto di anime nate da tormenti che trascendono il pensiero. In ogni caso la casa ebbe risonanza e l’artista svizzero non fece nulla per impedire la falsa credenza che fosse lui il progettista della casa, vinto dall’ossessione del primato e della riconoscenza delle sue ricerche. Eileen Gray scoprì solo successivamente alla Seconda guerra mondiale gli affreschi sulle pareti mostrando tutto il suo sdegno ma sempre con una eleganza senza pari, figlia della sua attitudine trascendentale alla vita. L’intestazione della casa per giunta era a nome di Jean Badovici e alla sua morte senza testamento, andò all’asta, comprata da una gallerista di Zurigo molto vicina a Le Corbusier, fino al totale abbandono e poi restauro degli ultimi anni.

Il linguaggio leggero con inquadrature mai del tutto statiche rappresentano dei veri e propri tableau vivant che seguono la danza del mistero mistico aldilà dello spazio, si percepisce nelle pieghe del montaggio la sacra sinfonia del tempo che ha guidato noi spettatori nell’immersione intrinseca all’espressione umana e artistica di Eileen Grey, mai doma sempre estranea all’alterità consumistica di un mondo purtroppo estremamente definibile.

Eileen GrayVerso la fine degli anni ‘60 decise di ritirarsi a vita privata “il mondo sta svanendo, non esco di casa gli spazi aperti mi spaventano”. Non riuscì più, per sua volontà, ad entrare nella E. 1027 non tanto per lo spirito deturpato della casa quanto perché ciò che cercava, il suo posto, lo aveva ormai trovato nella sua immaginazione e nella sua creazione. Un viaggio che costeggiando il mare rispecchia ciò che un’opera d’arte con un’anima fa quando deturpata e non rispettata rigetta il superfluo come un corpo ammalato fino a dissolversi e lasciare che oggi rimangano solo osservatori incapaci nel loro ruolo ad andare oltre, sfiorando la superficie, senza vivere, però, la follia dell’inatteso.

Un cinema semplice, tendente alla sublimazione della sua intimità, capace di osservare e catturare l’anima, il corpo, le voci e i desideri di un’artista necessaria, urgente per nulla subalterna alle logiche strutturali che nel tempo hanno riempito di quantità demistificanti la ricerca entusiastica della trascorrenza.

  «Gray dovette affermarsi come una delle prime architette in un mondo dominato dagli uomini» – ha dichiarato il co-regista e co-sceneggiatore Christoph Schaub – «Portò una voce femminile nel dibattito modernista. L’interesse di Le Corbusier per la sua casa generò una storia emotiva, quasi un dramma. Per raccontarla abbiamo scelto un approccio radicale: niente interviste, niente esperti, niente ricerca della “verità” documentaria. Abbiamo preferito l’astrazione: creare uno spazio cinematografico dove emozioni e domande potessero emergere. Un luogo in cui anche Eileen Gray potesse interrogare sé stessa».

In sala dal 12 marzo 2026.


E.1027 – Eileen Grey e la sua casa sul mare (E.1027: Eileen Gray and the House by the Sea) – Regia: Beatrice Minger; Co-Regia: Christoph Shaub; sceneggiatura: Beatrice Minger e Christoph Shaub; fotografia: Ramon Giger; montaggio: Gion-Reto Killias;musica: Peter Scherer; interpreti: Natalie Radmall-Quirke, Axel Moustache, Charles Morillon, Vera Flück; produzione: Philip Delaquis, Frank Matter per Das Kollektiv für audiovisuelle Werke Gmbh,  Soap Factory Gmbh; origine: Svizzera 2024; durata: 83 minuti;  distribuzione: Trent Film.

 

 

 

 

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