Il tempo è ancora nostro di Maurizio Matteo Merli

Il tempo è ancora nostro, opera prima di Maurizio Matteo Merli, approda nelle sale italiane il 7 maggio dopo una vetrina di prestigio all’81° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Prodotto da Father & Son insieme ad Aurumovie, il film giunge al pubblico forte di un palmarès internazionale che ne ha già riconosciuto il valore in diversi festival. Non si tratta però solo di un esordio, ma di un ideale passaggio di testimone: il regista è infatti figlio di Maurizio Merli, volto iconico del “poliziottesco” anni Settanta. Questa eredità genetica non è solo un dettaglio biografico, ma una traccia profonda che attraversa l’intera pellicola, influenzandone il ritmo, le inquadrature e l’ambizione di recuperare un cinema di genere diretto ed essenziale. La sinossi ci porta in un viaggio temporale che parte dal 1989. Stefano e Tancredi sono due dodicenni che condividono i sogni dell’infanzia sui campi da golf, nonostante le abissali differenze sociali: il primo abita nelle case popolari ed è figlio del giardiniere Costantino, il secondo è di estrazione borghese ma orfano di padre. Guidati da Costantino, che per Tancredi diventa un padre putativo, sognano i green dell’European Tour. Tuttavia, la vita li separa drasticamente. Nel 2022, Tancredi (Ascanio Pacelli) è un uomo di successo nella finanza, ricco e affascinante, la cui vacuità interiore sta però sgretolando il rapporto con la figlia. Stefano (Mirko Frezza) è invece un’anima allo sbando, reduce da vent’anni di tossicodipendenza e comunità di recupero. Il loro incontro, mediato dal ritorno al golf, diventa l’ultima chiamata per un riscatto morale e umano, una “diciottesima buca” dove il colpo precedente ha disegnato il presente, ma l’ultimo resta ancora tutto da giocare. Il cast rappresenta uno dei pilastri fondamentali de Il tempo è ancora nostro, sebbene con esiti alterni. Ascanio Pacelli incarna con naturalezza il prototipo dell’altoborghese nobile e fatuo, un personaggio che sembra cucito addosso alla sua immagine pubblica ma che qui deve scavare nelle pieghe di una crisi familiare silenziosa. La vera rivelazione è però Mirko Frezza. La sua presenza scenica trascende la semplice recitazione: Frezza porta in dote una “veracità” romana che affonda le radici nella tradizione dei fratelli Citti e di Pasolini, filtrata attraverso il cinismo e la saggezza popolare di Franco Califano. Il suo è un corpo attoriale potente che dà credibilità a un personaggio difficile, quello del proletario integerrimo ma fragile. Di grande impatto è anche la partecipazione di Andrea Roncato nel ruolo di Costantino. Lontano dalle sue storiche maschere comiche, Roncato offre un’interpretazione misurata e malinconica, un mentore che a tratti ricorda il personaggio di Mickey Goldmill in Rocky, capace di trasformare il golf in una filosofia di vita. Completano il quadro Miguel Gobbo Diaz, Viktorie Ignoto e Simone Sabani, che sostengono le sottotrame emotive del film.
Il tempo è ancora nostro
 Mirco Frezza (a destra) e Ascanio Pacelli
Sul piano del linguaggio cinematografico, Maurizio Matteo Merli compie un’operazione complessa e rischiosa. Il film è infarcito di citazioni e tic stilistici che omaggiano il cinema del padre e la tradizione dello “sganassoni-movie” di E.B. Clucher (si arriva a citare Anche gli angeli mangiano fagioli). Merli usa spesso campi e controcampi strettissimi, quasi “leoniani”, che focalizzano l’attenzione sullo sguardo dei protagonisti nei momenti di massima tensione agonistica. Tuttavia, questo apparato citazionistico appare a tratti “arronzato”, affastellato senza una reale integrazione organica nella narrazione, rischiando di scadere nello “stracult” involontario. Interessante, seppur problematico, è l’uso dell’idioletto: il film mescola il vocabolario tecnico e settoriale del golf con un romanesco iper-dialettale, una scelta che garantisce autenticità ma che talvolta mette a dura prova l’intellegibilità dei dialoghi fuori dal Grande Raccordo Anulare. Il giudizio critico su Il tempo è ancora nostro non può prescindere da una constatazione: il golf è uno sport difficilmente filmabile. Se la boxe ha trovato nel cinema una sponda perfetta, il ritmo lento del golf rischia di rendere le sequenze sportive didascaliche e prolisse, quasi dei promo istituzionali. La sceneggiatura, inoltre, soffre di dialoghi talvolta tagliati con l’accetta e di una struttura drammaturgica che segue troppo pedissequamente il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler (entusiasmo, caduta, morte del mentore, riscatto finale – un riscatto paradossale che cita ancora il già citato Rocky), senza discostarsi mai da binari troppo prevedibili. La musica, adagiata su ridondanze melodiche da lounge-bar, non sempre aiuta a sollevare il tono generale della messa in scena. In conclusione, Il tempo è ancora nostro è un esperimento apprezzabile per l’intenzione di sdoganare uno sport spesso etichettato come elitario, trasformandolo in una metafora dickensiana sull’amicizia virile. È un film che può essere letto come un guilty pleasure: imperfetto, talvolta recitato in modo meccanico e visivamente a un passo dal kitsch, ma animato da una passione sincera. Troverà probabilmente il suo pubblico tra gli appassionati del green e i fan della fiction televisiva nazional-popolare (per cui sarebbe stato forse più adatto), ma fatica a imporsi come un’opera di genere capace di dialogare con gli standard qualitativi della serialità di qualità su cui sono ormai settati i più importanti broadcaster o – tanto meno – del cinema d’autore più sofisticato, foss’anche quello “de-genere” dei padri. Resta comunque l’onestà di un racconto umano diretto, che non ha paura di mostrarsi per quello che è: una favola moderna sul perdono, dove il tempo, nonostante tutto, sembra non essere ancora scaduto. In sala dal 7 maggio 2026.
Il tempo è ancora nostroRegia: Maurizio Matteo Merli; soggetto e sceneggiatura: Maurizio Matteo Merli; fotografia: Christian Valeri; montaggio: Daniele Massa; scenografia: Sara Caiffe; interpreti: Ascanio Pacelli, Mirko Frezza, Andrea Roncato, Miguel Gobbo Diaz, Viktorie Ignoto, Simone Sabani; produzione: Mattia Puleo, Maurizio Matteo Merli per Father&Son  e Aurumovie; origine: Italia, 2024; durata: 102 minuti; distribuzione: Father&Son

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