The Sickness Unto Love
Prima di diventare uno dei registi di riferimento dell’industria cinematografica giapponese per i drammi romantici, inclusi i teen drama – genere cui può appartenere questo bel The Sickness Unto Love -, Hiroki Ryūichi, classe 1955, è stato anzitutto uno dei registi artefici della esplosiva post-nouvelle vague giapponese nota come Pink Eiga. Genere cinematografico segnatamente giapponese, il Pink Eiga (e prima ancora il roman porno) tenendo insieme il codice romantico e quello del softcore più sexploitation, ha giocato un ruolo fondamentale sia per l’industria cinematografica giapponese, in quanto erano film prodotti a basso costo, sia per la libertà data alla regia di sperimentarsi in nuovi linguaggi e di veicolare contenuti critici nei confronti dell’ipocrisia sociale giapponese, in particolare riguardo alla repressione sessuale. Pensiamo solo a registi, passati per lo spazio di sperimentazione Pink Eiga, come Wakamatsu Koji, Mukai Kan, Takita Yojiro e, più di recente, a Sono Shion (crf. i suoi due titoli ora riproposti nelle nostre sale) , oltre appunto allo stesso Hiroki Ryūichi.
Ed il legame tra sesso, violenza, ricerca formale – e quindi di una poetica, che in questo regista assume un peculiare e riuscito lirismo visivo – e critica sociale è qualcosa che senz’altro permea anche i lavori successivi di Hiroki, che è un veterano del TEFF – ricordiamo, tra gli altri, Kabukicho Love Hotel (FEFF 2015) e You’ve got a friend (TEFF 2023).
La storia di The Sickness Unto Love, tratta dall’omonimo romanzo di Shasendo Yuki, che ha aperto un caso sui social media, si apre con l’arrivo del giovane Miyamine Nozomu in un liceo di Kinagawa, un liceo esclusivo, lì dopo l’ennesimo trasferimento subito a causa del lavoro del padre. Il primo giorno di scuola, durante la presentazione alla classe, vediamo come il ragazzo non riesca a parlare, preda di un sintomo. Lo aiuterà la brillante Yosuga Kei, la ragazza più popolare della classe, che in modo tanto diretto (performativo) quanto anche sospetto arriverà a definirlo subito “un amico”: comportamento sincero o manipolatorio? Questa la domanda che crescerà mano a mano che il film procederà, oscillante tra nascente innamoramento, con tanto di crisalide che si trasforma in farfalla, e thriller con dinamiche psicologiche raffinate, che sarebbero forse piaciute anche a Patricia Highsmith. Lo iato arriverà quando Kei parlerà al timido ragazzo di Blue Morpho, un gioco online i cui partecipanti, seguendo gli ordini di un master, ad uno ad uno arriveranno a togliersi la vita, con la chimera di trovare altrove una vita migliore di questa. Un circolo di “eletti” (parola che implica l’esistenza del suo opposto) creato ad hoc da un adulto, ennesimo individuo rancoroso, sadico e nichilista, che tuttavia non finirà con l‘arresto di ques’ultimo. In quanto oramai la strumentalizzazione adulta ha invaso e monopolizzato la coscienza fragile degli adolescenti, che riprodurranno Blue Morpho a modo loro, nel microcosmo del liceo, tentando così di anestetizzare la paura più grande, sempre la stessa: l’esclusione dal gruppo. E la solitudine, la svalutazione e il senso di colpa che ne conseguono.
Se la trama di The Sickness Unto Love procede in modo lineare a quella di un teen drama, tuttavia già dalla sprezzatura del titolo, variazione kierkegaardiana di La malattia per la morte (1849), percepiamo lo schiumare di inquietudini dietro la superficie di apparente ordine.
I piani geometrici costruiti con maestria da Hiroki radicalizzano, infatti, il plot melodrammatico lungo due taglienti polarità: da una parte la rappresentazione di un microcosmo chiuso, opprimente e sempre più claustrofobico – d’altronde una volta entrati in Blue Morpho non si può più decidere di uscire -, un luogo, reale e immaginario, dominato dall’ossessione, dal controllo e da una crescente psicosi individuale e collettiva che rende l’amore inscindibile dal dolore e dalla sofferenza. Dall’altra, e con felice freschezza, la messa in scena di un tempo libero e infinito, tipico della giovinezza e di uno spazio percepito senza limiti: magnifica la corsa in bicicletta di Nozomu, ripresa da Hiroki con una carrellata fluida diretta a esaltarne il movimento iscritto nella durata.

E se il mélo tra i due protagonisti sarà prima facie struggente, tuttavia negli angoli della visione – e nello sguardo mutato di Nozomu- rimarrà una domanda: chi sarà il prossimo master?
D’altronde sono gli adulti che con la loro ostinata e perversa ipocrisia (perfetta la sequenza di inchini e assurdità reciproche, ma stilizzate da una scala che segna chi ha il potere, tra i quattro genitori dei due ragazzi), non vogliono vedere ciò che sta davanti ai loro occhi – come dire la base della negazione di ogni contraddizione così come di ogni singolarità, quale è quella di un ragazzo che sta vivendo la sua storia di formazione.
Ma non c’è storia possibile, sembra dirci Hiroki. Quindi meglio l’assoluto di un amore impossibile o la vertigine del dolore, subito e inflitto – con il carnefice che di fondo non desidera altro che la propria morte. Sintesi sublime che apre a un’altra dimensione, forse meno frustrante e bugiarda di quella propria a burocrati (la detective che grida al mostro al mostro) e correi salaryman.
“L’uomo è una sintesi d’infinito e di finito, di tempo e di eternità, di possibilità e necessità, insomma una sintesi. Una sintesi è un rapporto tra due principi” (Søren Kierkegaard, La malattia mortale). Si può non concordare, chi scrive è tra questi, ma (almeno) al film di Hiroki va riconosciuta una coerenza stilistica mirabile nel dare rappresentazione alla polarità delle passioni e al legame che queste, oltre che con la morte, hanno con la struttura poliedrica di ogni soggettività.
The Sickness Unto Love (Koi ni Itaru Yamai)– Regia: Hiroki Ryuchi; sceneggiatura: Kato Masata, Kato Yuiko; fotografia: Nabeshima Atsuhiro; montaggio: Nomata Minoru; musiche: Kato Hisaki; interpreti: Nagao Kento, Anna Yamada, Daigo Kotaro, Maeda Atsuko; produzione: Utogawa Yasushi, Hara Takashi; origine: Giappone, 2025; durata: 109 minuti.
