La cronologia dell’acqua. Voto ***(*)
Già dal titolo si intuisce il dinamismo e la densità del punto di vista, ossimorico, adottato in La cronologia dell’acqua. La cronologia – dell’acqua come della memoria – è infatti il congegno con cui si conferisce data certa a eventi precisi e ben conosciuti, un sistema con cui classificare e organizzare fatti in base alla loro successione nel tempo, e altresì un calendario usato da millenni per evitare di cadere in errori – e buchi di memoria.
Ma la forma di archiviazione di esperienze vissute – e la loro traccia lasciata nel tempo così come la forma che assume l’atto del ricordare e quello, prossimo, del sognare – è, come sappiamo, più vicina alla liquidità e al movimento dell’acqua, che alla contabilità impiegata dal laborioso e operativo homo sapiens.
Perdere la coscienza, che è l’evento che accade e scompagina a più riprese la vita della protagonista, una eccezionale Imogene Poots, che ricorda Kate Winslet nell’indelebile Holy Smoke (1999) di Jane Campion, oltre a essere un meccanismo di difesa contro l’orribile abuso paterno subito da bambina, assurge così anche a simbolo con cui distruggere il dispositivo di archiviazione diretto a regolamentare in modo normativo, sociale e comportamentale le esistenze. Sicché i rapporti costitutivi, le relazioni e le associazioni saranno, altresì, più libere di darsi nella simultaneità e nella frammentarietà, allorché il correlato oggettivo e affettivo molto probabilmente coinciderà con il non sapere esattamente la data in cui gli stessi eventi sono avvenuti – schiudendo, in questo dinamismo, anche lo spazio per l’invenzione.
E tenere assieme la forma caotica, metamorfica e mnemonica dell’acqua con quella, pure non alfabetica, della logica del fantasma, sembra la cifra di questo bel film. Perché il rischio che si assume Kristen Stewart, in questo coraggioso esordio alla regia, è proprio quello di mettere in scena (immagini in movimento e parole), e attraverso un montaggio rapsodico, indie e brainstorming, la logica del frammento, del disordine e dell’incompiutezza che sono proprie non solo alla memoria, ma anche al sogno, al trauma e al desiderio – ogni volta trasformativo e ricristallizzato. Relazioni e affinità associative e parentali, quelle presenti nel film di Stewart, che, in modalità sparsa e coalescente, fluiscono dalle sponde abissali di George Bataille fino ad arrivare a nuotare in quelle multispecie di Donna Haraway, passando – chissà – per le acque che segnano morte e rinascita, in Sylvia Plath, e passione e morte, in Kathryn Bigelow.

Sguardo incarnato, ad ogni modo, quello di Stewart, e assimilando la riflessione dei femminismi, e insieme trasposizione intelligente, viscerale e appassionata – onesta – del memoir di Lidia Yuknavitch, La cronologia dell’acqua, edito da Nottetempo nel 2022 e già libro di culto in America fin dalla sua uscita, nel 2011. Un libro che parla di abusi, dipendenze, perdite e lutto, ma anche di desideri fuori norma, sperimentazione e ricerca nel trovare una lingua con cui dare parola nuova e forma estetica all’esperienza. Senza catarsi, piuttosto con sincerità.
E forse è proprio questo impasto di corporeità e pulsioni, da una parte, e di ricerca formale e conoscitiva, dall’altra, ad aver attratto la giovane regista, che in questo esordio ha travasato anche l’esperienza con Olivier Assayas – ricordiamo il magnifico Sils Maria (2014) e soprattutto la ghost-story Personal Shopper, costruita da Assayas appositamente per Stewart- a partire da quel modo cinetico, materiale e vitale del regista francese di stare addosso e accanto ai corpi, colti nell’amnios dello spazio di un momento. Proprio a quest’ultimo film pare apparentarsi La cronologia dell’acqua, in particolare nel tentativo di dare corpo non solo alle luci e alle ombre (moltissime e assai taglienti), ma anche agli stessi intervalli e microspostamenti con cui esse si ripetono nel tempo. E se in Personal Shopper erano le dissolvenze incrociate a restituire la scissione in atto nella protagonista, nel film di Stewart è la narrazione costruita per frammenti, buchi (in cui può agire la sua polarità, ovvero l’eccesso che può arrivare fino alla perdita di coscienza) e per associazioni libere – talvolta poetiche, altre in assonanza metonimica tra eventi umani e forme acquatiche o vegetali, altre ancora in magnifica accensione e dépense erotica. Per questo la non linearità delle esperienze soggettivizzanti è anche quella dello stesso linguaggio, che nel rievocarne le tracce agisce non tanto in modo narrativo o terapeutico, quanto piuttosto in un ritorno del ricordo, o del rimosso, perturbante e insieme, come accade con il deja-vu, viatico per una specie di liberazione del passato dalla costrizione cui lo inchioderebbero la sola databilità e compiutezza -“la questione è chiusa” è appunto un classico del controllo rigido, fissato sulla pianificazione.
Nonostante, quindi, la divisione in cinque atti: Trattenere il respiro, Nel blu, Il bagnato, Resurrezioni, L’altra faccia dell’annegare, la scrittura di Stewart, e prima ancora quella di Yuknavitch, dà luogo a una narrazione non cronologica ma “ritornante”, che sfugge alla rete di un linguaggio rappresentativo. Sintomo di una immagine-memoria fluviale con cui non solo nuotare tra le ferite, gli inciampi e i tagli del trauma, dell’aporia e dell’ellissi, ma ancor più, e spericolatamente, sostare tra margini d’argilla e felci, nel luogo dove si evocano i fantasmi – il reale che include anche il cinema. E in ciò includendo anche la musica – cameo cult, e mistress, di Kim Gordon – e l’omaggio al body cinema e non solo di David Cronenberg (pur nell’aria e nei corpi) – vedi il debordare blues di Jim Belushi, il fratello di John, nell’interpretare Ken Kesey in questa Cronologia dell’acqua.
In questo elogio del frammento e del multispecismo quale misura non più unitaria dell’esperienza e della conoscenza – e al netto di un finale un po’ tradizionale e consolatorio che Stewart, forse per non scontentare l’autrice del memoir, qui anche co-sceneggiatrice, ha deciso di non tagliare -, c’è tutta la cura e l’alleanza multiforme che la giovane regista intreccia con la memoria, la ferita e l’eccesso reattivo di Lidia – di ogni Lidia. Con chi, bambina, quella storia vecchia e sporca di dominio e controllo patriarcale l’ha sentita e subita senza poterla comprendere; e con chi, ancora una bambina, in un momento ha visto distrutta la propria infanzia. “Tutto ciò che ero, era il mio corpo. Sanguinante. Sanguinante”
“Il nostro compito è creare scompiglio, suscitare una risposta potente a eventi devastanti” (Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene di Donna Haraway, 2016).
In sala dal 11 giugno 2026.
La cronologia dell’acqua (The Cronology of Water) – Regia: Kristen Stewart; soggetto: dal romanzo “La cronologia dell’acqua” di Lidia Yuknavitch; sceneggiatura: Kristen Stewart, Andy Mingo, Lidia Yuknavitch; fotografia: Corey C. Waters; montaggio: Olivia Neegard-Holm; musiche: Paris Hurley; interpreti: Imogen Poots, Thora Birch, Jim Belushi, Tom Sturridge, Charles Carrick, Susannah Flood, Kim Gordon, Earl Cave; produzione: Scott Free Productions, CG Cinéma, Forma Pro Films; origine: Francia/Lettonia/Usa, 2025; durata: 90 minuti; distribuzione: Wanted Cinema.
