Ulysse. Voto ***. Tornata dietro la mdp dopo diversi anni di pausa, Laetitia Masson traduce in immagini la sua esperienza di madre di un figlio affetto da una sindrome genetica. Dal concepimento all’età adulta il cammino di Ulysse verso l’emancipazione è storia di un giovane uomo dal passo lento in un mondo che corre.
A ognuno la propria personale Odissea. Nell’anno della rilettura di Omero di Christopher Nolan e dell’epopea del ritorno a casa dell’eroe con i muscoli e la barba dell’eterno figliol prodigo Matt Damon, ecco sorgere con Ulysse di Laetitia Masson un altro genere di racconto-dedalo, di vita imbrigliata in infinite peripezie, stavolta per liberarsi, per uscire da casa e trovare un proprio posto nel mondo.
Ulysse è infatti il bambino tanto desiderato da Alice (Élodie Bouchez), ricercatrice in sociologia, e suo marito, Vladimir Lazarev (Stanislas Merhar), pianista in cerca di affermazione. Ma la felicità della nascita si incrina presto. A farsi largo è un’angoscia strana e informe che culmina nella scoperta della rara malattia genetica del figlio che tarda a camminare, non mangia e si esprime con grande difficoltà. Ulysse ha la sindrome di Noonan il cui decorso appare inesorabile e il cui grado di disabilità non permette di prospettare un futuro semplice.
Laetitia Masson torna al cinema dopo diverso tempo e lo fa con la storia più personale della sua lunga carriera. A interpretare Ulysse infatti è proprio suo figlio Alphonse (Roberts) realmente affetto da malattia genetica.
“Ho aspettato diciotto anni prima di decidermi a raccontare la nostra storia. Volevo che mio figlio raggiungesse la maggiore età, diventasse uomo e fosse pienamente cosciente di quello che avrei voluto realizzare insieme a lui”.
Dunque, una storia di finzione innestata in una storia vera, la messa in scena della propria vita attraverso lo sguardo di un doppio testimone, la regista e il protagonista, in una fusione che rende autentico campo e controcampo. Ulysse è un’operazione in qualche modo simile a quella portata a Venezia da Tommaso Landucci con I figli della scimmia dove attorno a una persona realmente affetta da disabilità viene costruita l’impalcatura di un racconto capace allo stesso tempo di rifuggire il facile pietismo e di concentrarsi su un percorso di vita collettivo.
Anche qui, come nei Figli della scimmia, il focus della mdp riesce a compiere degli scarti per togliere dal centro dell’inquadratura la ‘pietra dello scandalo’ così da poter raccontare quello che si muove intorno, in particolare i rapporti familiari di chi è coinvolto primariamente al fianco della persona fragile.
Ulysse si muove su due dimensioni. E in entrambe il tempo è una variabile decisiva. A livello più intimo segna la differenza tra madre e padre: per Alice ogni risultato raggiunto dal figlio è una conquista e il fatto che arrivi con lentezza è un valore aggiunto; per Vladimir ogni conquista è una fatica fuori scala, che perde consistenza proprio perché ottenuta dopo infinito peregrinare. Inesorabili le vite della coppia prendono strade diverse: lei resta al fianco del figlio, lui e la sua musica emigrano negli Stati Uniti.
Resiste l’amore per Ulysse, ma mentre per la donna è sangue e sudore quotidiano, per il padre è lo schermo di uno smartphone, la promessa di una vacanza, momenti di angoscia tra una turnè e l’altra. E qui, il film sembra ingessarsi un po’, come se la storia vera della Masson venisse a reclamare il riconoscimento di un sacrificio e per questo rinunciasse a qualsiasi grado di sfumatura. Lei è in trincea, lui no. E nessuna possibile evoluzione è contemplata.

Dove invece Ulysse prende il volo è quando si fa racconto sociale, quando immerge le vicende personali di questo ragazzo nel tritacarne dell’inclusività. “La vita familiare non è la vita vera”, sentenzia un assistente sociale a lasciare intendere che il parente di un disabile tende a ‘immaginare delle cose’, a perdere di vista la realtà in favore di un’idea di realtà dove il soggetto può – applicandosi costantemente – riuscire, può progredire, può infine raggiungere gli obiettivi di chiunque altro. La battaglia diAlice è nella quotidiana contestazione di questa ammissione: Ulysse ha dei tempi di traduzione che sembrano incompatibili per una società che corre veloce e che preferisce assicurare al malato un dignitoso benessere piuttosto che un decoroso mestiere.
Ma è appunto il sistema ad essere fallato. A rimpallarsi le responsabilità per carenza di personale, programmi scolastici inadeguati, voragini di senso che prevedono di rivolgersi all’insegnamento privato per compensare le mancanze della scuola pubblica. Il risultato è che per Ulysse, il cui sogno da grande è di diventare uno chef affermato, non c’è spazio. Troppo poco veloce, troppo poco maturo, troppo poco determinato. “Noi non lasciamo indietro nessuno, ma siamo insegnanti, non maghi”, conclude l’ennesimo specialista.
Se Ulysse trova infine un lavoro adatto a lui e soffia sulle candeline della maggiore età con un nuovo, concreto, progetto di vita, è per la sua ostinazione, e quella di Alice. Un lieto fine che non nasconde il carattere di eccezionalità del risultato. La domanda che viene da porsi è la seguente: siamo tutti in grado di arrivare in fondo a un’odissea? Eppure di fronte a una mostra di Picasso la guida si rivolge alla classe di Ulysse con le parole dell’artista: “Io non dipingo ciò che vedo, ma dipingo ciò che sento”.
Ognuno ha diritto di diventare quello che sente di voler essere oltre i limiti dello sguardo altrui. Contro ogni orrenda pretesa di efficienza, contro il capitale, in favore della lentezza, e perché no, della contemplazione. Guardate Ulysse, guardate come sorride felice.
Ulysse – Regia e sceneggiatura: Laetitia Masson; fotografia: Emmanuelle Collinot; montaggio: Alexandre Auque; scenografia: Fanny Stauff; interpreti: Élodie Bouchez, Alphonse Roberts, Stanislas Merhar; produzione: Laurent e Michèle Pétin per ARP Selection; origine: Francia, 2026; durata: 96 minuti.
