Fulci Talks

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La trentesima edizione del Noir in Festival (dall’8 marzo su MyMovies – https://www.noirfest.com/index.php/… ) non potrebbe aprirsi in modo migliore: e infatti, a sollevare il sipario e dare il via alle danze è niente meno che Lucio Fulci, maestro del generesui generis o, se vogliamo, oltre il genere. Attraverso lo sguardo (rigorosamente analogico) di Antonietta De Lillo e Marcello Gaforalo, il regista sfoglia le pagine della propria vita con quell’irriverenza lucida e al contempo necessariamente allucinata che da sempre contraddistingue le sue opere. Fulci Talks (dal 10 marzo on demand su www.cgdigital.it e su Chili) è un triello senza esclusione di colpi, i tagli si contano sulle dita di una mano, ogni parola trova il suo spazio prendendo le distanze dal mefitico “buco nero” della censura. La pellicola è un grandioso omaggio al mezzo cinematografico in quanto tale: per Fulci, il film è completa e sfrenata libertà di espressione, pura entropia, pura visione, puro gioco, è l’occhio sfregiato e irrazionale di Buñuel. Girata nel 1993, l’intervista riporta sul palcoscenico un mondo in gran parte roso dai suoi stessi addetti ai lavori, suddiviso in stanze dalle porte serrate che il Fulci sceneggiatore si diletta a scassinare con sardonica brutalità.

Si inizia da un’infanzia trascorsa all’interno di un universo matriarcale, tragico, ancestrale, quasi sovrannaturale – un universo in cui nascita e morte spesso si sovrappongono nel medesimo limbo, che è poi lo spazio a cui realtà e film appartengono: “le prime cose che vidi nella mia famiglia erano i lutti, perché in Sicilia si tengono i lutti per vent’anni” racconta Lucio “mia nonna, l’ho vista sempre vestita di nero”. Si passa poi alla gioventù romana, alle poesie di Whitman recitate dal “nano” Capote, al grande amore infelicemente malcorrisposto e al Centro Sperimentale di Cinema, forse ultima tappa di un vagabondaggio un po’ inquieto e un po’ insofferente. Una volta messa in moto, la bobina comincia a girare senza mai fermarsi: così ripercorriamo, insieme al giovane Lucio, l’apprendistato con Antonioni e Visconti, le prime collaborazioni con Steno e Totò, il passaggio dietro la macchina da presa, il battesimo del fuoco nel mondo dell’avanspettacolo, l’incontro con Ciccio “l’augusto” Ingrassia e Franco “il mamo” Franchi. Il tutto condito con la sagacia tipica di chi si prende sul serio perché non si prende mai troppo sul serio. Siamo ancora nella fase della parodia, della commedia, della levità, della risata e del gusto acidulo ch’essa lascia sulle labbra di spettatori e operatori: “molti registi comici sono pessimisti e tristi, io mi sono sempre divertito”.

Ma Fulci, all’interno di una singola cella, non sa decisamente stare: è ora di spalancare la finestra e vedere di che colore sono gli edifici di fronte. Potrebbero essere, ad esempio, gialli – una tinta che si rivelerà di sostanziale importanza nell’opera dell’artista. Pescando a piene mani dal cilindro magico del cinema, Lucio si diletta ad alzare l’asticella, a sollecitare l’indignazione dei detrattori e la venerazione degli adulatori, senza per questo lasciarsi catturare dall’uno o dall’altro. Non vogliamo redigere un verbale di questa bizzarra avventura (e nemmeno ridurci a fare l’inventario dei titoli più importanti): ciò che emerge dalla rievocazione di Beatrice Cenci (1969), di Una lucertola con la pelle di donna (1971) e specialmente del suo amatissimo Paperino (1972) è la ripetizione dell’aggettivo “crudo”, qui vera parola d’ordine in cui si rileggono l’adolescenza, la ribellione, la ricerca di un’autenticità necessariamente travestita da mostro. Scongiurando la monotonia come sola maledizione in grado di uccidere tanto l’artista quanto l’uomo, Fulci si consacra all’incoerenza, al libero arbitrio per partito preso, all’anarchia: e quale genere migliore se non l’horror? O magari il fantasy? Secondo il regista, l’ordinario può essere compreso, appreso ed esorcizzato soltanto attraverso l’ipotesi allo stato puro, il meraviglioso, il monstrum ripulito dai deterioramenti odierni e ritornato creatura tanto eccezionale quanto portentosa – un gatto nel cervello tanto selvatico quanto domestico.

Ascoltati al giorno d’oggi, alcuni frammenti di quest’intervista ormai lontana sono in grado di inquietarci terribilmente: “la televisione” afferma Lucio ricordando i suoi gladiatori dell’anno 2033 “fra poco entrerà dappertutto. Questi uomini si uccidono, non c’è più pubblico negli stadi, esso vede le uccisioni e gode dell’uccisione attraverso la televisione”. Ma attenzione, non è finita, la distopia procede inflessibile verso la realtà aumentata del terzo millennio: “evadono questi gladiatori da dove sono chiusi e l’occhio televisivo, infilato nell’occhio di uno di loro, riesce a fotografare ancora questo.” Se non vi sembra una puntata di Black Mirror , beh, forse non avete mai visto Black Mirror. Ed ecco riassunto, in poche parole, il motivo per cui Fulci dovrebbe essere riscoperto: perché è cult, perché è sovversivo, perché non accetta compromessi pur accettandoli tutti, perché ci ha anticipato per anni (e noi neanche lo sapevamo!), ma soprattutto perché (udite udite) è bravo.


Fulci Talks – Regia: Antonietta De Lillo; sceneggiatura: Antonietta De Lillo, Marcello Garofalo; fotografia: Antonietta De Lillo; montaggio: Elisabetta Giannini, Andrea Campajola; interpreti: Lucio Fulci; produzione: marechiarofilm; origine: Italia (1993) 2021; durata: 80’.

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