
Un festival di Cortometraggi come questo Ennesimo Film Festival, conclusosi ieri a Fiorano, nella sua formulazione e nelle sue modalità, contiene uno strano elemento indefinibile, capace di creare una sospensione dell’incredulità non indifferente in chi vi partecipa, e stranamente, la stessa cosa accade per Fiorano.
Già, perché la particolare disposizione urbanistica di questo piccolo comune modenese circondato dal verde ed impreziosito da Ville storiche, inizialmente, lascia interdetti, “praticamente il centro è tutto qui” è la descrizione che ci viene data dagli stessi abitanti, e quando si arriva nella piccola piazza che ospita il cinema Astoria, sede principale del Festival, si ha come l’impressione che qualcosa sia fuori posto, la chiesa si trova defilata, e ai due lati della piazza si trovano invece il Municipio ed, appunto, il cinema, che si fronteggiano, facendo assumere a quest’ultimo un intrigante dimensione sacrale: ci ritroviamo il cinema, laddove ci saremmo aspettati la chiesa, quasi a volerla sostituire come edificio di ritrovo, di raccoglimento, di culto.
Ma una volta che si cominciano ad assimilare gli spazi, a muovercisi dentro, si comincia anche ad afferrarne la filosofia, e si intuisce che Fiorano possiede un’anatomia originale, che si cela attraverso scalinate e inaspettate aperture, con le quali si giunge, per esempio, allo splendido Santuario della Beata Vergine del Castello: una basilica mariana che sorge sulle rovine di un antico castello medioevale distrutto nel XVI secolo.
La stessa cosa accade con Ennesimo Festival, durante le mie tre giornate di permanenza ho cominciato lentamente ad addentrarmi in una manifestazione che riesce, curiosamente, ad unire un certo tipo di eccitazione da grande Festival cinematografico, con una dimensione più intima e semplice, a cui la comunità è fortemente coinvolta e legata.
Ma di questo parleremo più avanti, veniamo alle cose importanti, perché si è conclusa domenica sera 5 maggio la premiazione dei cortometraggi e noi oggi ci limiteremo qui a fare un commento a caldo, mentre prossimamente arriverà una “guida” con recensioni dettagliate di tutti i cortometraggi (più rilevanti) visti al Festival.
I PREMI DEL FESTIVAL
Per quanto riguarda la selezione ufficiale, abbiamo assistito ad un livello piuttosto alto (abbiamo preferito i corti della prima tranche di Venerdì rispetto a quelli del Sabato), con tre-quattro perle, che, eravamo convinti, si sarebbero contesi i premi. Di altri avevamo qualche sentore che magari, per motivazioni forse più legate alla tematica o al genere, avrebbero potuto giocarsela.
Ed invece, plot twist, coup de théâtre, colpo di scena.
E’ successo l’inimmaginabile, capace di incrinare anche la più potente sospensione dell’incredulità: la giuria, composta da Nora Lakos e Giammaria Tammaro, ed il “terzo giurato” (collettivo formato da studenti dai 13 ai 18 anni) ha assegnato il premio all’opera che meno di tutti ci saremmo aspettati di vedere vincitrice: Dog Days di George Hampshire (vedi foto in copertina), un brevissimo corto di animazione, che tutti-tutti abbiamo preso per film cuscinetto, o tutt’al più un piccolo spot con un’unica idea di fondo reiterata fin troppo per le lunghe (e dire che dura due minuti) ed uno stile grafico e di animazione simpatici ed accattivanti. Ma se paragonato all’altra opera di animazione in concorso, il delicato e divertente Beautiful Men di Nicolas Keppens (già vincitore del best Belgian Short Film Awards), Dog Days impallidisce al confronto, sia per contenuti che per valore produttivo e soprattutto artistico.
Ma proseguiamo: Mangata di Maja Costa e Tits del norvegese Eivind Lainskvd ricevono due menzioni speciali, anche in questo caso qualche, molte, perplessità, in particolare per il primo, un racconto che vede una sopravvissuta ad una traversata sull’oceano affrontare un nuovo viaggio, stavolta nello spazio, sempre con la luna come filo conduttore, il tutto però raccontato con una poetica visiva piuttosto stucchevole ed una certa povertà di suggestioni. La motivazione recita “per la sensibilità mostrata verso le tematiche di inclusione” in concorso però c’era anche l’ottimo The Film Might be too white di Sebastian Johansson Micci, che, perlomeno, illustrava con sarcasmo e puntuale ironia la problematica e l’ipocrisia connessa proprio al delicato discorso dell’inclusione, affrontando la tematica con occhio più critico e feroce: il corto infatti racconta della realizzazione di un video promozionale di una scuola svedese a cui viene obiettato che gli studenti sono solo bianchi, e forse sarebbe stato il caso di “inserire” qualche comparsa di colore o etnia differente, tralasciando il fatto che effettivamente non fossero reali studenti di quella scuola.

