Ritratti di cinema. Intervista a Paolo Civati

Ritratti di cinema di Paolo Civati

 Ritratti di CinemaRitratti di Cinema è una tavola rotonda immaginaria, in cui nove grandi registi  (Jane Campion, Tim Burton, Ruben Östlund, Asghar Farhadi, Pablo Larraín, Damien  Chazelle, Paul Schrader, Peter Greenaway e Martin Scorsese) si confrontano sul senso del Cinema e  sui meccanismi che hanno reso il loro linguaggio inconfondibile.
Un modo per parlare di cinema senza analizzare i film, senza affrontarne i tecnicismi. Ritratti di Cinema di Paolo Civati vuole essere un viaggio all’interno dei temi profondi che si ritrovano nella cinematografia di questi nove grandi autori, un modo per risalire alle radici profonde della creatività. Il documentario è stato presentato al Festival di Torino 2025 nella sezione Zibaldone.

Domanda: Paolo Civati, teatro, recitazione, regia. Dal documentario Castro (2016) a questo Ritratti di Cinema. C’è un filo conduttore che collega la tua ricerca della verità attraverso le varie forme di arte?
Risposta: Il mio percorso artistico e quello umano procedono, inevitabilmente, di pari passo. Per molto tempo ho creduto che la recitazione fosse il mio canale comunicativo principale: amavo il gioco di calarmi nei panni altrui. È stato un ambiente difficile e competitivo, ma ho avuto la fortuna di incontrare registi illuminati che mi hanno rivelato potenzialità espressive capaci di catturare totalmente la mia attenzione.
La scrittura, però, è sempre stata una costante. Oggi, lavorare con gli attori è per me una gioia immensa: è l’evoluzione naturale di chi ha suonato a lungo in un’orchestra e ora desidera dirigerla. Conosco profondamente gli attori; ne comprendo la straordinaria sensibilità, ma anche le fragilità, le sfumature infantili o le insicurezze. Tutto questo fa parte della loro natura espressiva. L’attore si fa corpo, voce e linguaggio a servizio di un testo, sia a teatro che sul set.
Se il teatro è il linguaggio che ho abitato e frequentato più a lungo come autore e regista, il cinema è oggi lo spazio che mi permette di esprimere al meglio la mia visione. Essere un autore è il mio modo di dialogare con le persone. Tutte le tappe del mio percorso non sono microcosmi isolati, ma strade necessarie che convergono verso un’unica urgenza: consolidare il mio linguaggio per dare forma a ciò che considero autentico e che desidero profondamente condividere con il pubblico.

Come nasce l’idea di realizzare Ritratti di Cinema.  Dall’ispirazione alla realizzazione del documentario con 9 registi d’eccellenza.
L’ispirazione iniziale è legata al lavoro fotografico di Riccardo Ghilardi all’interno della Mole Antonelliana. L’idea era catturare il transito di queste grandi icone a Torino, ma la vera sfida da regista è iniziata quando abbiamo dovuto dare una forma cinematografica all’imprevisto. Non avevamo una lista chiusa, non sapevamo chi sarebbe arrivato.
L’incontro ravvicinato prima con Farhadi e poi con Larraín ci ha indicato la strada: dovevamo mettere al centro la mente dell’autore. Il documentario si è costruito da solo, un pezzo alla volta, nell’arco di un anno e mezzo. Questa dilatazione temporale, che all’inizio poteva sembrare un limite produttivo, è diventata la nostra più grande risorsa, permettendoci di tessere un filo invisibile tra mondi distanti – da Martin Scorsese a Tim Burton, fino a Damien Chazelle – uniti dallo stesso viscerale bisogno di creare.

