6° Festival del cinema tedesco (Roma 19-22 marzo 2026): Cotton Queen di Suzannah Mirghani

Cotton Queen
Suzannah Mirghani

Presentato a Concorso della Settimana Internazionale della Critica a Venezia 2025, Cotton Queen rappresenta il debutto nel lungometraggio della giovane regista sudanese-russa Suzannah Mirghani. Si tratta di un coming-of-age in bilico fra il racconto di una idilliaca vita contadina, un passato segnato dal colonialismo e un futuro minacciato dalla modernità. Figura di spicco, che si muove fra queste realtà, è l’adolescente Nafisa (Haram Basher) – sta infatti a lei, nipote dell’anziana saggia del villaggio, decidere del suo futuro e così anche del futuro della sua comunità.

La giornata della giovane Nafisa che abita un villaggio ancora prevalentemente legato alla produzione locale del cotone, è diviso fra il lavoro nei campi con le altre ragazze della sua età e il tempo passato ad ascoltare i racconti di gesta eroiche e del passato mitizzato dalla nonna Al-Sit (Rabha Mohamed Mahmoud). Quest’ultima racconta della lotta per l’indipendenza e del suo coraggioso ribellarsi ai coloni britannici , motivo per il quale è stata incoronata con il nome di Cotton Queen. Essendo lei l’anziana del villaggio esperta di erbe medicinali poi, il suo consiglio viene rispettato da tutta la comunità. Tanto più che il suo cotone ha la miglior qualità e purezza della zona perché ancora rispetta i procedimenti degli avi e viene raccolto da ragazze pure (cioè non ancora mestruate). Ma Nafisa, per quanto avida di sapere e curiosa, affascinata dai racconti, non sempre ormai crede a tutto quello che le viene narrato, pur rispettando e obbedendo l’anziana parente più che la madre.

L’idillio contadino sembra aver fine quando il figlio di un ricco agricoltore, Mr. Tijani, arriva a stabilirsi nella casa padronale con l’intenzione di convincere i contadini ad abbandonare il loro tradizionale cotone e seminare il suo, forte contro parassiti perché geneticamente modificato, ma incapace di produrre nuovi semi. Corteggiato da tutte le famiglie del vicinato Mr. Taijani si interessa a Nafisa, mentre lei lo rifiuta perché innamorata del coltivatore di cipolle e suo coetaneo Babiker (Talaat Fareed). Inevitabilmente arriva per Nafisa il momento di prendere in mano il suo futuro e, indipendentemente dalle volontà della nonna o dei genitori scegliere una propria strada, per quanto questa non sia la più facile.

Profondamente radicato nella tradizione sudanese della raccolta del cotone Cotton Queen racconta del passato coloniale britannico del Sudan e del presente di una comunità ancora immersa nella tradizione. Tradizione che talvolta ha la brutalità di pratiche quali l’infibulazione (la mutilazione genitale femminile), la durezza dei matrimoni precoci o spesso anche ‘solo’ forzati; dall’altra parte subisce il fascino di riti arcaici che seguono la raccolta del cotone con i suoi canti d’accompagnamento. Insomma, la tradizione orale tout court. Al suo opposto la regista ci mostra come le nuove tecnologie, non ultimi i social media, si intrufolino neanche così lentamente e vadano a minacciare e dividere, tanto quanto l’uso dei pericolosi OMG, l’esistenza e la sopravvivenza della piccola comunità locale.

Cotton Queen
Rabha Mohamed Mahmoud

Mirghani ha scritto una sceneggiatura pregevole, ma il suo sguardo rimane ingenuo, quasi intonso, come il candido bianco dei vestiti che indossano le protagoniste e che mai mostrano la fatica e lo sforzo del lavoro nei campi. I suoi personaggi faticano a trasformarsi in ruoli reali fatti di carne e ossa e rimangono poco credibili. Eppure, pur nelle sue imperfezioni, il film offre interessanti spunti. Non ultima l’ambiguità nella quale si ritrova esposta la giovane donna sudanese nello spazio ‘protetto’ della famiglia, dove forze e impulsi nostalgici sopravvivono all’interno di una cultura ancora fortemente patriarcale e malata di rituali antiquati e crudeli, lesivi del corpo femminile o della libertà di scelta della donna.

E ancora: da una parte l’ombra di un passato coloniale mitizzato, simboleggiata nella casa patronale abbandonata e deserta, avvolta nell’oscura presenza di fantasmi di morti violente e racconti misteriosi, dove pochi si azzardano a metter piede per scaramanzia; dall’altra la tanto sognata modernità, che però con grande disappunto di Nafisa, non porta solo bene alla comunità locale, ma anche parecchie insidie.

Tuttavia, non c’è dramma in Cotton Queen. Le immagini rimangono sempre molto luminose e solari, sia all’inizio, come alla fine. Il tono rimane pacato, pure quando si accenna ad argomenti delicati come la mutilazione genitale femminile. Qui anzi la regista sceglie di spiegare la pratica in modo meno violento servendosi di uno spettacolo di burattini davanti ad un pubblico bambino. Anche la scelta di realizzare alcune sequenze, quelle sognate, servendosi del realismo magico, contribuisce a continuare il discorso su un piano mitologico e fantastico più che realistico. Forse, quello che non convince del tutto lo spettatore, è proprio la mancanza di una presa di posizione di Mirghani, una scelta che infine nuoce anche al film, che rimane bloccato a metà strada fra la voglia di denuncia e la nostalgica, bucolica visione di un Sudan agricolo e pacifico.


Cotton Queen  – Regia e sceneggiatura: Suzannah Mirghani; fotografia: Frida Marzouk; montaggio: Simon Blasi, Amparo Mejías, Frank Müller; musiche: Amine Bouhafa ; scenografia: Pierre Glemet; interpreti: Rabha Mohamed Mahmoud, Mohamed Musa, Mihad Murtada, Talaat Farid; produzione: Strange Bird, Maneki Films, Philistine films, Film Clinic, Mad Solutions; origine: Germania/ Francia/Palestina,/Egitto/ Qatar/Arabia Saudita/ Sudan, 2025; durata: 93 minuti.

 

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