A White White Day – Segreti nella nebbia di Hlynur Palmason

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Negli ultimi dieci anni i film islandesi arrivati in Italia raggiungono le dita di una mano, quelli che hanno fatto un minimo parlare di sé sono stati  sostanzialmente Rams – storia di due fratelli e otto pecore (2015), L’albero del vicino del 2017 e più di recente La donna elettrica del 2018. Del resto, questa scarsa presenza vale anche fuori dall’Italia; prendiamo ad esempio gli Oscar: nei quarantuno anni (dal 1981) in cui l’Islanda si è presentata, una sola volta è stata candidata (nel 1992 con Figli della natura di Friorik Por Frioriksson) e una sola volta è entrata a far parte della short list (che in realtà sarebbe una long list, nove candidati rispetto ai cinque nominati; ciò è accaduto nel 2013 con The Deep, coproduzione con la Norvegia). Nessuno dei due film è mai arrivato in Italia.  Inutile negarlo, sempre di più il cinema europeo, malgrado le sovvenzioni del Creative Europe Media e la catena di distribuzione Europa Cinemas Network, fa fatica a trovare spazio nella distribuzione globale.

A White White Day, il film di Hlynur Palmason, ne costituisce conferma, se teniamo conto che la Trent Film, il mirabile distributore che ha deciso di portarlo in Italia (forse anche grazie al fatto che il film ha vinto il Torino Film Festival, seppur ormai nel lontano 2019), è riuscito a piazzarlo, a oggi, in sole undici sale italiane, in sette regioni. Un vero peccato, per la miseria. Perché il film in questione, come altri distribuiti da Trent, è interessante, è originale, è anche in alcuni punti molto bello. Noi personalmente di film così – certo: film da festival, con un ritmo lento, tutto quello che volete, ma film, vivaddio, con uno stile – ne vorremmo molti di più e li vorremmo in più sale.

Bene, detto ciò, veniamo al punto di cosa parla A white, white day, che rispetto al titolo internazionale, reca in italiano anche il sottotitolo o forse meglio l’aggiunta forse un po’ troppo esplicita ma certo non inesatta “Segreti nella nebbia”. Quest’aggiunta circoscrive infatti due elementi, uno di genere e l’altro visivo, che appartengono al film: la ricerca della verità da parte del protagonista, la dominanza del paesaggio che un po’ l’elemento ontologico dal quale ogni film islandese non può prescindere.

Il protagonista Ingimundur, interpretato dall’eccellente Ingvar Eggert Sigurdsson che infatti è stato candidato come migliore attore agli European Film Awards, è un poliziotto diciamo in aspettativa perché deve elaborare il lutto della moglie morta in un pauroso incidente stradale in cui la nebbia di cui al sottotitolo ha giocato un ruolo non indifferente. Lo elabora costruendo materialmente con le proprie mani e con l’aiuto di maestranze, una casa spettacolare con tanto legno e tanto vetro affacciata sulla baia, destinata alla figlia, al genero e ai nipotini e occupandosi  della nipotina più grande Salka, una deliziosa ragazzina di otto anni, sveglia e dotata a cui lo lega una particolarissima, tenera intimità.

La trama si mette in moto quando al protagonista viene recapitata una scatola di cartone con gli effetti personali della moglie morta, un contenitore pieno di ricordi strazianti ma anche di segreti (vedi sopra), segreti sulle cui tracce si pone il vedovo, con acribia, con ossessione – una scoperta che interrompe il già faticoso processo di elaborazione del lutto, facendolo entrare in un loop inquietante, in un conflitto anche violento con tutto il mondo: parenti, colleghi e soprattutto con il soggetto principale, che ha deciso di prendere di mira, e non diremo chi. Anche perché non è la trama, non sono questi snodi a loro modo thriller a costituire la bellezza del film.

A white, white day si regge sul paesaggio, nebbioso e inquietante, sulla fotografia con la macchina da presa che si muove lentissima con estenuanti ma oltremodo convincenti carrelli all’indietro e in avanti, primi piani sui volti del protagonista e della ragazzina, controcampi negati, si regge su certe atmosfere cupe, verrebbe da dire qua e là bergmaniane, aggiornate tuttavia da un’attenzione marcatamente e ossessivamente metafilmica: telecamere a circuito chiuso, distopici film televisivi per bambini, videoconferenze, vecchi filmetti del passato – i dispositivi della visione presentati nel film contribuiscono ad aumentare il gradiente di perturbazione nel quale vieppiù sprofonda il protagonista, con un lievissimo accenno catartico nell’ultima scena.

Prima di ciò, l’ultimo quarto del film è forse un po’ sopra le righe, leggermente splatter, ma nell’insieme  A White White Day è originale e convincente.


Cast & Credits

Hvítur, Hvítur Dagur/ A white, white day –  Regia, sceneggiatura: Hlynur Palmason; fotografia: Maria von Hausswolff; montaggio: Julius Krebs Damsbo; interpreti: Ingvar Eggert Sigurdsson (Ingimundur), Ída Mekkín Hlynsdóttir (Salka), Hilmir Snær Guðnason (Olgeir); produzione: Danish Film Institute, Danmarks Radio, Iceland’s Ministry of Industry and Commerce, Icelandic Film Center, Join Motion Pictures, Kukl, MEDIA Programme of the European Union, Nordisk Film- & TV-Fond, Ríkisútvarpið-Sjónvarp, Sena, Snowglobe Films, Swedish Film Institute; origine: Islanda, Danimarca 2019; durata: 109′; distribuzione: Trent Film.

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