Se vogliamo parlare di inclusione, forse è il caso di farlo in maniera dialettica raccontando di come se ne parla, analizzando la retorica e tutte le strumentalizzazioni messe in atto dai sedicenti opinionisti del politically correct di turno. Da questo punto di vista, il film di Sebastian Johansson Micci aveva molto di più da dire di Mangata.
Un poco meglio per Tits, in cui due adolescenti si avvicinano grazie ad una circostanza particolare e scoprono che l’emotività possiede più sfumature della semplice attrazione fisica. Non un brutto corto, ma in competizione c’era decisamente di meglio.
Premio Artemisia: Isabella Margara, protagonista del greco Nothing Holier than a Dolphin, corto che non ho personalmente apprezzato moltissimo, si svolge all’interno di una locanda di mare, gli avventori vengono coinvolti dalla messa in scena di un antico mito, che vede i protagonisti calarsi nei ruoli di pescatori e delfino, in una sorta di esercizio di improvvisazione teatrale, la cui resa, la credibilità, ed il significato ultimo lasciano tuttavia perplessi.
Premio Pubblico: Family Toast, meritatissimo, questo è uno dei migliori cortometraggi presentati in assoluto, uno script realizzato dall’autore quando ancora frequentava l’università e finanziato dal Korean film Council production fund project, è un buffissimo showdown familiare in cui madre e padre trovano una “strana sigaretta” tra gli oggetti della figlia, la situazione dà il via a una serie di gag che ruotano tutte attorno alla figura del padre, interpretato in maniera assolutamente esilarante da Jeong-sik Yu, tutto gira a meraviglia e c’è anche spazio, nel finale, per una riflessione un poco più profonda sulla quotidianità dei rapporti familiari.

Premio alla Miglior Interpretazione a Ben Whishaw protagonista del corto inglese Good Boy, per la regia di Tom Stuart, uno strano racconto dall’incedere surreale che si fa metafora dell’elaborazione del lutto, il corto è discreto, l’attore regge bene il suo ruolo, ed in un paio di momenti riesce a dare sfumature interessanti, con qualche eco alla Kusturica.
Siamo molto soddisfatti del premio Sinofonie che si è aggiudicato Wegen Hegel, il corto del regista cinese di stanza a Berlino Fan Popo: una divertente odissea di un ragazzo che va alla scoperta di eccitanti e sconosciuti percorsi sensoriali e carnali, attraverso uno strano appuntamento al buio che verrà interrotto sul più bello da un’esclamazione di troppo. Fresco e colorato, è un’opera che lascia intravedere la vitalità di un regista eclettico che è anche scrittore e attivista, al quale auguriamo tutto il bene possibile per suo primo lungometraggio, al quale sta lavorando attualmente.
Meritato anche (a parer nostro) il corto vincitore del Comix Award Rachid di Rachida El Garani, che affronta con registro leggero e tramite soluzioni di montaggio anche piuttosto complesse il dilemma di un giovane musulmano che, pur di non finire a lavorare come macellaio di pecore, si finge sciita (anziché sunnita) dando il via a una serie di conseguenze tragicomiche, l’approccio ironico a questioni anche piuttosto importanti come le divisioni interne del mondo religioso musulmano si rivela fresco e azzeccato.

Per quanto riguarda il premio affari di famiglia, vince il corto Last Call, diretto da Harry Holland, fratello del più celebre Tom Holland, che vediamo effettivamente comparire alla fine del corto. Si tratta di un lavoro visivamente interessante, punteggiato da qualche brillante intuizione di montaggio, penalizzato però da un soggetto piuttosto banale ed una scrittura prevedibile.
E per i premi abbiamo finito. Ma, per quel che ci riguarda, il meglio dell’Ennesimo Film Festival non sta in questi titoli (a parte Family Toast) bensì in altri, di caratura artistica ben superiore, che abbiamo visto e di cui vi parleremo nel nostro approfondimento dedicato alle recensioni dei cortometraggi.
In conclusione, è doveroso ringraziare l’intero staff e l’organizzazione, veloce, capace di far fronte all’imprevisto, ed estremamente professionale. Per hospitality ed ufficio stampa ringraziamo in particolare Ernesto, Lara, Lisa, Daniel, che ci hanno guidato, ospitato, ed aiutato ad orientarci nei meandri intricatissimi di cortometraggi a cui siamo stati (con estremo piacere) sottoposti.
Grazie Ennesimo Film Festival, alla prossima!
Qui il sito ufficiale del festival https://www.ennesimofilmfestival.com/
