Mama. Voto ***(*) – Mila e il suo viaggio, attraversato con uno sguardo imprevedibile, un ritratto scanzonato, ballerino, riflessivo, passionale, grottesco nel film di debutto di Or Sinai.
L’esordio nel lungometraggio della regista Or Sinai, presentato al Festival di Cannes del 2025 (Séances Spéciales) e ora in sala anche in Italia, evoca, ad una prima visione, le sensazioni di un attimo caleidoscopico di sensazioni vivide, realistiche fino all’osso e di conseguenza spigolose, dove si concentrano le somme di una vita che apprende dal moto dell’umano.
Dopo quindici anni, trascorsi lontano dalla famiglia per costruire un futuro migliore, la protagonista di Mama si è adattata alla vita agiata dei suoi datori di lavoro. Quando un incidente la costringe a tornare improvvisamente nel suo villaggio rurale in Polonia, Mila – questo il suo nome – scopre che il marito e la figlia hanno imparato a vivere senza di lei.
“A casa mia i ruoli erano chiari – ha dichiarato Or Sinai. Mio padre era il capofamiglia, il principale sostegno economico. Mia madre era la casalinga silenziosa. In un certo senso è sempre stata la servitrice privata di mio padre, finché non ha più potuto esserlo. Dopo anni di lotta contro il Parkinson, mia madre ha deciso di accogliere in casa una lavoratrice immigrata. Un bulldozer scavò una profonda buca sotto la casa per costruire una stanza sotterranea destinata alla nuova collaboratrice domestica. E all’improvviso, nella nostra casa, comparve un’altra donna. Sarebbe diventata la casalinga che mia madre non poteva più essere”.
Dall’esperienza personale della regista, ci ritroviamo immersi in una storia dove gli spazi si intersecano e contrastano: da un lato la villa borghese in Israele dove lavora Mila, (Evgenia Dodina), e dall’altro la stanza sotterranea dove vive, ma anche il viaggio in Polonia, al rientro, dopo un infortunio, dove ritroverà la sua famiglia, incluso un marito rinvigorito dal tempo e una figlia alle prese con una possibile gravidanza. Mondi e spazi che non si trascinano sullo schermo, anzi ne diventano cornice piena, pura, laddove si consumano le gesta di una donna alle prese con uno spiccato senso di responsabilità e legato alla sua condizione straniante, in un luogo non suo; eppure, accomodante, dove il filo rosso della vita può svanire o ricomparire di getto come una illuminazione nutrita dalla consapevolezza del presente.
Difficilmente ci si incontra con opere come Mama che riescono nel tentativo realistico di restituire l’esistenza, fino ad arrivare ad un grottesco surrealismo, proprio di geometrie asimmetriche e legami asfissianti; responsabilità che legano i turbamenti alla vita. Istinti che trovano spazio nel moto naturale dell’essere, in preda alle passioni e, lontane del proprio ruolo, difficilmente prede della società. Un ruolo difficile. Eppure, traspare come un movimento innaturale l’intera lucidità, che accompagna la danza verticale verso spasmi orizzontali che legano la forma all’essenza, creando un cortocircuito, dove certe storie non debbano avere per forza un indice o la cornice che si adatti il più possibile allo show. Siamo difronte ad un coinvolgimento emotivo che colpisce in primis la protagonista. I dubbi, le scelte anche difficili e impavide accompagnano lo spettatore in un realismo che non ricerca il pathos bensì lo trasforma e modella attraverso il moto dell’animo, imperturbabile, granitico che segue una durezza dell’esistenza insieme ad un senso dello stare al mondo, una postura.
“Volevo che il pubblico vivesse ogni esperienza insieme a lei, seguendo il suo percorso emotivo. È una storia guidata dal personaggio: lo sguardo di Mila conduce la macchina da presa, alla ricerca di un’intimità profonda con lei. Insieme al direttore della fotografia abbiamo cercato costantemente di collocare lo spettatore dentro il suo punto di vista. Abbiamo costruito un linguaggio visivo dinamico, nervoso, ruvido, che prosegue anche nel montaggio: un linguaggio che accompagna la donna nel suo viaggio accidentato”.

Il racconto della regista apre lo sguardo verso il movimento che conduce la macchina da presa, mai doma, irrefrenabile, attraverso un linguaggio visivo “dinamico, nervoso e ruvido”, che rende, come una forza indefinita, l’agitazione, dove lo spettatore non può far altro che immergersi, tra una dimensione e un’altra talvolta rotolando in un valzer scosceso ed enigmatico; la vita nutrita dall’essere.
Mama doveva inizialmente essere girato gran parte in Ucraina, ma causa la guerra i finanziamenti sono stati revocati poco prima dell’inizio delle riprese.
“Per rendere possibile il film, Mila, inizialmente ucraina, è diventata polacca. In questo senso, la Polonia nel film non è solo un luogo reale, ma una metafora di tutte le terre che le persone sono costrette a lasciare per costruire un futuro per sé e per le proprie famiglie. Per me Mama è sempre stata una storia profondamente umana, più che politica. Col tempo ho capito che nulla è davvero ‘non politico’, soprattutto quando una donna perde la propria identità e la propria casa nel paese d’origine”.
Da questa affermazione tanti sono i risvolti che possiamo ricavare, eppure posizionarsi, scegliere è importante proprio alla luce di queste dichiarazioni, così non è accaduto con la regista e i membri del film israeliano, in balia del vivere all’interno di un regime politico che sta devastando la Palestina ed è anche per questo che le radici tra forma e sostanza che trovano spazio all’interno di Mama nelle geometrie asimmetriche dell’umano, si intersecano con la visione e consapevolezza sperata, che le immagini possano evocare potenze indecifrabili, aldilà del linguaggio verbale.
E da questa suggestione, alla fine e all’inizio del viaggio della sospensione, il sole, il mare, la luce, un orizzonte indefinibile di possibilità in armonia con intenzioni di libertà diventano quell’angolo della stanza inesplorato dove una caduta improvvisa possa trasportarci di fronte ad una vita che scava, tenta, a volte incalzando altre frenando, nell’urgenza di esistere. In quel momento la macchina da presa si ferma, si stabilizza nell’attesa naturale e oggettiva visione dell’imprevedibile.
In sala dal 28 maggio 2026.
Mama – Regia e sceneggiatura: Or Sinai; fotografia: Matan Radin; montaggio: Michal Holand; musiche: Andrea Koch; scenografia: Alicja Kazimierczak, Aleksandra Klemens, Oz Shtamler; interpreti: Evgenia Dodina, Arkadiusz Jakubik, Katarzyna Lubik, Dominika Bednarczyk, Martin Ogbu, Cheli Goldenberg, Meir Swisa, Jowita Budnik, Artur Dziurman, Malgorzata Zawadzka, Kacper Zalewski; produzione: Adi Bar Yossef, Olga Zhurzhenko per Baryo Film & TV Productions, Intramovies, con il contributo del Ministero della Cultura; origine: Israele/ Polonia/ Italia, 2025; durata: 91 minuti; distribuzione: Intramovies
