28° Far East Film Festival (Udine, 24 aprile- 2 maggio): una breve panoramica

Far East FestivalArrivato alla ventottesima edizione, il Far East Film Festival conferma il suo status di osservatorio privilegiato sulla cinematografia orientale all’interno di uno scenario cosi geograficamente distante e culturalmente differente come quello della città di Udine. Un luogo che nell’arco dei dieci di giorni di fitta programmazione – 75 titoli, dei quali 52 in concorso e 23 fuori concorso, provenienti da 12 nazioni– si fa crocevia, intersezione, punto di transizione diffusione per cinematografie che, nella carestia distributiva in sala soppianta dall’avvento delle piattaforme in streaming “a tema”, ritrovano la dimensione del grande schermo. Su di esso il tratto talvolta magniloquente, epico, visionario di certe forme di rappresentazione e di racconto viene proiettato nella sua giusta dimensione, nel respiro lungo ed espanso che lo contraddistingue. È il caso di una delle prestigiose anteprime italiane, Kokuho: il maestro di kabuki (peraltro di prossima uscita nelle nostre sale, il 30 aprile) , del coreano naturalizzato giapponese Lee Sang-il, fenomenologia della messa in scena del teatro kabuki, dalla prospettiva interna di soggetti in bilico tra la trasformazione esteriore della maschera e quella più intima dell’identità sessuale; protagonisti sono infatti due attori onnagata, ovvero maschi chiamati a interpretare parti femminili.

Rimanendo nel solco delle grandi storie popolari, riveste attraverso gli occhi di una sensibilità più contemporanea, il taiwanese Foggy Tale di Chen Yu-hsun, si concentra su un personaggio femminile: una giovane contadina, che nella Taiwan controllata e oppressa dalle esecuzioni del Terrore bianco, la legge marziale applicata e promulgata per 38 anni  dal repressivo governo del Kuomintang, compie un viaggio di dignità e disperazione fino a Taipei, per chiedere la restituzione del cadavere del fratello ( già dal plot, una variazione dell’Antigone sofoclea). La vicenda pubblica di un paese, anzi di più paesi, e le vicende private degli individui che vi attraversano le contraddizioni, le tensioni, i desideri, le scenografie e i paesaggi, in opere sorprendenti e dove scoprire magari più di un’affinità con le pratiche e le poetiche del cinema occidentale: nel cinese d’ambientazione tibetana Linka Linka di Kangdrun , ad esempio, le giovani protagoniste sono pedinate nei gesti, negli sguardi e nelle azioni della loro quotidianità nell’arco di tre anni, impressionando sulle immagini il loro sviluppo fisico e psicoemotivo e restituendo, attraverso un raffinato montaggio meta narrativo tra presente e passato, il punto di vista di quei corpi e cuori in progress; una maniera di sovrapporre realtà e finzione, capovolgendo lo statuto tra le due parti, come già nello statunitense Boyhood di Richard Linklater ( nel quale gli interpreti, a partire dal piccolo protagonista, venivano seguiti addirittura in dieci anni alternati di riprese).

Storie di donne al Far East Film Festival che cercano il proprio posto in un mondo dominato da una struttura socio-culturale di derivazione ancora feudale, sotto la durezza della mentalità di un patriarcato primitivo. E questo può valere per l’epoca in cui si vive (a cavallo tra gli anni ’70  e ’80 in Fujiko di Kimura Taichi) o anche per certi cotesti borderline ( il gioco d’azzardo osservato e i suoi emarginati frequentatori, osservato con la partecipazione e la tenerezza di una ragazzina Paper Moon in I Blew Out the Candles Before Making a Wish). E la ricchezza di toni, generi e declinazioni di un sentire la realtà nella sua forma più livida ed intimista o di celebrare lo spettacolo nell’esplicita dimensione di una pantomima millenaria, è ben portata da due film in competizione: il dramma familiare We are all strangers di Anthony Chem, nel quale risuona ancora una volta Linklater ( e prima di lui ovviamente François Truffaut), nel seguire la crescita come persona e come personaggio, nella vita e nella sua imitazione audiovisiva, dei suo attori, a cui ha fatto attraversare, a tutti gli effetti,  la trilogia di un Coming of age, dall’infanzia all’ingresso dell’età adulta:  i due precedenti film/fase sono stati Ilo Ilo del 2013 e Wet Season del 2019, in una scansione temporale di circa sei anni. Di tutt’altro tenore, fin dall’esplicito e iconico/ironico titolo Kung Fu, ovvero un intreccio di immaginario nerd da fumetto di supereroi, un umorismo demenziale, la tradizione del wuxia, il racconto di cappa e spada cinese, adattato all’iper cinetismo tecnologico, volutamente parossistico,  degli effetti speciali. Diretto del romanziere divenuto regista Giddens Ko, che si porta dietro anche una certa inclinazione pulp, si inserisce nel solco di un cinema d’intrattenimento, elemento portante dell’industria cinematografica orientale, capace però di sperimentare, ibridare, contaminare i codici, gli stilemi e le categorie del genere.La sostanza di un cinema materico e anche cinefilo, che parla della realtà transitante e immediatamente prossima e della fantasmagoria pirotecnica e distopica di una remota o futuristica epoca che è stata e che sarà (è in programma anche l’acclamato Resurrection di Bi Gan, appena uscito in sala).

Far East Film Festival
Yakusho Koji in Perfect Days

I volti e corpi attoriali, espressione e simbolo di una tale zona di confine, che fanno toccare le coste del disincanto e dell’utopia di molti territori al di qua e al di là di una geografica linea di demarcazione, sono due interpreti familiari, per ragioni diverse, anche agli spettatori occidentali: il giapponese Yakusho Koji (classe 1956) e la cinese Fan Bingbing (classe 1981), insigniti del Gelso d’oro alla carriera, l’onorificenza del Far East Film Festival. Se Fan resta nota principalmente in Asia, con significative incursioni in  blockbuster di matrice hollywoodiana come Iron Man 3 e la saga degli X-Men ( ma bisogna andare a vedere la completezza della sua vasta filmografica, anche come produttrice, e la sua riformulazione dell’immagine della diva mainstream), Yakusho, al quale viene dedicato un vero è proprio tributo composto da otto film (Yakusho Koji – Perfect Roles, in collaborazione con con l’Istituto Giapponese di Cultura in Roma / The Japan Foundation e ANA) ha cristallizzato quarant’anni di carriera del suo viso in un close up: il piano sequenza finale, luminoso e struggente, di Perfect Days, ennesimo faccia a faccia tra la sguardo wendersiano e la veduta di Tokyo, per cercare di penetrare, e di comprendere, un altro mondo e un altro modo di guardare. Ma non tanto nell’accezione di un etnologo o di un esploratore, quanto di un uomo con la macchina da presa che cerca di stabilire una sintonia e una risonanza con un altro uomo disarmante e disarmato nella sua frontale autenticità e nudità della carne e dello spirito. E non poteva che essere lo stesso Wim Wenders in persona a venire a premiarlo ad Udine.

Un finale di partita intenso e fitto, che prepara al nuovo giorno e alle nuove giornate di questo Far East Film Festival, ponte tra l’arcaicità del rito e del mito e l’urgenza esperita di tante nouvelle vagues.

Per maggiori informazioni si veda il sito del https://www.fareastfilm.com/

 

 

 

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