Noi due sconosciuti – Voto ***
Il secondo film della quarantacinquenne Janicke Askevold che in italiano si chiama Noi due sconosciuti ma in originale Solomamma (il titolo parla da sé) si situa (traendone certamente profitto) nella vague norvegese di questi anni che determina almeno in parte, le scelte distributive in Europa.
Il cinema norvegese (ma più in generale il cinema nordico: da nord a sud: dall’Islanda alla Danimarca) sta attraversando un ottimo stato di salute, sia dal punto di vista creativo che, di conseguenza, dal punto di vista distributivo, appunto. Un fenomeno interessante che capita non di rado, e che meriterebbe un approfondimento: si affacciano all’orizzonte alcuni autori – nella fattispecie pensiamo a Joachim Trier e Dag Johan Haugerud – e, diciamo così, a cascata, essi aprono le porte ad altri autori/ad altre autrici della stessa provenienza che presentano caratteristiche simili, anche se magari vanno a collocarsi uno o due gradini sotto gli apripista. Era successo, ad esempio, per il cinema tedesco degli anni’ 70/’80, quando ai vari Herzog, Wenders, Fassbinder, Von Trotta, Schlöndorff vennero ad aggiungersi registi e registe dignitosissimi ma decisamente di livello inferiore – che so io – Reinhard Hauff, Hans Werner Geissendörfer, Helma Sanders-Brahms. Lo stesso fenomeno, credo, lo si potrebbe riscontrare anche in altre cinematografie europee nell’arco degli ultimi 80 anni: da quello spagnolo sull’onda di Pedro Almódovar, a quello inglese sull’onda di Ken Loach etc.
Vi sono caratteristiche condivise nel cinema norvegese contemporaneo? Bella domanda! Mi pare che siano tutti film che non hanno la minima ambizione di raccontarci le contraddizioni della società contemporanea, che so io: la povertà (forse in Norvegia non c’è?), la disoccupazione (non c’è?), le condizioni dei migranti (non ce ne sono?), ma che si concentra su un ceto medio-alto che vive in case piuttosto belle e luminose. I conflitti sono rigorosamente solo di natura individuale, personale, questioni etiche, psicologiche. Nulla di male, per carità; d’altra parte, restando in zona, ovvero in Scandinavia, non è che Ingmar Bergman fosse particolarmente interessato alla classe operaia. Il ceto medio al centro dei film norvegesi è contraddistinto da un’estrema disinvoltura in senso morale, anche sessuale, pur lavorando in posti ultramoderni e strafighi, dimostra scarso interesse nei confronti dell’esteriorità, dell’eleganza, l’ipermedialità a cui siamo abituati in Italia non esiste. Insomma: rispetto ai drammi borghesi, ai drammi di coppia a cui è dato assistere in Italia, siamo veramente, non solo geograficamente, agli antipodi. Ad adiuvandum: il cinema norvegese sfrutta le potenzialità fotografiche della luce, nordica appunto, i cieli tersi, il sole che più sole di così non si può – anche se poi verrebbe da domandarsi se già quest’aspetto non venga a inficiare il “realismo” del cinema norvegese: mai una Norvegia buia d’inverno, mai un po’ di pioggia, ma sempre e soltanto nitore e solarità.
Ma veniamo dopo questa lunga premessa a Noi due sconosciuti, che è a mio avviso, un buon film ma appunto un gradino (forse due) che so io rispetto a Sentimental Value o la trilogia di Haugerud. Proviamo a spiegare perché, dicendo qualcosina sulla trama.

Edith (Lisa Loven Kongsli) ha un po’ più di quarant’anni ed è – un tempo si sarebbe detto, ora mi sa che non si dice più – ragazza madre, sta crescendo da sola il figlio Sigurd, una scelta consapevole perché ha deciso di rivolgersi a una banca del seme per procreare e ovviamente non sa chi sia il padre perché i donatori sono anonimizzati; Edith sa solo che anche l’amica Trine è (per caso?) ricorsa allo stesso donatore, tanto che i loro figli sono di fatto fratellastri. Insieme a madre e figlio vive anche la nonna Dorte (Celine Engebrigtsen) che comincia a presentare chiari segni di demenza e di cui non c’è più tanto da fidarsi, come aiutante nella gestione di Sigurd, il quale manifesta comportamenti un po’ stravaganti ma nulla più, colleziona ad esempio oggetti raccolti per strada, ciò che qua e là preoccupa la madre che vorrebbe sapere da chi possa averli ereditati (non che la scelta sia amplissima…).
Su questa costellazione di fondo si innesta l’evento che mette in moto il plot e che avrebbe necessitato, in termini di sceneggiatura, di una maggiore plausibilità: Trine scopre chi è il donatore, come l’abbia scoperto non si sa, visto che sia lei che Edith dispongono solo ed esclusivamente di una lunga confessione vocale dell’anonimo donatore, del padre dei loro figli. Tanto basta a indurre la protagonista a conoscere l’uomo che si chiama Niels (Herbert Nordrum), di mestiere sviluppatore di videogiochi, che vive a Nesodden, neanche mezz’ora di traghetto da Oslo (viene da pensare a Love di Haugerud). Da qui si sviluppa una vicenda che non racconterò ma che presenta un gradiente di prevedibilità e anche di ripetitività piuttosto alto perché la regista e i due sceneggiatori non mi sembra che abbiano disposto di tantissimo materiale, di tantissime idee per gestire un intero lungometraggio che resta comunque gradevole e perfettamente in linea con tutte quelle caratteristiche che poco sopra ho elencato. Non mi pare che gli attori e le attrici spicchino per particolari abilità e anche la fotografia, al netto del bonus “luce nordica”, non mi pare particolarmente originale.
In sala dal 7 maggio 2026.
Noi due sconosciuti (Solomamma) – Regia: Janicke Askevold; sceneggiatura: Janicke Askevold, Mads Stegger, Jørgen Færøy Flasnes; fotografia: Torjus Thesen; montaggio: Patrick Larsgaard; interpreti: Lisa Loven Kongsli (Edith), Herbert Nordrum (Niels), Trude-Sofie Olavsrud Anthonsen (Trine), Celine Engebrigtsen (Dorte); produzione: Bacon Pictures Oslo, Dansu Films; origine: Norvegia/ Lettonia/ Lituania/ Danimarca/ Finlandia, 2025; durata: 99 minuti; distribuzione: Teodora Film.
