Anemone di Ronan Day-Lewis


Nonostante sia un film che affronti una questione cosi piena e assoluta come l’affondo emotivo e psicologico nel rapporto perduto tra un figlio e un padre, Anemone, esordio alla regia di Ronan Day-Lewis, è un racconto fatto di silenzi, omissioni, divieti. Ray Stoker, al quale Day Lewis ha dato il volto ormai incavato e roccioso (ma con i lampi di una non sfiorita, luminosa bellezza) del padre Daniel, ha chiuso il proprio cuore a qualsiasi accesso relazionale, in particolare quelli familiari: vive da solo in mezzo alla fitta e intricata vegetazione di un bosco vicino alla grigia e periferica cittadina industriale di Sheffield, e porta dentro di sé le impronte di una rabbia e di un dolore che contiene tutte le tensioni e le ragioni per essere detto ad alta voce, ma che ha bisogno neanche di un interlocutore, bensì di qualcuno che ascolti e accolga l’inenarrabile abisso che lo ha inghiottito. È questo lo scopo che si è prefisso il fratello Jem (Sean Bean) nell’andarlo a trovare, cercando di innescare un processo se non proprio di catarsi, almeno di apertura a una possibilità di riconciliazione con sé stesso, con il mondo, con il figlio che non ha mai conosciuto. Il superamento di queste prescrizioni interiori che si manifestano come allontanamento e negazione passa, per forza di circostanze e analogie, sopra il corpo di Ray e sopra quello del figlio Brian, accumunati, a prescindere dall’estraneità parentale, da una rabbia che ha generato e continua a generare altri lutti e altre ferite . L’isolamento che si è inflitto l’uomo riguarda l’esperienza come soldato dell’esercito inglese chiamato e controllare e reprime le azioni dei rivoltosi irlandesi dell’IRA , con uno speculare e audace detournement del Day-Lewis attore , ancora cosi potentemente associato al personaggio di Gerry Conlon in Nel nome del padre (1993, regia Jim Sheridan), dove interpretava la storia vera di un ragazzo irlandese ingiustamente accusato e condannato dalla polizia inglese assieme al padre Giuseppe (poi morto in carcere) di aver messo una bomba in un pub; gli avvenimenti drammatici dei quali è stato testimone, con il particolare di un fatto particolarmente cruento di cui ha visto le premesse e le conseguenze, lo hanno gettato in uno costante e tormentato stato post traumatico, senza una via di scampo che non sia quella della fuga e di un’ (as)soluzione che non sia il ritiro da qualsiasi coinvolgimento emotivo.

                 Daniel Dy-Lewis e Sean Bean

Dal canto suo Brian ha seminato e fatto esplodere il germe di quel abbandono subito in un ‘aggressività furiosa contro i propri coetanei adolescenti. Nonostante la scarna dimensione spaziale concentrata in pochi ambienti ( la vasta e incontaminata foresta piena di echi anche magici e arcaici dove abita Ray e la casa in cui Jem convive con Brian e Nessa, ex compagna di Roy e madre di Brian) e l’atmosfera sospesa di un tempo increspato in faticose elaborazioni interiori, l’arco narrativo ha un respiro lungo e piuttosto solenne, da metafora religiosa di martirio ed espiazione, colpa e redenzione. C’è un fuori campo evocato solo dalle parole, quello delle violenze subite e provocate anche e forse soprattutto da un’altra figura paterna, quella di Ray e Jem  che al contrario del primo e del secondo non ha seguito la strada di una sofferta e inevitabile separazione o di una presenza surrogata e putativa. È probabilmente questa figura rude e abusante il fantasma più inquietante e segnante del disagio e dell’inadeguatezza vissuta di Ray, la cui estrema sensibilità è stata essiccata e prosciugata all’ombra di un brutale assalto sulla scena primaria dell’infanzia e della giovinezza. Il contro campo a distanza ravvicinata è invece quello di Nessa, nelle sembianze della quale ritroviamo l’indomita fisicità ed espressività di Samantha Morton, capace di esprimere i riflessi accorati di una salda e tattile maternità senza i vezzi consolatori e seduttivi di un femminile che non parla e non agisce. Il racconto preciso e autentico che fa al figlio della sua storia d’amore è quello che permette a Brian di sbloccarsi dal suo ostinato mutismo e dalla prospettiva di un accanimento manesco e compulsivo contro chi e contro ciò che lo circonda.

La difficoltà di rapportarsi ad un’opera come questa va allora a coincidere con quello che cerca di rappresentare, ovvero l’insistenza di provare a scalfire la superfice dura e respingente di una stratificata e sistematica dismissione dalla società in primis e dall’umanità in un senso più assoluto ed esistenziale. Si tratta allora della progressiva parafrasi in chiave allegoria di una storia che ha un nome, un passato, un senso, quella del sanguinoso e impantanante conflitto nord irlandese, con le generazioni di padri e figli smarrite dietro alle reciproche fedi e convinzioni, tramutate in rimpianti, amarezze, condanne. Le gabbie e le barriere sono comunque permeate da una certa tendenza visionaria delle immagini rarefatte dal blu chiaroscurale del cielo e dal verde umido delle piante, con un capovolgimento percettivo di quella natura non indifferente piuttosto ricco di suggestioni: un luogo concreto e attraversabile per tutta la sua misura che si presa a farsi simbolo di un collegamento extra sensoriale e immaginifico, dove Ray, come in un sogno, può rincontrare il figlio sotto forma di uno spirito del lago o di una creatura archetipica, con un momento di cinema quasi fantasy che sembra essere derivato  dalle animazioni di Hayao Miyazaki. Quello che raffredda e tiene fuori rispetto alla portata di un nucleo cosi denso ed incandescente è quella patina artefatta, autoriale, contemplativa che inibisce la propensione allo stupore per una digressione o un dettaglio, incluso il rimando al fiore del titolo, esposto e resistente alla tempra delle intemperie atmosferiche; come se il regista avesse fatto della figura attoriale di Day-Lewis sr. (tornato in scena ben otto anni dopo aver incarnato lo psichicamente fragile e al tempo stesso metodico controllante sadomasochista de Il filo nascosto), e del paesaggio che ne sembra un’espansa emanazione, lo statico e archetipico totem da ammirare e non la persona carne del sua carne con cui empatizzare.

Se tra i riferimenti “alti” è ascrivibile Andrej Tarkovskij, la pur sincera e anelata ispirazione si perde nel ridurre le altezze e le vertigini di un’apparente semplicità nelle strutture e sovrastrutture di una forzata complessità. Poi nei titoli di coda ci si accorge che Ronan ha sceneggiato questo debutto con Daniel e ci si chiede quanto abbia richiesto in fatica e generosità (ri) costruire l’abc di un extra diegetico alfabeto cinematografico sulla trama di un dimenticato lessico famigliare.

Vincitore del premio per la Miglior Opera Prima a “Alice nella Città” (Festa di Roma) 2025.
In sala dal 6 novembre 2025.


Anemone – Regia: Ronan Day-Lewis; sceneggiatura: Daniel Day-Lewis, Ronan Day-Lewis; fotografia: Ben Fordesman; montaggio: Nathan Nugent; musica: Bobby Krlic; interpreti: Daniel Dy-Lewis, Sean Bean, Samantha Morton, Samuel Bottomley. Safia Oakley-Green; produzione: Dede Gardner e Jeremy Kleiner per Plan B Entertainment; origine: Gran Bretagna/ USA 2025; durata: 121 minuti; distribuzione: Universal Pictures.

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