Contatti con i registi e location delle interviste, il dietro le quinte prima della realizzazione di Ritratti di Cinema.
Con l’Autrice della fotografia, Valentina Summa, abbiamo progettato un dispositivo visivo ben preciso: un set intimo, lineare e rigorosamente ripetibile nel tempo, quasi sempre allestito nelle sale dell’hotel che ospitava i registi a Torino. La scelta metodologica fondamentale è stata quella di non incontrarli prima del ciak. Volevamo che il primo contatto visivo ed emotivo avvenisse direttamente davanti all’obiettivo, preservando la purezza dell’incontro.
Sapevamo che questi maestri avevano agende blindate e serratissime; noi eravamo solo una delle tante tappe della loro giornata. Eppure, varcata la soglia del set di Ritratti di cinema, venivano immediatamente proiettati in un’atmosfera confidenziale, puramente cinematografica. Accendevamo le macchine da presa prima del loro ingresso: in questo modo abbiamo catturato i loro gesti più spontanei e i dettagli del loro arrivo. Il risultato è stato sorprendente: pur mantenendo lo stesso identico impianto visivo, ogni regista ha ridefinito lo spazio con la propria energia e il proprio personalissimo universo.

Come sei riuscito a mettere a proprio agio, poi a nudo, e a svelare il lato semplice e umano di registi con personalità abituate a interviste e allo star system.
ll segreto è stato demistificare il loro status di icone attraverso un paradosso: la normalizzazione. Ho chiesto a tutta la troupe di non mostrarsi intimorita e, nei primi istanti del loro arrivo, di accoglierli quasi con routine, senza l’ansia tipica dello star system. Questo ha abbassato immediatamente le tensioni di entrambi. Una volta seduti, ho voluto che parlassero rigorosamente nella loro lingua madre. Sul set si creava una bolla esclusiva. Sedevo a filo macchina, guardandoli dritti negli occhi. È stato un esercizio di ascolto puro e viscerale, slegato dal significato letterale delle parole; percepivo le loro intenzioni anche attraverso i suoni del farsi o dello svedese. Non ho usato un canovaccio di domande, ma stimoli invisibili, suggestioni estratte dal loro stesso cinema. Non volevo risposte preconfezionate. Rinunciando alla traduzione in tempo reale, mi sono affidato completamente all’istinto e alla stima per il loro genio. Sentendosi ascoltati non come monumenti, ma come esseri umani, si sono aperti spontaneamente.

Ritratti di cinema
            Tim Burton

 Riflessioni sull’arte, Dio, la caducità della vita. Il ruolo della regia nella rappresentazione di una realtà ricostruita che si vuole imporre più solida dell’esistenza vera che svanisce nella memoria di noi esseri umani. Cosa ti ha stupito nelle risposte che ti sono state date.
Ciò che mi ha folgorato è stato constatare come non esista alcuna separazione tra l’uomo e l’opera. C’è una sovrapposizione totale, quasi simbiotica, tra la sensibilità di questi grandi autori e i mondi che mettono in scena. Le loro personalità sono viscerali e potenti tanto quanto i loro film: non è un caso se sono riusciti a codificare un linguaggio universale capace di parlare a tutto il pianeta.
Rispetto alla suggestione della realtà che svanisce nella memoria, ho capito che ognuno di loro risponde a questa caducità rifugiandosi nel proprio modo di immaginare. Ma la vera sorpresa è stata scoprire che dietro questa forza espressiva monumentale si nascondono fragilità e timidezze spiazzanti. Vedere un gigante come Tim Burton rivelarsi un uomo profondamente timido e delicato è stato fantastico. Ti accorgi che la regia, per loro, non è un esercizio di potere sulla realtà, ma una corazza e un atto di pura vulnerabilità per proteggere ciò che il tempo distrugge.

Nove registi con una forte impronta personale, in cosa sono simili? Esiste un’anima artistica universale che unisce personalità con una sensibilità estetica così spiccata e una visione profonda della vita, degli esseri umani, del mondo e della quotidianità?
Sono simili proprio nella radice delle loro differenze. Ciascuno possiede uno sguardo denso, unico e rigoroso, ma ciò che li unisce davvero è l’assoluta assenza di paura nei confronti delle proprie idee. Le affermano con gioia, senza alcuna ostinazione o arroganza, ma con la straordinaria sicurezza di chi ha elaborato un pensiero complesso, un pensiero capace di reggere e argomentare la propria visione in qualunque situazione. Compreso il nostro set.
Il vero nucleo universale che li connette, a mio avviso, è l’urgenza pura di comunicare. Persino una personalità granitica e inflessibile nelle sue posizioni estetiche come quella di Peter Greenaway ha manifestato, davanti alla nostra macchina da presa, il bisogno primordiale di trasmettere qualcosa attraverso le immagini e, soprattutto, il piacere profondo nel farlo. Questa è la loro vera similitudine: il cinema inteso non come mestiere, ma come necessità vitale.

