Nel tepore del ballo di Pupi Avati

La prima considerazione che mi è venuta in mente vedendo Nel tepore del ballo di Pupi Avati, è che evidentemente nella carriera di alcuni importanti registi del nostro cinema viene un momento, in età avanzata, di fare in qualche maniera i conti con la televisione. E magari togliersi qualche sassolino dalle scarpe. È stato il caso diverso tempo fa di Federico Fellini che si era inventato, contro la sempre più massiccia pubblicità nelle tv private, lo slogan “non si interompe un’emozione” e al suo malinconico, non direi memorabile Ginger e Fred (1986) con Giulietta Masina e Marcello Mastroianni; oppure molto più di recente Marco Bellocchio con il magnifico serial Portobello dedicato, com’è noto, al celeberrimo caso di Enzo Tortora per l’eccellente interpretazione di Fabrizio Giffuni.

Ora anche Pupi Avati dice la sua con un film scabro, emotivamente chiaroscurale, dal titolo poetico, appunto Nel tepore del ballo, che dopo essere passato in anteprima allo scorso Festival di Bari ora esce in sala. A circa un anno di distanza dal meno riuscito L’orto americano (2024), il regista bolognese, classe 1938 ma sempre attivissimo insieme al fratello produttore Antonio Avati, torna dunque dietro la mdp per presentarci una storia di fantasia ma con qualche piccola consonanza con quella narrata dal collega Bellocchio, riguardo al variegato, a tratti squallido, più di frequente vampiresco, mondo della televisione.

Al suo quarantacinquesimo lungometraggio per la sala (sempre ad aver contato giusto), Avati non ha optato per una delle sue due predilette chiavi narrative che si sono affermate e/o contrapposte in una filmografia lunga e a tratti molto eclettica riguardo ai generi – e cioè l’horror più o meno declinato al gotico o la commedia sentimentale – e ha invece scelto un impianto drammaturgico fortemente drammatico.

Nel tepore del ballo
Isabella Ferrari e Massimo Ghini

Si inizia con un primo flash-back ambientato a Jesolo nel 1973 dove si descrive la nascita difficile del protagonista, Gianni Riccio da un parto difficile in cui la madre è purtroppo deceduta, e  l’abbandono da parte del vagnesio padre bagnino (Raoul Bova); poi seguiamo ancora altre due stazione temporali di una adolescenza non proprio piana e felice, malgrado le cure materne della zia (Lina Sastri). Dopo questo prologo, abbastanza lungo, arriviamo all’oggi e al clou del film: diventato un celebre conduttore televisivo Gianni (un ottimo Massimo Ghini) all’apice della sua carriera è in attesa di un’offerta di lavoro clamorosa, circondato da collaboratori fidati e convinto di essere un bulldozer schiacciasassi. E invece proprio in questo momento avviene la caduta: all’improvviso durante un’apparizione televisiva, viene arrestato e portato in carcere – la sua vita va in frantumi a causa di uno scandalo finanziario in cui, forse incautamente forse no, si è trovato ad essere coinvolto in modo pesante. Uscito da Rebibbia, in attesa di processo, Gianni è ormai un uomo finito – abbandonato dal mondo dello spettacolo, si ritrova solo con i propri fantasmi ma riceve anche una lettera inaspettata da Clara (Isabella Ferrari), il suo primo grande amore di gioventù che non vedeva da decenni e che riaccende in lui qualcosa. Cosa? L’occasione per tornare in pista, ai lontani bagliori di un tempo, gli è offerta, in modo quasi inaspettato, da una assatanata, rivale tv, una conduttrice detta “La morta” (degli ascolti auditel) ma ben viva e vegeta che gli propone di rivelare la sua storia segreta… E ora stop ad una trama già troppo lunga dato che comunque il senso, il “sale” del film, è, a questo punto ben chiaro.

Scritto insieme al figlio Tommaso Avati, Nel tepore del ballo, nel mostrare una televisione cannibale e vandalica con la sua fenomenologia dello spirito e dei corpi, vuole indicarci quasi un percorso di espiazione laica. Che è quello che porta, sulla via di Damasco, il protagonista a comprendere come nella vita la vera ricchezza non risiede tanto nella fama o nel potere, ma nella capacità di restare umani e fedeli ai propri sentimenti più autentici, anche quando tutto sembra perduto.

Molto ben recitato da tutto il cast – e comunque la scelta e la resa attoriale è da sempre stato un grande atout registico di Pupi AvatiNel tepore del ballo alterna e sovrappone dunque registri stilistici molto diversi. Cerca di compenetrare e compensare, soprattutto nella seconda parte, battute urlate o un dialogo scurrile a una riflessione sui momenti sentimentali più intimi, e commoventi, della propria esistenza (e a ciò fa, infatti, riferimento il titolo del film che altrimenti non si spiegherebbe). Così il lato realistico-documentale di una tv cannibale dove si evidenzia la presenza anche di personaggi come Bruno Vespa o Jerry Calà nella parte di se stessi o della “Morta” (una scatenata Giuliana De Sio) nella quale sembra abbastanza palese il riferimento ad una ben nota presentatrice tv, dovrebbe andare a stemperarsi nella riflessione esistenziale del protagonista. Il film riesce a rendere credibile il tutto? Nì. A tratti sì, a tratti meno, a nostro molto sindacabile giudizio. Detto ciò, Nel tepore del ballo resta un’opera tra le migliori, insieme a Dante, dell’ultimo scorcio di carriera del regista bolognese dove qui, poi, si ritrova anche una vivace grinta polemica che oggi non guasta affatto nel panorama “morto” e non proprio lussureggiante del cinema italiano contemporaneo. Anche Avati, comunque, si è levato qualche sassolino dalle scarpe.

In sala dal 30 aprile 2026.


 Nel tepore del ballo – Regia:  Pupi Avati; sceneggiatura: Riccardo Brun, Mara Fondacaro, Massimiliano Gallo;  fotografia: Cesare Bastelli; montaggio: Ivan Zuccon; musica: Stefano Arnaldi; scenografia: Giuliano Pannuti; interpreti: Massimo Ghini, Isabella Ferrari, Giuliana De Sio, Sebastiano Somma, Lina Sastri, Pino Quartullo, Morena Gentile, Bruno Vespa, Raoul Bova, Jerry Calà, Patrizio Pelizzi, Daniele Cartocci, Tony Campanozzi; produzione: Antonio Avati per DueA Film, Rai Cinema, con il contributo del Ministero della Cultura; origine: Italia, 2026; durata: 100 minuti; distribuzione: 01 Distribution.

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