Difficile definire in poche parole la poliedrica attività della regista e artista, fotografa, studente d’arte a Parigi ma berlinese d’adozione Ulrike Ottinger (classe 1942). Chi ha avuto occasione di vedere qualcuno dei suoi film di finzione farà fatica a dimenticarli, tanto inconfondibile è il suo stile avanguardistico. I film degli anni Settanta e Ottanta sono bizzarre ed eclettiche messe in scena, con personaggi surreali presi dalla storia o dalla letteratura ma reinventati in chiave che oggi possiamo definire queer. Inoltre, pur esistendo un canovaccio di sceneggiatura, manca una vera e propria trama lineare. I suoi lavori filmici portano titoli singolari come Madame X – Una dominatrice assoluta o Freak Orlando. Anche i suoi molti documentari tendono a superare le convenzioni. Taiga (1993), con la sua durata di ben otto ore, è un approccio antropologico, che sa di meticolosa ricerca scientifica, di avvicinarsi ai popoli mongoli.
Con Die Blutgräfin (The Blood Countess) torna a riproporre una sua nuova ma aggiornata creazione alla Madame X. Nel ruolo protagonista questa volta non c’è Tabea Blumenschein (1952-2020) – pure lei grande nome della scena avanguardistica berlinese degli anni ’80 – ma un’altra grande icona del cinema internazionale quale è Isabelle Hupper, anch’essa sempre pronta a gettarsi senza paura nei progetti più sperimentali. E questa volta la trama c’è, ed anzi è firmata a quattro mani insieme ad un’autrice d’eccezione, la scrittrice austriaca Elfriede Jelinek, e risale ad un progetto datato 2009. Ci sono voluti quindi parecchi anni – e parecchi soldi – per realizzarlo.
La contessa vampira Erzsébet Báthory, impersonata, con abiti di imponente eccedenza da una versione rossa cremisi, come dicevamo, di Isabelle Hupper, ritorna alla superficie ogni venticinque anni per rifocillarsi del fluido rosso sangue, elisir di lunga vita, dando la caccia a qualche vittima trovata nella metropolitana della Vienna d’oggi. In visita agli antichi e nobili resti di quell’alta società viennese ormai decaduta che sono i suoi avi, scopre che esiste un libro sul quale una magica formula potrebbe significare la fine della sua lunga ed eterna stirpe. Accompagnata dalla sua fedele cameriera Hermine (Birgit Minichmayr), inseguita dall’ispettore Unglaube (Karl Markovics), cercata dal nipote vegetariano Barone Rudi Bubi von Strudl zur Buchtelau (Thomas Schubert), in pratica la pecora nera della famiglia, e dal suo terapista Theobald Tandem (Lars Eidinger), la contessa si avvia ad un viaggio fra alcuni luoghi spettacolari della Vienna imperiale e turistica, incontra due studiosi di vampiri Nepomuk Nachbiss (Marco Lorenzini) e Theobastus Bombastus (André Jung).

Ottinger torna a inscenare il suo amore per l’eccesso e il visionario. Basti accennare alla teatralità scenografica di apertura, con l’entrata in scena della contessa Báthory – Hupper che avanza navigando all’interno di una grotta piena d’acqua su una barca-vestito in rosso cremisi, il cui lungo e alto strascico copre tutta la lunghezza della barca. Fonte d’ispirazione sono le nature morte di Arcimboldo le cui immagini (Il bibliotecario) tornano spesso in mano ai personaggi, ma soprattutto Vienna con le sue attrazioni turistiche, come lo Stephensdom, la Biblioteca Nazionale, la Narrenturm con il museo patologico al suo interno, i vari pittoreschi e caratteristici locali del centro storico, e per finire il Prater. Il film è un chiaro biglietto da visita ad ammirare le bellezze della capitale austriaca, proprio come si impegna a fare il gruppo di turisti che incrociamo più volte nel corso della narrazione, presi dalla scoperta di una città dove il tempo si è fermato, almeno per quanto riguarda i costumi e gli arredamenti, ricoperti da una patina di decadente bellezza.
Ottinger stessa descrive così questo lungo progetto filmico: «I viaggi e i luoghi sono le mie principali fonti di ispirazione. Per molti anni, il mio lavoro cinematografico si è mosso lungo le linee di frattura del cambiamento globale. Questo mi ha permesso di osservare come le crisi politiche ed economiche diano origine a paure e bizzarre fantasie di redenzione, contemporaneamente. Creano idee di sé ben delineate e di un ‘altro’ demonizzato. I vecchi miti vengono aggiornati e le stesse immagini appaiono più e più volte. Una di queste è il vampiro, come simbolo di persone o istituzioni succhiasangue che vivono a spese degli altri».
Non stupisce quindi che questo sarcastico camouflage di Vienna e dei protagonisti renda il film divertente e d’intrattenimento. Sicuramente anche grazie alla scrittura di Jelinek, la provocatrice austriaca. Fatto sta che Ottinger si è allontanata dallo spigoloso ed eccessivo astrattismo delle narrazioni di un tempo per ammorbidirsi in una spassosa, grottesca critica del conservatorismo austriaco, presentandocelo però, nonostante tutto, con simpatia e accondiscendenza.
Die Blutgräfin (The Blood Countess) – Regia: Ulrike Ottinger; sceneggiatura: Ulrike Ottinger, Elfriede Jelinek; fotografia: Martin Gschlacht; montaggio: Pia Dumont; musica: Wolfgang Mitterer; scenografia: Christina Schaffer; costumi: Katharina Forcher, Jorge Jara; interpreti: Isabelle Huppert, Birgit Minichmayr, Thomas Schubert, Lars Eidinger, André Jung, Conchita Wurst; produzione: Amour Fou, Heimatfilm; origine: Austria/Lussemburgo/Germania, 2025; durata: 119 minuti.
