Il prigioniero. Voto ** – Un period film con tanti elementi ridondanti e kitsch.
La migliore fase della produzione cinematografica del cileno Alejandro Amenábar (nato nel 1972) risale – dobbiamo pur dirlo – a vent’anni fa (non è trascorso poco tempo, dunque), il periodo che va dal 1997 di Apri gli occhi a Mare dentro del 2004, vera e propria vetta, in termini di qualità e di successo, del suo cinema, basti ricordare: esordio a Venezia con Gran Premio della Giuria e Leone d’Argento a Javier Bardem, poi Oscar come miglior film straniero, Golden Globe per la stessa categoria, due European Film Awards (regista e protagonista), 14 dico quattordici premi Goya, ovvero un premio in quasi tutte le categorie.
Dopo Mare dentro è iniziata una neanche troppo lenta decadenza, contraddistinta da 4 film in vent’anni, molto distanziati fra loro; tre dei quali period film tratti da altrettanti testi letterari, un fatto, questo, che non rappresenta quasi mai un grandissimo segno di originalità.
Nel 2009 esce un film sulla filosofa Ipazia, distribuito in Italia con lo stesso titolo spagnolo ovvero Agora. Dieci anni nel 2019 dopo un film su Miguel de Unamuno ambientato nel periodo della Guerra Civile Spagnola, dal titolo italiano Lettera a Franco.
E l’ultimo di questi period film, sia in ordine cronologico sia – verrebbe da dire – qualitativo, è El Cautivo, in italiano Il prigioniero, una coproduzione italo-spagnola che racconta i cinque anni (1575-1580) di prigionia di Miguel de Cervantes (Julio Peña) ad Algeri, ferito in una battaglia navale e catturato dai corsari algerini in alto mare mentre faceva ritorno in Spagna.

Questo film ha numerosi difetti. Cominciamo dal primo, è un film clamorosamente ridondante, perché dura 134 minuti che sarebbero potuti essere comodamente quaranta di meno, e forse, ma dico forse, il film sarebbe migliorato; il secondo difetto: è un film kitsch, con un’estetica rileccata, movimenti di macchina inutilmente sinuosi e piacioni, colori ocra o come si diceva una volta terra di Siena, descrizioni debordanti di hammam, harem e simili, indugi eccessivi su scene sadiche: braccia rotte, orecchie mozzate e via dicendo.
Il terzo difetto: anche questo Il prigioniero, complice il saggio di José Manuel Lucía Megías Cervantes íntimo: Amor y sexo en los Siglos de Oro, a cui è ispirato, ripropone un luogo comune assai usurato e adottato presto o tardi un po’ per tutti i grandi scrittori, ossia disvelare un’inconfessata e nascosta tendenza omosessuale dell’autore. Sarà sicuramente vero, ma le modalità in cui tutto ciò viene mostrato, di nuovo, non possono non essere definite kitsch. Mi sto riferendo alla relazione che viene a istituirsi fra Hasan Pascià, detto anche Hasan Veneziano (interpretato con un fare ambiguo e suadente da Alessandro Borghi, forse l’aspetto migliore del film) – un ammiraglio cattolico, italiano appunto, convertito all’Islam, con tutti i suoi capricci, le sue predilezioni, il suo harem rigorosamente maschile, di cui Cervantes in qualche misura diventa il favorito, nella segreta speranza di riuscire un giorno ad affrancarsi dalla prigionia.
Il quarto difetto de Il prigioniero inerisce all’ennesima riproposizione di quella che una studiosa tedesca ha definito “fiktive Werkgenese”, ossia genesi finzionale di un’opera. Solo restando a Shakespeare: da Shakespeare in Love al recentissimo Hamnet ce ne sono di famosissime, ma pensiamo ad Amadeus di Milos Forman. Ecco in questo film viene riproposto lo stesso pattern che lentamente sta diventando stucchevole: Miguel immagina storie e personaggi che in realtà molto dopo – rispettivamente ventisei (primo libro, 1606), e trentasei anni dopo (secondo libro 1616) – verranno a popolare il suo capolavoro, vetta del romanzo occidentale, ovvero il Don Chisciotte de la Mancha, opera che viene a palesarsi anche in alcune scene diciamo oniriche in cui vediamo l’allampanato hidalgo a cavallo accompagnato dal tozzo e corpulento Sancho Panza.
Poco credibile è anche, a mio parere, l’omologia che viene a crearsi fra Cervantes e Scheherazade, che non cessa di raccontare per tenersi in vita al cospetto del pascià, che per lo scrittore spagnolo ha verosimilmente perso la testa. Insomma un film che convince pochissimo e che forse poteva costituire una mini-serie, ma che in sala farà, giustamente, parecchia fatica ad affermarsi, come dimostra anche la scarsa diffusione nei paesi dove è già uscito e la ricezione critica a dir poco controversa.
In sala dal 10 giugno 2026.
Il prigioniero (El Cautivo) – Regia, sceneggiatura, musica: Alejandro Amenábar; fotografia: Alex Catalán; montaggio: Carolina Martinez Urbina; interpreti: Julio Peña (Miguel de Cervantes), Alessandro Borghi (Hasan Pascià), Fernando Tejero, Roberto Álamo, José Manuel Poga, Luis Callejo, Julien Paschal, Albert Salazar, Juanma Muniagurria, Miguel Rellán, César Sarachu, Luna Berroa, Thomas King; produzione: Mod Producciones, Himenó Ptero, Misent Produzioni e Propaganda Italia, in collaborazione con Netflix, RTVE e Rai Cinema; origine: Spagna,/Italia, 2025; durata: 134 minuti; distribuzione: Lucky Red.