Il cinema racconta più le virtù o le debolezze?
Racconta le debolezze, perché sono l’unico mezzo per portare alla luce le virtù più preziose e recondite dell’essere umano. I conflitti più profondi, tradotti dal cinema in immagini e azione, svelano la fragilità insita persino nell’individuo più respingente. Ed è lì che scatta il miracolo: finiamo inevitabilmente per empatizzare con lui perché, per paradosso, anche le nefandezze più oscure ci ricordano noi stessi.
Il cinema ha il dono straordinario di non farci sentire soli, di farci sentire compresi, anche quando i protagonisti compiono viaggi lontanissimi dalla nostra quotidianità. Tutto ciò che è umano — virtù o debolezza che sia — ci appartiene profondamente. Davanti allo schermo non possiamo fare a meno di riconoscerci, provando vergogna e rassicurazione allo stesso tempo. È un processo puramente catartico: se vedo il protagonista vivere e soffrire un sentimento di cui io stesso mi vergogno, quel peso che mi porto dentro, improvvisamente, evapora.

La raffinatezza del cinema rappresentata attraverso registi di questo calibro è uno stimolo per l’arte di rigenerarsi a sua volta?
Il cinema è un’arte giovanissima: non ha alle spalle i millenni della letteratura, del teatro o della musica. Eppure possiede un potere unico, quello di fermare il tempo. Anche nelle sue espressioni meno riuscite, il cinema resta: è una testimonianza indelebile del periodo storico e dell’umanità che lo ha generato. In questo senso, è sempre un documento, anche quando la narrazione è puramente artefatta. Questa immensa “banca della memoria” che la settima arte sta costruendo è, per sua natura, uno strumento perpetuo di ispirazione ed evoluzione.
Oggi, tuttavia, stiamo vivendo una saturazione senza precedenti: le immagini hanno preso il sopravvento sulla nostra quotidianità, prodotte e consumate da chiunque, a prescindere dalla qualità. Questo bombardamento visivo rischia di far sfumare l’opera cinematografica nel grande calderone dell’intrattenimento usa e getta. La sfida contemporanea è enorme, perché il cinema non ha più il monopolio del racconto per immagini e le sale, purtroppo, soffrono la perdita di pubblico. Ma sono convinto che questa sia solo una profonda fase di transizione, una mutazione genetica. Il vero grande cinema non si rigenera per moda, ma per necessità, e continuerà a farlo reinventando le sue forme.

Ritratti di cinema è realizzato in un bianco e nero elegante, ha un montaggio che lo rende dinamico, a tratti ironico, sempre con un ritmo che valorizza i contenuti. Grande attenzione all’estetica. Raccontaci alcuni dettagli sull’ideazione e la realizzazione.
La scelta del bianco e nero, condivisa sin da subito con l’autrice della fotografia, nasce dal desiderio di evocare la tradizione iconica del grande ritratto fotografico. Abbiamo voluto giocare per contrasti: la purezza di questa scelta estetica dialoga con le schegge di colore del pre-cinema, con i frammenti delle pellicole restaurate dell’Archivio Nazionale del Cinema e con i passaggi di stagione di Torino.
La vera sfida era strutturare un film come Ritratti di cinema che, per sua natura, vive di una costante staticità. C’era poco margine d’azione, e proprio per questo ogni minimo dettaglio andava valorizzato al massimo attraverso un’estetica rigorosa. Fondamentale è stato il confronto con Andrea Maguolo e Fabio Ricci, i montatori con cui collaboro da tempo. Tra noi c’è un feeling profondo che ci spinge a lavorare sempre sui contrasti ritmici: abbiamo destrutturato la staticità delle interviste per restituire un racconto dinamico, a tratti ironico, capace di dare respiro e fluidità alle parole dei registi.

