Der menschliche Faktor/ Human Factors

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Jan (Mark Waschke) e Nina (Sabine Timoteo, diventata nota come uno dei Gespenster (fantasmi) messi in scena nel film di Christian Petzold nell’ormai lontano 2008) sono una coppia modello. Ad ogni coppia modello corrispondono figli modello (o quasi, ma non si può pretendere tutto), in questo caso l’adolescente Emma (Jule Hermann) e il fratellino Max (Wanja Valentin Kube). All’appello non manca nemmeno il canonico animale da compagnia, qui rappresentato da uno strano ratto – forse l’unica nota stonata all’interno di un quadretto altrimenti perfettamente in linea con qualsiasi pubblicità familiare. Durante una breve permanenza nella loro casa-vacanze in Belgio, tuttavia, l’allegro idillio viene spezzato con brutalità repentina: alcuni sconosciuti entrano di soppiatto nella proprietà, scatenando il panico e dando il via ad una serie di reazioni a catena dagli effetti nefasti. Da questo momento in avanti, personaggi e spettatori saranno destinati a rivivere il piccolo trauma per oltre un’ora, indagando ogni sfaccettatura della fatale nottata che mise in luce le ombre di una routine affettiva solo in apparenza inattaccabile. L’altoatesino Ronny Trocker (Bolzano 1978) – lo ricordiamo per Die Einsiedler presente nella sezione “Orizzonti” del Festival di Venezia del 2016 – torna dietro la macchina da presa con una sceneggiatura volontariamente sconnessa e ridondante, nella quale nessun dettaglio viene lasciato al caso. Il suo Der menschliche Faktor (già presentato al Sundance nel gennaio di questo gennaio con il suo titolo internazionale Uman Factors ) esibisce al pubblico i fantasmi di cui la natura umana si compone, indirizzando l’obiettivo sui punti deboli alla base della nostra quotidianità.

La cinepresa balza avanti e indietro nello spaziotempo, scardinando la continuità narrativa e inscenando all’infinito gli avvenimenti sopra citati: scopriamo così che Jan e Nina gestiscono la medesima agenzia pubblicitaria (un particolare, ancora una volta, più che indicativo). Non è finita: all’insaputa della moglie, l’uomo decide di accettare la proposta di un politico che gli chiede di sostenere la sua campagna elettorale. Sono tanti soldi. Il contratto deve essere firmato ma, per ora, in segretezza. Eppure, la notizia trapela in un istante e, ovviamente, Nina (già di per sé refrattaria alla propaganda) s’infuria col marito. Nemmeno l’opinione pubblica sembra disposta ad accettare la notizia come se nulla fosse, e l’azienda dei due protagonisti comincia ad essere presa di mira da alcuni attivisti e membri dell’opposizione. Iniziamo dunque ad intravedere delle crepe pronte a trasformarsi in voragini: è questo il teatro nel quale la Trocker ambienterà il proprio melodramma familiare. Un altro salto in direzione orizzontale e torniamo a quella famosa sera in Belgio, ma questa volta cambiando il punto di vista e svelando ulteriori indizi: se dapprima l’occhio del regista sembra mimetizzarsi con quello di Jan, al nuovo giro di boa lo sguardo pare compenetrarsi con quello del piccolo Max. A questo punto, siamo in grado di ricostruire la scena del crimine con maggiore precisione. Il film ricomincia senza mai davvero concludersi, la sceneggiatura getta sullo schermo gli elementi narrativi come se si trattasse di sfogliare un mazzo di carte con grande lentezza e con un certo gusto per il mistero. Sembra quasi di assistere all’opera di un illusionista, intento a nascondere ed estrarre le figurine dalla manica della propria camicia.

In una giostra emotiva dall’andatura sempre più vorticosa e frastornante, entriamo in contatto con la frustrazione di Nina (abituata da chissà quanto a fingersi quieta e comprensiva), con la sventata e puerile ambizione di Jan, con l’introversa rabbia di Emma e, infine, con il selettivo ma eloquente mutismo di Max – forse l’elemento più distruttivo e disturbante dell’intera costellazione. Quell’inspiegabile evento in Belgio è la classica goccia che fa traboccare il vaso (se purtroppo o per fortuna, non è dato sapere), la tessera impazzita di una partita a domino divenuta ormai tediosa. Chi sarà mai stato ad interrompere questo uggioso valzer? Ladri? Detrattori? Una banda di ragazzini armati di smartphone? O forse semplicemente il vento, con la complicità di una finestra aperta? In fondo, è davvero importante stabilirlo? Ciò che, infatti, a tutti i personaggi (e perfino a noi spettatori) continua a sfuggire pare essere l’importanza del fattore umano, unica vera arma del delitto in grado di sgretolare una composizione già in partenza non poi così lineare. Forse dovremmo addirittura ringraziare l’intrusione estranea, forse da soli i nostri attori non sarebbero stati in grado di sciogliere i nodi che li avvinghiavano. Ma l’epilogo è amaro, le conseguenze dolorose (benché prevedibili), l’esperienza subita lascia cicatrici tutto sommato immotivate. La realtà effettiva emergerà solo per brevi attimi e attraverso occhi discreti, ad esempio quelli di Max e del suo amatissimo topolino. Dopo di che, la cinepresa e i personaggi rientrano nel proprio silenzio, luogo in cui ogni verità si genera e poi muore.


Cast&Credits

Der menschliche Faktor – Regia: Ronny Trocker; sceneggiatura: Ronny Trocker; fotografia: Klemens Hufnagl; montaggio: Julia Drack; interpreti: Mark Waschke (Jan), Sabine Timoteo (Nina), Jule Hermann (Emma), Wanja Valentin Kube (Max), Hassan Akkouch (Hendrik), Isaak Dentler (Karsten), Daniel Séjourné (Flo), Hannes Perkmann (Alexander), Marie Rosa Tietjen (Hannah), Steve Driesen (Frédéric); produzione: zischlermann filmproduktion; origine: Germania, Italia, Danimarca 2021; durata: 102’.

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