L’amore che rimane di Hlynur Pálmason

L’amore che rimane. Voto: **(*) – una tragicommedia familiare e surreale. 

Il caso vuole che per “Close-Up” io abbia recensito tutti i lungometraggi realizzati fin qui dal regista islandese Hlynur Pálmason (1984). I film sono tre: in ordine di apparizione si tratta di Winter Brothers del 2017, A White White Day del 2019 e Godland- Nella terra di Dio del 2022. Recensendo l’ultimo avevo addirittura azzardato l’affermazione che il regista fosse entrato “nel ristretto novero degli autori del cinema d’arte europeo dotati di una cifra stilistica riconoscibile”. 

Una cifra stilistica riassumibile in: spazio dedicato alla natura (un film islandese non ne può fare a meno), piani sequenza, tempi lenti, negazione del controcampo, una certa malinconia di fondo. Poi a distanza di tre anni arriva L’amore che rimane e lo spettatore non può che restarne spiazzato perché, a parte le scene girate en plein air (quasi tutte un po’ troppo soleggiate per essere così a Nord, ma la stessa cosa la dicevo, di recente, per un film norvegese, mi sa che potrebbe essere il climate change…), il resto del film sorprende non poco.

La storia di L’amore che rimane sembrerebbe piuttosto banale: una coppia (Anna e Magnús) si separa ma ci sono tre ragazzini, – una femmina (Ída) un po’ più grande e due maschietti (forse gemelli? che rispondono ai nomi di Þorgils e Grímur), un po’ più piccoli – e si tratta di attenuare, a beneficio dei figli, l’impatto della separazione, quindi i cinque passano del tempo insieme, giocano, fanno un picnic, il padre talvolta si ferma a cena, dopodiché se ne va, e fin qui nulla di strano.

Ma poi ci sono le attività che i ragazzini da un lato, il padre dall’altro e la madre dall’altro ancora conducono per conto loro: i bambini giocano, scherzano (con pesanti allusioni sessuali, anche alla – presunta – vita erotica dei genitori), lasciandosi andare ad attività a dir poco inquietanti, ad esempio costruendo una specie di fantoccio umanoide piazzato quasi  a strapiombo sul mare che loro adornano sempre più fino a crivellarlo di frecce (con un incidente di percorso, potenzialmente tragico o tragicomico, che non racconterò).L'amore che rimane

Il padre lavora su un peschereccio, ma dalle reti e con le funi (tutte inquadrate talmente in primo piano da sembrare astratte) non vengono tirati su soltanto pesci, ma le cose più diverse, fra cui una mina, un residuato bellico, che poi a un certo punto esploderà, un po’ come Magnús, anch’egli sempre sul punto di esplodere.

E poi, appunto, c’è Anna, la madre, con velleità artistiche (e forse anche talento) che produce di continuo una via di mezzo fra land art geometrica utilizzando materiali metallici e rugginosi, e quadri astratti – ma purtroppo queste attività non sembrano sortire l’interesse di nessuno; a tal proposito non è male la scena di quando, a bordo di un Cessna, arriva un verbosissimo mercante d’arte che dopo tante chiacchiere le rivela che non ha il minimo interesse ad esporre le sue opere.

Insomma L’amore che rimane alterna family life come nel 90% dei film disfunzionale, con tutti sempre sull’orlo della crisi di nervi (si capisce subito che è stata la moglie a volere la separazione e che il marito ha dovuto subirla e Magnus surroga  l’abbandono con sfuriate a danno dei figli), a tutta una serie di sequenze per lo più autoconclusive che virano sul surreale. Diciamo che l’incastro  fra realismo e surrealtà non funziona granché, fatta salva qualche breve sequenza, il film è piuttosto noioso, anche sul piano formale (il rigore formale era proprio una delle caratteristiche salienti dello stile di Pálmason) si tratta di un film fondamentalmente sgangherato.

Mi permetto una supposizione: poiché ho letto che la vicenda ha un’origine chiaramente autobiografica, ovvero il regista si è separato dalla moglie e ci sono stati/ci sono i tre figli da gestire (peraltro i tre figli sono interpretati dei veri figli di Pálmason), è possibile che la scarsa distanza dagli eventi abbia nuociuto a questo L’amore che rimane, al netto del tentativo in parte giocoso di elaborare il lutto. Certo è che rispetto agli altri tre, questo film appare irrisolto e fondamentalmente deludente.

In sala dal 28 maggio 2026.


L’amore che rimane (Ástin sem eftir er / The Love That Remains) Regia, sceneggiatura, fotografia: Hlynur Pálmason; montaggio:  Julius Krebs Damsbo; interpreti: Anders Mossling, Þorgils Hlynsson, Ída Mekkín Hlynsdóttir, Grímur Hlynsson, Halldór Laxness Halldórsson, Ingvar Eggert Sigurðsson, Katla M. Þorgeirsdóttir, Kristinn Guðmundsson, Saga Garðarsdóttir, Sverrir Gudnason; produzione:  STILL VIVID, Snowglobe, Aamu Film Company, HOBAB, Film i Väst, Arte France Cinéma; origine: Islanda/ Danimarca/Francia/ Finlandia/ Svezia, 2025; durata: 108 minuti; distribuzione: Movies Inspired.

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