Come hanno vissuto i registi la scelta di non doversi esporre personalmente attraverso la propria cinematografia? Solo rivelare le origini della loro volontà di fare cinema.
I registi di Ritratti di cinema hanno accolto questa deviazione dai soliti binari promozionali con assoluta generosità, ognuno secondo la propria natura. Damien Chazelle ha vissuto l’intervista quasi come una seduta di terapia: era completamente assorbito dalle sue stesse risposte, con lo sguardo fisso a terra alla ricerca del pensiero più sincero. All’opposto, Jane Campion e Ruben Östlund si sono dimostrati straordinariamente a loro agio: si sono messi in gioco senza paracadute, liberi e divertiti.
Peter Greenaway, invece, ha avuto un approccio oppositivo: sentiva strette persino le maglie larghe delle mie suggestioni aperte e ha voluto marcare il territorio fin da subito, senza mai guardarmi negli occhi. È stato un confronto difficile, ma in fondo lui è il “villain” perfetto del nostro racconto.
E poi Martin Scorsese è stato poetico e centratissimo dal primo istante, mentre Pablo Larraín si è rivelato denso, pastoso, sanguigno e profondamente latino — un’energia che noi italiani sentiamo molto vicina. Asghar Farhadi si è offerto come un poeta delicato, in ascolto, libero e capace di regalare metafore meravigliose. Infine, Paul Schrader ha mostrato la totale assenza di filtri di chi ha raggiunto un’età in cui non servono più maschere o barriere: ha giocato con l’aria di chi non ha nulla da perdere, proprio come Tim Burton, che si è rivelato identico ai suoi delicatissimi mostri. Spogliati della loro cinematografia, sono rimasti gli uomini e le loro ossessioni

Ritratti di cinema
Martin Scorsese

Qualcosa che ancora non è stato raccontato. Aneddoti che non troviamo nel tuo Ritratti di cinema?
Se devo pensare a immagini che non sono nel documentario, mi viene in mente il primo istante in cui ho visto Tim Burton. Eravamo nella sala del Museo del Cinema a Torino la sera prima dell’inaugurazione della sua grande mostra. C’erano pochissime persone, forse otto in tutto. Io non mi sono presentato, mi sono limitato a osservare: lui spostava personalmente alcune grandi sculture dei suoi personaggi, circondato da assistenti che sembravano creature uscite direttamente dal suo immaginario. È stato un momento totalmente onirico.
L’altro frammento indelebile è legato a Martin Scorsese. Mentre lo ascoltavo e lui mi guardava dritto negli occhi, ho vissuto una vera e propria dissociazione: mi sono visto da fuori e, con un candore quasi infantile, mi sono chiesto: “Ma cosa ci fai qui? Perché Martin Scorsese sta parlando proprio con te?”. Ecco, a quella domanda non ho ancora trovato una risposta.

Sono in progetto altre tavole rotonde immaginarie come Ritratti di Cinema?
Attualmente no. Questo progetto, così prezioso e inaspettato, non è nato per essere un format ripetibile. Certo, sarebbe affascinante declinare questo stesso approccio con gli attori o con i direttori della fotografia, ma la verità è che tutta questa esperienza e questi incontri straordinari hanno provocato in me un effetto preciso: hanno alimentato l’urgenza di concentrarmi sul mio cinema e sul desiderio profondo di continuare a esplorare questa indomabile arte.

Su RayPlay


Ritratti di CinemaRegia e sceneggiatura: Paolo Civati; fotografia: Valentina Summa; montaggio: Andrea Maguolo, Fabio Ricci; suono: Carlo Alberto Novaria; protagonisti: Ashgar Farhadi, Pablo Larrain, Tim Burton, Damien Chazelle, Paul Schrader, Peter Greenaway, Jane Champion, Ruben Ostlund, Martin Scorsese, Terry Notary; produzione: Wonder Project, Rai Cinema; origine: Italia 2025; durata: 73 minuti; distribuzione: RayPlay

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