Mortal Kombat II. Voto **(*)
Ci si dovrebbe chiedere se la logica del film videogioco, non solamente ispirato ai personaggi e alle azioni contenute in un videogame, ma con l’intenzione di riprodurre l’estetica e le basiche dinamiche di offesa e di difesa, se restiamo nell’ambito dell’action, possa essere tradotta efficacemente nel contesto di un racconto cinematografico? La saga Mortal Kombat, riesumata in reboot nel 2021 e diretta, anche per questo secondo film, da Simon McQuoid, dopo un remoto, primo doppio capitolo risalito addirittura agli anni ’90, sembra rispondere con una considerazione inversa: è il cinema che viene assorbito, ridimensionato, tarato sulle esigenze epidermicamente spettacolari, d’intrattenimento e di effetto pirotecnico e speciale, con una riproduzione quasi filologica degli scenari e delle lotte dei vari personaggi coinvolti. Già l’idea di partenza è un dispositivo che non lascia scampo: il ciclico verificarsi di una serie di tornei di arti marziali, che coinvolgono regni differenti (in questo caso il Regno Esterno, dominato da Shao Kahn, un imperatore spietato e predatorio dalle sembianze bestiali; il leale e virtuoso Regno di Edenia e il Regno della Terra) e tutto organizzato intorno ad una serie di combattimenti mortali, come suggerisce anche il non evocativo titolo, per affermare il primato dell’uno sull’altro. Alla base di questo nuovo secondo capitolo c’è peraltro, il bignami di un complesso edipico: la principessa Kitana ancora, figlia di Jerrod, re di Edenia, vede il padre barbaramente assassinato da Shao Kahn e assieme alla madre Sindel viene catturata e assoggetta ai doveri e ai piaceri di quel diabolico e sadico dittatore. Medita così una sotterranea vendetta, che fa il palio però con una finta e obbligata devozione; non stiamo parlando ovviamente della tragica profondità di Antigone contro Creonte o di Amleto contro lo zio usurpatore Claudio. È ovvio che in una simile circostanza le motivazioni, narrative o psicologiche, sono in tutti in sensi possibili un pretesto per alimentare il pathos e l’attesa verso il vero nocciolo della rappresentazione: lo scontro titanesco tra il Bene e il Male, con il primo che redime e il secondo che tenta lo spostamento del campo d’azione tra un personaggio e l’altro.

Una volta che Kitana è cresciuta ed diventata anch’essa una potente guerriera, apparentemente al soldo di Kahn ma pronta a guidare la ribellione, può essere organizzato il nuovo torneo Moltal Komabat, che chiama in causa e minaccia questa volta ancora una volta, anche il Regno della Terra: le regole sono sempre le stesse: i migliori combattenti appartenenti alle schieramenti di ogni Regno si affronteranno in duello singoli, e chi vincerà il maggior numero si sfide diventare il conquistatore del Regno sconfitto. Un meccanismo elementare riprodotto, a livello visivo, negli stemmi del colore di ogni casata, apparsi fiammeggianti in cielo, e destinati a spegnersi a ogni vittoria dell’uno o dell’altro, con un riferimento diretto alle esauribili e poi ricaricabili vite della schermata di una console. Tra gli eroi terrestri, il personaggio più carismatico, ironico e meno strutturato nella funzionalità di un programma elettronico (o magari sì, ad un livello comportamentale), spicca ancora una volta la star hollywoodiana delle arti marziali Johnny Cage, sul quale c’è probabilmente l’unica, vera, interessante idea di una regia prevalentemente a servizio: il personaggio vieni infatti presentato attraverso dei trailer di film d’azione e di arti marziali, realizzati con una sgranatura dell’immagine che fa così home video anni 90, ovvero l’era da cui proviene il Mortal Kombat versione play, ideato nel 1992 da Ed Boon e John Tobias per la Midway Games. Questa riproposizione di un immaginario più sporco, naif, artigianale, viene mantenuta anche nell’impianto della regia di McQuoid, che evita l’eccesso di digitalizzazione, cercando quanto meno di dare ai corpi in lotta un minimo di concretezza, matericità, ricorrendo persino, nelle uccisioni più cruente, allo splatter delle cani penetrate, massacrate, esplose.

Era peraltro una caratteristica del videogioco originale il “realismo” più marcato dei tratti violenti e sanguinanti degli scontri, motivo per il quale ci furono anche delle proteste nei confronti di un’estetica che contribuiva a creare sempre più un’assuefazione alla violenza, in particolare nel pubblico che è il target di riferimento di un simile prodotto, ovvero gli adolescenti, in un periodo storico, oltretutto, di grande smarrimento e disagio( i transitori anni ’90 ). Questo atteggiamento oggi come oggi, in pieno flusso di immagini da AI, appare quasi ingenuo e sembra voler tenere la definizione cosi schematica, quasi da grafica 2D. dei tre Regni in competizione, nel solco di un meta quarto Regno vintage, un altrove che viene presentato come tale e non con l’illusione indistinguibile tra immaginazione/fantasia e realtà/plausibilità. Tutto scorre nei canoni di un mestiere collaudato che vuole portate a termine la partita e introdurne un’altra, e non è neanche particolarmente importante né aver visto il precedente episodio, né conoscere la trama della serie di videogame.
Il sodo sono le coreografie di lotta, ben interpretate da molti dei membri del cast che sono anche, anzi soprattutto, degli artisti marziali e con una almeno una sequenza riuscita: la simultanea lotta finale tra Kitana contro Shao Kahn nel Regno di Edenia, e quella di Johnny Cage, nel Regno degli inferi (quindi, parlando di livelli, al di sotto) contro il demone che custodisce l’amuleto dell’immortalità per il mostruoso dittatore; un consequenzialità che sul piano visivo permette di far seguire con più partecipazione quel duplice duello risolutivo . Non stiamo qui a riflettere sulla saturazione dell’immagine catapultata nell’era del post digitale, come avviene nella ben più quotata saga di John Wick, non c’è mai l’accesso a una trascendenza concettuale dell’esperienza filmica su qualcosa di cose concreto e reiterato. Mortal Kombat II non ha altra ambizione che porsi a metà del riciclo di un franchising finche non ci accorgerà che siamo giunti al futuro già auspicato dal titolo del film di Doug Liman (2014) con Tom Cruise (che rifletteva con più acutezza sul rapporto tra racconto cinematografico e videogame): Edge of Tomorrow – Senza domani.
In sala dal 6 maggio 2026.
Mortal Kombat II: regia: Simon McQuoid; sceneggiatura: Jeremy Slater; fotografia: Stephen F.Windon; montaggio: Stuart Levy; musiche: Benjamin Wallfisch; interpreti: Karl Urban, Adeline Rudolph, Jessica McNamee, Josh Lawson, Ludi, Lin, Hiroyuki Sanada, Tati Gabrielle, Lewis Tan; produzione: New Line Cinema, Atomic Monster, Broken Road Productions, Fireside Films; origine: USA, 2026; durata: 116 minuti; distribuzione: Warner Bros.Pictures.
