Festa del Cinema di Roma: Foudre di Carmen Jaquier (Concorso)

Gli ho detto che se vedeva Dio nei miei occhi poteva baciarmi.

E poi mi ha baciato.

In estate i grilli in campagna friniscono grassamente. Al primo bacio la sensazione più profonda è il morbido delle labbra e l’umido della saliva, si è ancora impacciati e quindi si bacia come i bambini, volendo e non sapendo quanto è l’abbastanza. L’adolescente è tale quando scopre la sessualità e nel corpo altrui non vede il nulla o il poco, ma il tutto e quel tutto inizia a volerlo, prima con tiepidine poi con desiderio. Sussiste però un momento spartiacque che arriva come un fulmine o, alla francese, come un foudre.

Foudre, per la regia di Carmen Jaquier, racconta quell’istante sconvolgente avvenuto un’estate di giovin Novecento lungo i crinali delle devote montagne svizzere. Una storia che è anzitutto filmica, non perché non ci sia spazio per parole e scene pittoriche, anzi, spazio ve n’è, ma sopra sillaba e pennellata emerge un linguaggio che è proprio del cinema e vive così di pieghe e ritagli d’inquadratura: interni di diari nascosti dai corpi, mdp sinuose nelle pieghe della vita e dei visi, spiragli di corpi che anestetizzano il corpo con l’ortica per poter non provare e così prevenire la colpa. Eppure, si deve dire ancora una volta, un’ultima volta, che

Il paradiso è fatto di carne.

Elisabeth porta i capelli nel soggolo, il copricapo delle novizie. È da cinque anni in convento e improvvisamente è richiamata a casa per la morte della sorella. Ha diciassette anni e le mani non lavorano la terra da tempo, men che meno quella delle alpi svizzera dove risiede la sua famiglia. Ad attenderla laggiù la madre, due sorelline, un padre e un villaggio che fa della religione la base della propria vita al pari dell’alternarsi delle stagioni. Non la trova ad attenderla, però, la croce della sorella Innocent. Ma perché la sorella non è seppellita nel camposanto? Nessune le risponde direttamente, indirettamente sì
Il diavolo ha ripreso la sua servitrice.

Tra cene oscure al lume di candela, lavoro nei campi, preghiere per pentirsi di essere donna e confessioni per raccomandare la sua anima, tre ragazzi iniziano ad avvicinare Elisabeth. La insultano, la inseguono, la disprezzano, non le tolgono gli occhi da dosso: «tua sorella è si è fatta tutti noi!» e lei abbassa sempre lo sguardo. Elisabeth è così sola, persa in un mondo dogmatico come la religione nel quale è immerso, a farle da guida solo un oggetto: il quadernino della sorella. Lì le parole in corsivo nero sono roventi come ferri di fabbro, rovesciano fuoco di passione ovunque seppur cercando una mediazione tra carnalità e credo.

Dio è un luogo di desiderio

Scrive la sorella e lei non sa che fare. È scottata, ha paura di rimanere bruciata. Ecco che una notte – durante un rito nel quale le vergini sono raccolte in attesa di spiriti demoniaci impersonati dai giovani del villaggio – si ritrova sola e circondata mentre le compagne fuggono. I capelli ancora raccolti, il vestito di un bianco candido. Gli spiriti, maschere nere linguacciute, le si fanno incontro. Elisabeth ha gli occhi bassi. Poi no, questa volta li alza. Non brucia, bensì arde di fiamma propria.

È fiamma come la sua protagonista, la pellicola Foudre di Carmen Jaquier. Lo è perché avvolge lo spettatore in un sapore di campagna primo novecentesca che non risparmia gli occhi, le orecchie e si direbbe che è percepibile persino dall’olfatto per pregnanza generale. Insomma, non dimentica che in estate i grilli friniscono grassamente. Manca certo un po’ di polvere sugli abiti per evitare l’effetto presepe, ma il risultato è una scenografia sorretta da interni, esterni e da abiti che la fotografia a volte avvicina alla pittura per densità di contrasti – c’è sempre un panno rosso o blu nella composizione a chiamare tonalità rinascimentali o c’è il tepore delle candele a fare a pugni con il buio – a volte ordina per ricamare scene primariamente filmiche. Scena che per adozione dello sguardo di un personaggio e decisione di obiettivo di quello sguardo finisce per tessere un linguaggio cinematografico che è al suo massimo perché essenziale.

E si ricordi che il linguaggio cinematografico è massimo, ed essenziale al contempo, quando la parola è di accompagnamento all’immagine e ciò che domina è il rapporto tra la sola mdp e l’attore. Tra loro due c’è forza sufficienza per narrare attraverso la pelle il sottopelle, l’esterno per l’intimo, perché alla fine quello si ha a disposizione: corpi spigolosi dei maschi, corpo morbido di donna, labbra impacciate e umide nei primi baci, mani tra i capelli e guance a filo di cute. E poi sospiri, sguardi, entrambi trattenuti e poi rilasciati.

Foudre è quindi una storia di crescita e di passaggio. Vicenda magari non originalissima, si traduce però completamente in cellulosa. Si è detto che Foudre è un film incompiuto o incapace di scaricare la tensione filmica creata, ma una volta appreso il linguaggio adottato, pienamente cinematografico e quindi gioia per occhi, le scene iconiche arrivano a possedere una loro metaforicità che finiscono per comunicare più di quanto mostrano.

In un mondo che avanza a passo di elefante storpio, un mondo che cura lo sconosciuto maschile con una particola in bocca e lo sconosciuto femminile con le corde strette al letto, al calare della neve lasciamo la ottima Lilith Grasmug e il suo personaggio Elisabeth al suo destino. Fronte ardente, i capelli infine sciolti.

Ha cercato Dio più di tutti noi. Lo ha trovato nella sua carne, nel suo cuore.


Foudre – regia: Carmen Jaquier; sceneggiatura: Carmen Jaquier; fotografia: Marine Atlan; montaggio: Xavier Sirven; musica: Nicolas Rabaeus; interpreti: Lilith Grasmug, Mermoz Melchior, Benjamin Python, Noah Watzlawick; produzione: Close Up Films, RTS – Radio Télévision Suisse; origine: Svizzera, 2022; durata: 92’.

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