6° Festival del cinema tedesco (Roma 19-22 marzo 2026): Regen fiel auf nichts Neues di Steffen Goldkamp 

Regen fiel auf nichts Neues Il titolo del primo lungometraggio di Steffen Goldkamp (1988) Regen fiel auf nichts Neues (alla lettera: La pioggia non è caduta/cadeva su niente di nuovo) non risponde a un’espressione idiomatica tedesca, ma sembrerebbe la variazione di ciò che in italiano equivale al modo di dire “niente di nuovo sotto il sole”. Che il sole, nel titolo tedesco, si sia trasformato in pioggia, è un programma certamente non improntato all’ottimismo – e infatti, più o meno, il film si chiude com’è iniziato, ossia con il protagonista David (Noah Sayenko) che sta in carcere, all’inizio, e che alla fine ci torna.

D’altra parte, a pensarci bene, quando un personaggio in un film esce dal carcere può fare due cose: o va in cerca di vecchi compari che l’hanno piantato in asso, e allora il film diventa di fatto una specie di revenge movie, oppure cerca una redenzione provando a reinserirsi  nella vita civile e nella stragrande maggioranza dei casi non ci riesce, ora a causa delle circostanze ora per colpa sua, il più delle volte per entrambe le ragioni. Il caso di David rientra nella seconda tipologia e le cause di questo fallimento sono anche qui da rintracciarsi nelle difficoltà oggettiva di reintregrarsi, nei pregiudizi che la società nutre nei confronti di coloro che sono stati in galera ma in larga parte ciò è dovuto alla soggettiva incapacità del protagonista, alla sua spigolosità, alla sua renitenza e, chissà, ai suoi traumi (ma non lo sapremo mai, né sappiamo come mai sia finito in carcere)

Questa vicenda, certamente triste e cupa, che si svolge nel Nord della Germania e il cui esito appare chiaro dopo pochissimi minuti, viene raccontata  tramite il ricorso a scelte stilistiche, molto connotate, ma – è impossibile negarlo – estremamente faticose. Ne segnalo alcune: lunghissimi silenzi (i primi 11 minuti, prima cioè che David esca dal carcere sono praticamente mute), pochissimi dialoghi, di fatto solo smozzicati in uno slang a tratti incomprensibile (senza le didascalie in inglese non si capirebbe quasi nulla), inquadrature stranianti tramite primissimi piani tali che spesso non se ne capisce il soggetto, ad esempio prima di comprendere che cosa inquadri la prima sequenza ci vuole molto molto tempo, inquadrature di dettagli: piedi, mani, scarpe, denti, quasi mai il soggetto nella sua interezza, numerose sequenze al buio o comunque notturne, dove – di nuovo – è difficile capire chi, come, dove venga inquadrato, anche perché – altra caratteristica stilistica dominante – il regista (e il direttore della fotografia) fanno un uso estremo di sequenze sfuocate. Sul piano strutturale, poi, quasi tutto il film è costituito di sequenze auto-conclusive, tocca allo spettatore, se vuole, creare un nesso fra i vari episodi, comunque contrassegnati da una sequela di sconfitte, ciò che rende l’assunto e il risultato piuttosto meccanici.

A prescindere dal carcere Regen fiel auf nichts Neues si svolge in luoghi anonimi, freddi, se vogliamo in non-luoghi che certamente non sono in grado di aiutare il protagonista a salvarsi, a redimersi. Nell’insieme si tratta di un film certamente coerente sul piano dello stile, ma, almeno a mio avviso, molto molto noioso. Vale per la lunghezza di certi film quel che vale per la temperatura: c’è il dato reale e il dato percepito. Qui gli ottantacinque minuti sembrano tanti, tanti di più.


Regen fiel auf nichts Neues – Regia, sceneggiatura: Steffen Goldkamp; fotografia: Tom Otte; montaggio: Jelena Maksimović; interpreti: Noah Sayenko, Kim Lorenz, Suffian Denis, Tarik Yanik Raji, Lisa Hagmeister, Volkan Ourgantzidis; produzione: Tamtam Film GmbH; origine: Germania 2025; durata: 85 minuti.

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