Ti auguro ogni bene. Voto ** (*). Un coming of age queer, dove Tommy Dorfman guarda alla fenomenologia della giovinezza di Boyhood, ma resta bloccato nell’opacità derivativa di una certa serialità para televisiva.
In questo periodo di revanscismo machista, ogni storia che continua raccontare l’emancipazione di un personaggio rispetto non solo al proprio orientamento sessuale, ma anche all’identità di genere a cui scopre e sente profondamente di appartenere, una distinzione semantica quella tra chi si è e chi si vuole amare ancora da comprendere nelle sue più diversificate sfumature, può diventare un piccolo atto di resistenza. Da questo specifico punto di vista, Ti auguro ogni bene, tratto dal romanzo omonimo d’esordio di Mason Deaver e diretto e sceneggiato da Tommy Dorfman (entrambi si riconoscono nella nomenclatura queer, rispettivamente come persona non binaria e donna transessuale), si presenta esplicitamente come un’opera prima a tema, di militanza LGBTQI+.
Ben, adolescente che abita in uno dei tanti sobborghi della provincia americana, rivela ai genitori di sentirsi non binario, quindi di non riconoscersi né nel maschile né nel femminile, ma al tempo stesso chiede loro, pur nel terrore di non essere capito e accettato, il sostegno emotivo per affrontare questo passaggio identitario cosi significativo e delicato, ricco di contorni e prospettive su se stessi ancora da comprendere e attraversare. La risposta è la più brutale e violenta che si possa ricevere, ovvero la disperazione per quel figlio “perduto”, seguita a una richiesta di rinsavimento in base al più repressivo principio cristiano (si scoprirà poi chein Ti auguro ogni bene sia il padre sia la madre appartengono a una comunità religiosa piuttosto bigotta e conservatrice).

A seguire, nel più classico schema di molte di queste virtuose e pie famiglie alle quali, almeno qui in Italia, è dato ora il controllo di decidere sull’educazione sessuale e affettiva di bambini e adolescenti, Ben, riluttante e insofferente a piegarsi a quel traumatico diktat, viene cacciato di casa dall’intransigente autorità paterna. Al contrario del destino di molte altre giovani creature abbandonate sulla strada e raccolte magari dalla solidale e materna comunità queer delle “ballroom” situate nell’underground dei grandi centri urbani (il cui periodo di massimo fulgore negli anni ‘80/’90 è stato ricostruito dall’ottima serie Netflix Pose di Ryan Murphy), Ben recupera il rapporto con una sorella più grande, fuggita dieci anni prima per poter gestire con libertà la scelta di una gravidanza inaspettata.
La donna, ora sposata con un lungimirante e accogliente professore di liceo e diventata consapevolmente madre, non solo accoglie il fratello ritrovato, ne condivide il comune sentimento di coercizione prima e di rifiuto poi subito, ma ne diventa anche la tutrice legale e lo aiuta a integrarsi in una porzione di quella stessa realtà periferica dove quasi immediatamente incontra persone e percorsi simili. Un ragazzo da amare, le amiche con cui condividere la parte femminile più creativa ed eccentrica, la professoressa d’arte che permette “loro” di imprimere attraverso la pittura il fulgore e la bellezza mossa e variegata del suo sentire; perfino il lavoro come operatore in un centro anziani, gestito ovviamente da una coppia queer. I genitori, inizialmente minacciosi, escono poi di scena abbastanza rapidamente e a parte qualche momento di sconforto, per B. ( il nome scelto per ovviare al problema di dover essere l’uno o l’altra) ogni cosa si risolve per il meglio e gli permette di ballare da solo, tra i viali delle villette a schiera del suo nuovo quartiere, e neanche sotto la pioggia.
Il problema è che oltre all’esposizione di questa bella trama, non resta molto altro da dire di Ti auguro ogni bene. Il linguaggio è veramente semplice, per non dire basico, e a parte forse la sequenza iniziale, con Ben che pulisce con un gesto determinato il vetro appannato dello specchio del bagno ed è come se guardasse per la prima volta il suo viso riflesso, non c’è nessuna immagine o inquadratura che resta, optando per una scelta di regia molto funzionale, para televisiva, che segue il personaggio piuttosto monocorde.

Il modello alto dichiarato, forse, era quello di fare un Coming of age queer che guardasse, sintetizzandone la portata e la durata, alla tattile ed empatica qualità osservativa di Boyhood di Richard Linklater, apertamente citato nella scena in cui Ben, sdraiato sul prato, guarda il cielo con le braccia sotto la testa. Se chiaramente l’epica quotidiana e intima di Linklater, che, in corrispondenza allo sviluppo diegetico dei suoi personaggi, ha seguito la crescita e la trasformazione dei suoi attori nell’arco reale di dodici anni, non era eguagliabile in quanto riflessione sullo sguardo tempo della vita e del cinema, ci si aspettava in questo Ti auguro ogni bene almeno il tentativo di uno sguardo. A prevalere è la necessità della giusta causa, della simpatia, della più rapida risoluzione dei sentimenti contradditori, tanto che B. alla fine scriverà una lettera di perdono ai genitori che lo hanno lasciato libero di rifarsi una vita…
.Questo bisogno di spiegare, sottolineare, far quadrare il cerchio e, ahimè, “normalizzare” , è il grosso limite almeno dal punto di vista cinematografico; una storia che potrebbe essere, e che in parte è già stata, attraversata in maniera più verticale, audace, intensa, se si pensa solo agli strabordanti , fisici e sensuali melodrammi di Sebastien Lifshitz come Wild Side o anche al cinema disinibito e pieno di passione e vitalità di John Cameron Mitchell (Shortbus). Il riferimento è più la serialità televisiva da cui Dorfman proviene ( la serie tv di Netflix Tredici ideata da Brian Yorke) e talvolta il tono sembra essere quello dell’episodio pilota proprio di una serie (anche se pure in quel caso manca un po’ di nerbo e tensione drammatica). L’intenzione, fuori dubbio buona, sembra essere quella di mantenere una semplicità e una facilità di accesso per le generazioni più giovani, ma il risultato, per quanto tenero, è davvero troppo opaco per rimanere impressionato con la forza, magari scomposta però livida e segnate, di un’età acerba.
Presentato Fuori Concorso alla 72° Edizione del Taormina Film Fest (10-14 giugno 2026).
In sala dal 18 giugno 2026.
Ti auguro ogni bene (I Wish You All the Best) – Regia e sceneggiatura: Tommy Dorfmann dal romanzo omonimo di Mason Deaver; fotografia: Robby Baumgartner; montaggio: Sarah Beth Shapiro, Sarah Beth Shapiro; musica: Brad Oberhofer; interpreti: Corey Fogelmanis, Miles Gutierrez-Riley, Alexandra Daddario, Cole Sprouse, Lena Dunham, Amy Landecker, Lexi Underwood, Lisa Yamada; produzione: Ace Entertainment,, TeaShop Films; origine: USA, 2025; durata: 93 minuti; distribuzione italiana: Notorious.
