Aisha can’t fly away è un film che si rivela, nella sua distesa durata di oltre due ore, come un ibrido di vari generi e linguaggi. Il regista egiziano Morad Mostafa, alla sua ambiziosa opera prima, parte infatti da un’impostazione fortemente realistica, mettendo in atto il pedinamento della sua giovane protagonista, l’Aisha del titolo, una ragazza immigrata che, per procurarsi un precario mantenimento , ricopre i più svariati ruoli di assistenza per le persone anziane- da donna delle pulizie a infermiera- nei quartieri benestanti di una contemporanea Città del Cairo. È un lavoro duro e spesso non gratificante, perché il trattamento riservatole nella classista società egiziana è quello di un’altra paria, di una simil schiava costretta ad obbedire a ogni forma di richiesta (una visione differente da quella della badante, almeno come viene intesa in Europa, che talvolta stabilisce dei legami affettivi e famigliari con le persone con le quali entra in contatto). Ma non c’è l’intento esplicito di una denuncia o della radiografia lucida di un’ingiustizia; Aisha è infatti un personaggio silenzioso, sfuggente, taciturno e, al contrario della Rosetta dardenniana, della quale potrebbe essere considerata un’ epigona dell’altro continente, non tracima dignità e intensità ad ogni gesto o movimento, non è attaccata con l’assolutezza del proprio respiro al mantra della sopravvivenza. Al contrario appare estraniata da ciò che le accadde intorno, buttata nel flusso di un agire dove, anche se non le sfugge il senso della gravità di alcuni suoi comportamenti, come la collusione con un piccolo ras di quartiere che la costringe a fare una copia delle chiavi della case dove lavora per poi andar a rapinare brutalmente i vecchi che vi abitano, per buona parte del racconto non trova la forza etica, lo scarto di umanità e di pietas, per opporvisi. Mostafa non è infatti interessato a risolvere le macroscopiche contraddizioni della donna su un piano di consapevole presa di coscienza, ma preferisce innestare elementi fantastici e onirici, per liberare la schiavitù psichica e fisica di Aisha attraverso l’epifania di un sogno o di una visione.
L’individuazione e l’identificazione con il proprio daimon animale, rappresentato da uno struzzo, che presenta già in se il conflitto di non poter volare, sono dei processi che si imprimono direttamente sul corpo, in particolare sulla pelle progressivamente scuoiata fino all’apparizione di un piumaggio e sull’insorgere di un appetito che vuole divorare e prendere a morsi, e non essere fatalmente carne da macello e da abuso (l’ultimo, laido anziano che assiste la obbliga all’abuso sessuale, con la complicità dell’agenzia di collegamento, all’interno di un contesto nel quale non è neanche menzionabile, figuriamoci discutibile, lo statuto patriarcale). Le suggestioni da realismo magico incrinano dunque la corazza difensiva di Aisha, il cui primo strato è ovviamente proprio la pelle, e illuminano la sua opacità indicata anch’essa da un occhio spento. E nella varietà dei passaggi narrativi, presentati e poi abbandonati come digressioni momentanee, a un certo punto la focalizzazione è sul descrivere una comunità femminile provenienti dalla regioni e dai paesi più interni dell’Africa e già proiettate ad emigrare verso l’occidente; un gruppo di donne che si ritrova ad una comune tavolata di confidenze, solidarietà e allegria; una contrapposizione netta di sentimento e di luce, dal colore caldo e avvolgente della convivenza alle notti solitarie illuminate a morte, durante le quali Aisha assiste all’esplodere terrificante della violenza delle gang rivali, un pericolo immanente e imminente che solo la sua razionalità le permette di evitare e aggirare. Nonostante si tratti di un’opera concentrata su una sola figura principale, interpretata con un’insondabile dolenza interiore e un carisma perturbante da Buliana Simona, c’è dunque una ricchezza di fughe, prospettive e risonanze da ampliare in verticale l’affondo dentro la realtà, percepita proprio come apparenza di una densità stratificata di sensazioni e di riflessioni. È possibile arrivare a compiere un’altra scelta, a invertire la direzione di un adattamento costrittivo ascoltando e comprendendo i segni muti di un immaginario generato dagli incubi e dai desideri. La mutazione antropomorfa in volatile è in effetti diventata, a partire da Il Cigno nero di Darren Aronofsky, una sorta di esplicita mappa carnale di un bisogno di cambiamento, di spostamento sensoriale e di senso da una situazione opprimente e asfissiante. Come nell’ultimo, meraviglioso Bird di Andrea Arnold, la controparte alata e piumata con il suo intervento trasmette alla piccola Bailey quel battito (d’ali)/respiro che le consente di acquisire la leggerezza necessaria a vivere la sua età; nel caso di Aisha non si tratta tanto di un Coming of age, quanto di una questione etica, e lo struzzo, con la sua dignitosa e muta posa e le sue piume tutte uguali, proprio nell’impossibilità di volare, la riporta ad una posizione precisa, concentrata, ad altezza di essere umano in un ambiente nel quale l’umanità è diventata sopruso e prepotenza.
Da un punto di vista politico, la progressiva astrazione della messa in scena non perde mai di vista le conseguenze e gli effetti di un continente devastato nel suo interno da guerre civvili interminabili e spaventose, delle quali le donne, le prime costrette a fuggire, portano la testimonianza fin dentro la falsa coscienza di un paese come l’Egitto, che ha ratificato i metodi di controllo e repressione di quella spietatezza bellica, e ne ha formalizzato le procedure nella spaccatura urbanistica tra la borghesia ricca e bilingue (con il francese ancora idioma di una società neocolonialista) e il sottobosco di disperati, emarginati e fautori della più radicale illegalità (con le torture sistematiche di Stato sovrapposte a quelle selvagge della criminalità). Nonostante tutto, e non a prescindere da tutto, Aisha ha la possibilità di fare una scelta differente: decifrare i segni di quel simbolismo (talvolta irritante ed eccessivamente calcato) e mettere in atto un comportamento che sana la sua ferita nei confronti del mondo, per proteggersi da un dolore che intuiamo inimmaginabile. Libera dai fantasmi della colpa e dell’espiazione, capace di mutare il segno ultimo del prendersi cura: da un espediente e un inganno a una maniera d’amare.
Āʾisha lam taod qādira ʿalā al-ṭayarān (Aisha can’t fly away) – Regia e sceneggiatura: Morad Mostafa; fotografia: Mostafa El Kashef; montaggio: Mohamed Mamdouh; musica: Amin Buohafa; interpreti: Buliana Simona, Ziad Zaza, Emad Ghoniem, Mamdouh Saleh; produzione: Amjad Abu Alala, Ahmed Amer, Faisal Baltyour, Dora Bouchoucha per Bonanza Films; origine: Egitto, 2025; durata: 120 minuti.
