Fellini – Io sono un clown di Marco Spagnoli

  • Voto
3.5
Aggiunge, il documentario Fellini – Io sono un clown, scritto e diretto da Marco Spagnoli, interessanti tessere al grande puzzle che ricostruisce, aiuta a comprendere, permette di godersi la figura, le forme, la statura, del grande artista riminese.
In particolare cuce spazi riguardanti un angolo poco perlustrato del suo gigante mondo, professionale ed interiore: quello della televisione; di un piccolo schermo che fa subito venire in mente Ginger e Fred, il film col quale, intorno alla metà degli anni ottanta, Federico si sfogò, a modo suo si ribellò, si oppose a una televisione commerciale scadente e volgare.
Ma no, non è questo il frammento di tempo preso in considerazione, in analisi, dal documentario che lo scorso 31 ottobre è passato in prima visione su Sky Arte. Un lavoro interessante, e chi lo avesse perso, in epoca di piattaforme e contenuti disponibili, lo può recuperare on demand e in streaming su Now o Skygo.
Gli anni su cui si posa Fellini – Io sono un clown, sono quelli tra il 69 e il 70: gli anni appena successivi alla delusione del progetto su Mastorna e alla realizzazione del Satyricon; quelli appena precedenti al grande, vivace e spassoso Roma. Sono gli anni di un’esperienza costruita su due piccoli – del tutto felliniani – lavori per la TV: il primo realizzato per la televisione americana in seguito all’idea di un produttore statunitense, Peter Goldfarb, che nel film rilascia un’intervista ponte, scheletro del racconto, testimonianza anello, che si lega con foto, video e con una curiosa doppia voce di Fellini. Quella vera, morbida, ammaestrante dell’originale, e quella di Neri Marcorè che ne legge il pensiero, le parole poetiche, ironiche, fiabesche, sognanti, intelligenti, vitalissime. Pennellate gustose e delicate, mai severe, che ricamano, si tuffano, descrivono con meraviglia e chiarezza l’idea di cinema e di televisione del genio italiano. Che in fondo, a conti fatti, erano sempre e comunque Fellini che creava, che veniva fuori, che dava vita ai suoi pensieri, alla sua arte per immagini, al suo vorticoso ed armonioso dinamismo interiore, al suo ricordo più o meno vero, più o meno inventato, con realtà e finzione sempre a danzare, osservazione e creazione, così magnificamente e gioiosamente stese sulla stessa timeline. Per lui – lo dice nel documentario – il lavoro non era professione ma gioco, e nel gioco bisogna divertirsi, e per farlo, sul set, Fellini aveva bisogno di sentirsi a casa, in famiglia. Quando iniziò a lavorare al primo progetto televisivo, ovvero Block-notes di un regista, Fellini ricorda che si sentì avvolto da un piacevole vento di “libertà” e “leggerezza”, e questa sensazione divenne strada che passò anche per il successivo I Clowns, stavolta con produzione italiana: il suo omaggio, il suo canto (non mesto come in Ginger e Fred a certa TV) ma d’amore a certe figure, a certi personaggi del circo che tanto colpirono Federico da bambino.
“Esistono tracce sottili e struggenti dei nostri circhi – dice il maestro nel documentario – e questo è l’inizio della nostra ricerca”. Lo dice nella chiacchierata ideale con Goldfarb, il cui ricordo circa il lavoro di Fellini fa rima con gaiezza e gioia, ed altre parole, di certo utili per accrescere l’infinito racconto del regista  continuano ad aggiungersi da parte del maestro stesso, che parla del film come qualcosa di “reale e imprevedibile come una persona”, del linguaggio del cinema identico a quello dei sogni. Parla anche, però, appunto, della televisione, e dopo averne elogiato la leggerezza, già in seguito alla realizzazione di Block-notes, si pone una domanda sulla sua identità: “Che cosa è la televisione?” La risposta, con la voce di Marcorè, è fellinianamente articolata, complessa, ovviamente interessante: “Devi renderti conto che ti rivolgi a un pubblico che va interessato o divertito subito, perché questo pubblico, questo padrone, poiché ti ha comprato, visto che si trova in casa propria ha il diritto di fare tutti i commenti che vuole. Ad alta voce. O persino di insultarti, o peggio, di ignorarti. Allora – continua a chiedersi Fellini – come è possibile rimanere se stessi, fedeli al proprio mondo, ai propri stilemi, in una situazione simile, sapendo cioè che devi fare del chiasso per attirare l’attenzione, che devi dire le cose più divertenti subito, che non devi perdere tempo? Ecco, io non credo che sia possibile. Il telespettatore insomma è il padrone della televisione”. Da lì, a breve, il ritorno al cinema, dove però, per esempio in Intervista, c’è lo stesso linguaggio già sperimentato in due questi ibridi, felliniani documentari tra virgolette, in questa televisione attraversata, osservata, assaporata, delicatamente divorata dalla potenza espressiva di Federico Fellini. Dal suo essere inventore di ricordi, dal suo surfare allegro tra vita e fantasia, dal dialogo continuo, in lui, tra esperienza e immaginazione, dal loro magico incontro.
E allora vederli, i 53 minuti di Fellini – Io sono un clown, è certamente un modo per congiungere, collegare meglio i capitoli più noti del grande regista, ma è anche, come sempre quando si incontra Fellini, il ripasso del suo universo interiore profondo e luminoso, ed è, come dire, la ricezione di un consiglio, forse non volontario, offerto da Fellini senza voler essere insegnante, ma semplicemente raccontandosi: quello di creare partendo dallo scrutare senza freni il proprio io. Per il piacere di farlo.

Regia e sceneggiatura: Marco Spagnoli; montaggio: Jacopo Reale; produzione: Francesco e Federico Scardamaglia; origine: Italia 2020:  durata: 53 minuti.

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