Festa del Cinema di Roma: Rita di Paz Vega (Alice nella città – Concorso)

Un regista prima di essere un regista, è un osservatore. Se non lo è, un osservatore, allora non siamo davanti a un mancato regista, bensì – purtroppo – a un pessimo regista, nonché a degli sfortunati spettatori. Presentato ad Alice nella Città (e prima a Locarno), Rita è il debutto alla regia dell’attrice e ora neo-regista Paz Vega, e per nostra e sua fortuna siamo davanti a una regista che né è mancata né è pessima, bensì soltanto alle prime armi dietro la mdp. Il prodotto che ne esce è convincente e delicato, pecca di scrittura nella parte finale e di banalità in più occasioni, ma la prima metà vale la visione e scalda il cuore perché realizza ciò che c’è di più grande: ci suggerisce come guardare il mondo attorno a noi, sostituendo ai nostri occhi quelli di una bambina curiosa.

Perché dobbiamo fare sempre quello che dice lui?

Rita ha un fratellino inesperto del mondo, Lolo. Non che lei sia esperta, ha appena sette anni, ma quel mondo che le si presenta, lo divora. Della piccola viene mostrata la vita quotidiana, a spasso con la madre Mari (Paz Vega) in una Siviglia anni ’80 che come un mondo incantato pian piano si svela e nella quale lei nasconde i suoi tesori. La nonna è caduta mentre puliva una lampada, la vicina del piano di sotto si fa bella per l’ennesimo nuovo fidanzato mentre le insegna passi di danza, la zia Merche regala a lei e Lolo una fetta di torta di cioccolato, i due si mangiano le patatine tra una giostra e l’altra e il papà José Manuel è tenero e amorevole quando non riempie la moglie di botte. Rita osserva tutto ciò e cresce, passo dopo passo, scambiandosi aeroplanini di carta con il bambino del piano di sotto, un esiliato perché figlio di genitori divorziati.

La prima regia di Paz Vega è un prodotto lodevole. La fotografia incanta, ci porta mano nella mano in un mondo tra la fiaba e la Spagna di quatto decenni fa, la scenografia è dettagliata e bella, e le inquadrature ricercano ristrettezza, sgranatura e incantevole ingenuità di visione propria di una bambina. Lontane dalle asimmetrie o dal lavoro curato, quello che vuole darci la regista è una patina di imperfezione che la dolcezza dell’infanzia infioretta. Ne esce un lavoro delicato, da portarsi in palmo di mano e da gustare a livello visivo. Ottimale e mirabile la gestione degli attori e quindi le interpretazioni dei due fratellini, contrapposti – Lollo pauroso, Rita intraprendente – nel farsi spazio sulla Terra.

Nonostante l’intelligente e credibile capacità di dare una raffigurazione precisa della famiglia – il padre è amorevole, eppure picchia senza remore la moglie -, il film pecca di scrittura nel parte finale, cadendo nello scontato, nel superfluo e andando incontro a una sovrapposizione di linee narrative che non aiuta e depotenzia il risultato. In ogni caso, se questa è un’opera prima, in futuro possiamo aspettarci ottimi prodotti da Paz Vega, soprattutto se deciderà di inseguire il visibile con gli occhi di chi quel visibile lo scopre per la prima volta. Non è detto che debbano per forza essere occhi di una bambina, è sufficiente che siano i suoi, quelli di chi osserva, di una regista.


RitaRegia e sceneggiatura: Paz Vega; fotografia: Eva Díaz Iglesias; montaggio: Ana Álvarez-Ossorio; interpreti: Sofía Allepuz, Paz Vega, Roberto Álamo, Alejandro Escamilla, Amada Santos; produzione: Áralan Films, Rita La Película A.I.E.; origine: Spagna, 2024; durata: 94 minuti.

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