Baracoa. Voto **(*) – Due uomini in cerca di sé con una missione da compiere attraverso i colori e le seduzioni dell’isola di Cuba.
Se Cuba è ancora lo spazio fisico del sogno antimperialista, oggi che le politiche trumpiste rinnovano l’isolamento e colpiscono ai fianchi, confermando l’adagio firmato Daniele Silvestri per cui “l’America ha paura di questo stato in miniatura”, a raccontare una storia dell’isola come in Baracoa si rischia di sfociare nella leggenda. Il fatto è che l’irrealtà del miracolo castrista, in un mondo totalmente assuefatto alla materialità/monetizzazione delle cose, può fatalmente piegare lo sguardo del narratore e portarlo a comprimere il reale per liberare essenze mitiche, tanto inafferrabili quanto pericolosamente vicine all’oleografia.
Baracoa di Luis Ernesto Doñas, regista cubano, ma che vive a Roma, non nasconde la volontà di ambire a un racconto fuori dal tempo – si pensi solo alla città del titolo, la più antica, sorta sull’estrema punta orientale dell’isola, nota ai più come la Ciudad Primada. Baracoa è infatti la meta finale che la strana coppia Jimmi-Pepe deve raggiungere a bordo di una chevrolet rossa decapottabile per dare sostanza alle ultime volontà di Felipe (il nostro Giancarlo Giannini) rivoluzionario italo-cubano rimasto folgorato sulla via della “crisi dei missili” e diventato parte di questo organismo concreto e nostalgico che ripudia l’occidente e conserva la fascinazione per la lingua russa. Pepe (Carlos Luis Gonzalez) è suo figlio, nato a Cuba, ma schiavo del dollaro, che incontra amanti negli hotel attorno all’aeroporto e combina affari per milionari esteri: le storie di suo padre, ai suoi occhi, sono vaneggiamenti senza fondamento. Tra loro – e una distanza che pare incolmabile – si pone Jimmi (Yadier Fernández), il medico che ha in cura Felipe dopo un infarto, che di giorno raccoglie le confidenze dell’uomo e di notte si esibisce come drag-queen col nome di Estrellita. Sarà il suo corpo mutante a traghettare Pepe fuori da L’Avana, fin dentro il cuore dei Caraibi.

La struttura classica da on the road di Baracoa non alleggerisce la narrazione di Doñas alla sua opera-prima che si imbatte (e fa imbattere) i suoi due protagonisti in situazioni tanto farraginose, quanto prevedibili. Per di più l’immersione nell’esplosiva fotografia di Lorenzo Casadio Vannucci, se da un lato compone quadri cromatici suggestivi, dall’altro conferma la scelta di stare dentro una messa in scena rassicurante e prevedibile. La sensazione costante è che il film sia in cerca di una liberazione che l’ingombro dello scenario non riesce mai a intercettare.
Ne sia prova uno dei momenti liricamente più alti della visione, quando di notte, sulla spiaggia, Pepe illumina con la torcia la performance canora di Estrellita: il modo in cui viene inquadrata, in cui si muove, in cui espone il profilo androgino, rimanda a un immaginario da ‘regina del deserto’, da intrusioni musicali almodovariane, che ne riducono l’impatto a debole copia carbone. “Non mi piacciono le cose senza sapore, che spariscono senza lascia traccia”, rivela Estrellita a Pepe, ma in un certo senso le sue parole sembrano coincidere con la gran parte degli incontri che punteggiano il viaggio degli eroi e che si rivelano intermezzi da rimozione forzata, incapaci di trovare una vera collocazione nel totale della narrazione.

Resiste, tuttavia, in Baracoa la ricerca di una certa leggiadra incoscienza del racconto capace di non retrocedere di fronte alle istanze dei propri personaggi che si mostrano incerti e ambivalenti – sia sotto il profilo sessuale che psicologico – e che sono portatori di una apertura al cambiamento che non necessita mai di un lungo addestramento. É come se Pepe, Felipe e Jimmi riconoscessero nelle loro convinzioni già le ipotesi di un’alternativa: è così che bastano poche parole in russo di Felipe per accendere lo spirito rivoluzionario di Jimmy; che l’abito fiammeggiante di Estrellita inoculi in Pepe dubbi di virilità; che un diario segreto liberi le paure d’inadeguatezza di un padre altrimenti moralmente inattaccabile.
Nel finale la casa di Baracoa è un monolite. Le chiavi per accedere ai suoi segreti non funzionano più. Ci vuole una bella spallata per aprire le porte. Nell’enorme salone che si schiude davanti agli occhi di Jimmi e Pepe c’è la storia impolverata di un sogno dimenticato. Ogni oggetto reclama il suo posto nel mondo, ma pare poter esistere solo nel passato. “Si diventa vecchi troppo presto e intelligenti troppo tardi” ammette la voce off di Felipe. Vuol forse dire che non saremo mai pienamente consapevoli di compiere la rivoluzione? O forse che per farla, la rivoluzione, occorre essere giovani e folli? Intanto proviamoci, di nuovo.
Uscirà in Italia distribuito dalla White Lion Media di Federica Folli e Pete Maggi.
Baracoa – Regia: Luis Ernesto Doñas; sceneggiatura: Luis Ernesto Doñas, Filippo Ascione fotografia: Lorenzo Casadio Vannucci; montaggio: Francesco Galli; scenografia: Alexis Alvarez; musica: Bárbara Llanes; interpreti: Carlos Luis Gonzalez, Yadier Fernández, Giancarlo Giannini, Carlos Pérez Peña, Ana Gloria Buduen, Giovanni Giusto, Mireya Chapman, Paula Ali, Yordanka Ariosa; produzione: Pointmedia, De La Huerta Producciones; origine: Italia/Cuba, 2025; durata: 107 minuti; distribuzione: White Lion Media.
