Ernest Hemingway scrisse Di là dal fiume e tra gli alberi (pubblicato nel 1950) circa una decina di anni dopo quello che è considerato il capolavoro della sua produzione artistica, Per chi suona la campana (uscito nel 1940). Questo invece è un’opera minore, scritta un po’ per noia, un po’ per indulgere nel sentimentalismo, in parte autobiografica: in quel periodo, infatti, il grande scrittore americano stava intrattenendo una corrispondenza con una giovane ragazza conosciuta presso la tenuta di un amico aristocratico, la cui figura ricorda molto quella della nobildonna protagonista. Non è il suo miglior romanzo, né il più memorabile. Non suscitò particolari entusiasmi: né nella critica, né tra gli amici più stretti, né tantomeno nella moglie. Venne poi rivalutato. Trarne un film poteva rivelarsi rischioso, e tutto dipendeva da come il/la regista avrebbe deciso di approcciare la vicenda.
Nel romanzo, Hemingway si misura con il tempo perduto, lasciandosi andare a una riflessione intensa e malinconica sulla morte. Protagonista è il colonnello Richard Cantwell, in parte alter ego dell’autore, che affronta con stoica pacatezza l’imminenza della fine, cercando di ricucire le ferite lasciate dalla guerra e dalla vita attraverso un amore autentico e profondamente sensuale per la giovane contessa veneziana Renata.
La regista spagnola Paula Ortiz cerca la sua chiave, sottraendo, semplificando e dilatando, affascina con immagini di una Venezia fantasmatica ma patinata, che ben si sposa con un intento illustrativo ed elegiaco. Tuttavia, le immagini sono fin troppo curate, fin troppo pulite, ogni angolo, anche il più nascosto, assume una valenza estetica leggermente artefatta, ci sentiamo immersi più dentro ad un dépliant che ad una vecchia cartolina.
I due protagonisti si incontrano per caso: la giovane veneziana Renata offre un passaggio in barca all’ufficiale militare Cantwell, e tra i due nasce una conversazione spontanea e genuina. Poi si separano, e il film li segue alternativamente. Lei proviene da una famiglia nobile ma decaduta, (incarnata dalla brava Laura Morante nei panni della madre), per la quale ammettere di essere in difficoltà economiche è fonte di grave disonore. Lui, un colonnello segnato da gravi problemi cardiaci, è consapevole della sua fine imminente ed è ossessionato dalla ricerca di una particolare arma per condurre una misteriosa caccia all’anatra.

Si rincontrano e trascorrono una notte memorabile lungo le calli di una Venezia spettrale e maestosa. Renata è interpretata da una discreta Matilda De Angelis, alla quale non si può certo imputare la colpa di dover pronunciare battute come: “Non sei stanca di vivere in questa torre d’avorio?”, rivolta alla madre durante un litigio. Liev Schreiber, nei panni del colonnello Cantwell, rimane invece granitico nella sua imperturbabilità espressiva — ed è giusto così, trattandosi di un personaggio hemingwayano per eccellenza, lui, come i vari Nick Adams, Frederich Henry, Robert Jordan, è un personaggio emotivamente intenso ma trattenuto, profondo ma raramente esplicito, un disilluso, uno che si confronta con la morte e l’assurdità dell’esistenza attraverso gesti simbolici privi di retorica.
I dialoghi, però, risultano poveri e inconsistenti. Certo, puerili lo erano anche nel romanzo, ma la Ortiz getta allegramente alle ortiche tutto l’universo inespresso che Hemingway solitamente riusciva a suggerire proprio attraverso ciò che si accompagnava alle conversazioni, e procede ad epurare il film da qualsiasi allusione anche lontanamente erotica tra i due.
Le immagini, i luoghi, vicoli deserti, le piazze vuote e meravigliose (immortalate nella loro purezza spaziale grazie all’epidemia del covid), non possiedono quella cifra di malinconia in cui il film dovrebbe essere immerso. L’attrazione tra i due si configura più come un’idealizzazione pudica alla quale nessuno dei due crede veramente, il trasporto, la passione, la vivacità di un amore folle ed impossibile, si tramuta in una gitarella notturna protratta più per noia che per altro.
Dopo circa quaranta minuti in cui i due vagano per Venezia — passando in rassegna una deliziosa location dopo l’altra, che Javier Aguirresarobe fotografa con grande cura (bisogna anche guadagnarselo il milione e trecentomila che la Veneto Film Commission ha assegnato alla pellicola) attraversando l’immancabile “posto segreto” che solo Renata conosce, con tanto di tappa obbligatoria in Piazza San Marco — li ritroviamo all’alba, ancora a camminare, mentre si salutano con la promessa di rivedersi. Ma a questo punto il film ha già esaurito la sua tensione narrativa: si procede stancamente fino a un finale debole, in cui, tramite un flashback, comprendiamo finalmente perché il colonnello sia tanto determinato a partecipare alla famosa caccia e cosa essa significhi davvero.
Segnaliamo il cameo di Sabrina Impacciatore e Maurizio Lombardi, interpreti eccellenti, dai volti interessanti, che vorremmo vedere più spesso, nei panni di Agostina e Guido Dalmasio, i due riescono a compensare con la presenza il carisma e la gestualità la pochezza delle battute a loro assegnate.
In sala dal 3 luglio 2025
Di là dal fiume e tra gli alberi – Regia: Paula Ortiz; fotografia: Javier Aguirresarobe; montaggio: Stuart Baird, Kate Baird; musiche: Edward Shearmur; scenografia: Benjamin Fernández; costumi: Marta Fenollar Méndez; interpreti: Liev Schreiber, Matilda De Angelis, Josh Hutcherson, Laura Morante, Massimo Popolizio, Danny Huston, Sabrina Impacciatore, Enzo Cilenti, Claudia Della Seta, Giulio Berruti, Maurizio Lombardi; produzione: Tribune Pictures, The Exchange, Level 33 Entertainment in collaborazione con Fenix Entertainment, Bleecker Street, Iervolino & Lady Bacardi Entertainment; origine: Italia/Regno Unito/USA, 2022; durata: 106 minuti; distribuzione: Vision Distribution.
