Godfather of Harlem (Stagione 1) – Teste di Serie

  • Voto
4

HARLEM BRUCIA

Non è mai stato un posto da cartolina, Harlem. Non perché il quartiere “culla” degli afroamericani a Manhattan non trasudi quel certo fascino di permeante evoluzione urbana e civica, che si confonde tra gli echi dei lamenti dell’anima di gente povera, musicisti tormentati e attivisti dal sangue che ribolle. Piuttosto perché parliamo di uno – dei tanti – pezzetti di quell’America macinata e poi rinata più e più volte dai ruderi dovuti dall’accanimento di forze contrastanti; forze predominanti, come la mala e la tossicodipendenza, i beceri affarismi e la dissoluzione della classe media, che non hanno certo contribuito a rendere Harlem un posto migliore per le generazioni a venire.
Tra tanti, spicca il nome di Bumpy Johnson, considerato “il padrino di Harlem”, uomo d’onore dai saldi “valori professionali” che, dopo una decina d’anni di reclusione ad Alcatraz, torna a casa per riprendersi ciò che pensa sia rimasto suo; ma sarà costretto a combattere con un mondo che è andato avanti, preso alla gola dalla sempre più montante mafia italiana, nel cui circolo svetta la dirompente e furiosa ascesa di Vincet “Chin” Gigante, ex autista del boss Genovese, a sua volta agli arresti.

Dalle infuocate strade del sudamerica, lo showrunner Chris Brancato, a braccetto con Paul Eckstein, trasloca verso il cuore narrativo di un’America in pieni Sessanta, graffiata da asfalto, sangue, eroina e magagne politiche: Godfather of Harlem è uno show che mette in scena una guerra a tutto campo, combattuta non solo tra i vicoli e i jazz club, ma soprattutto negli uffici di ministri del culto politicanti e dalle alte sfere di alcune frange del governo che, di lì a poco, dovranno confrontarsi con l’assassinio del presidente Kennedy, che cambiò letteralmente la storia di un’America più simile a una bomba a orologeria, piuttosto che a una nazione gloriosa.

Brancato ed Eckstein riescono a far coesistere diverse personalità forti, intrecciando con dovizia storia e finzione, realizzando una prima stagione che trasuda eccitazione – politica per la facciata storica e violenta per quella più artefatta e spettacolare -, affondando però senza mai annegare in un caos opprimente e dal quale sembra davvero impossibile uscirne vivi. Raggiungendo un equilibrio fondamentale per la coesistenza di così tanti personaggi di spicco, in questa prima stagione conosciamo personaggi molto più complessi e liberi da certa piattezza cara ai mafia o ai gangster-movie: un’umanità e una vulnerabilità – tutti, in dieci episodi, sono costretti ad affrontare più fallimenti che successi – che li pone sullo stesso piano, figure dal destino oscuro, schiacciate dalla potenza soverchiante del sistema in cui sguazzano e dalle svolte della storia. E proprio in questo aspetto, Godfather of Harlem riesce a centrare il bersaglio: evitando di scivolare sul fanservice, marcando il lato oscuro di Bumpy e compagnia senza inutili e fastidiose strizzatine d’occhio, riproponendo quella storia già conosciuta attraverso le contraddizioni dei protagonisti stessi.
In un vortice abissale che tutto inghiotte e mastica, nemmeno i buoni possono dirsi certi di una salvezza in extremis, e così l’amore tra la figlia del boss Stella Gigante e il giovane musicista nero Teddy – menestrello e cantore a sua volta del fallimento della storia – è un amore destinato a soccombere, perché piantato in un campo già morto; e la rinascita dell’ex eroinomane Elise Jonhson, figlia di Bumpy, sbatte contro le macchinazioni del potere e la brutalità di un ambiente tossico, votato alla morte. Da Bumpy al giovane Malcom X, da Chin al reverendo Powell, passando per una trafila di comprimari ben concettualizzati e radicati nella narrazione, nessuno a Harlem è al sicuro, troppo vicino al proprio e all’altrui lato oscuro, paradigmatico e controverso.

Infine, una doverosa menzione al cast di questo piacevolissimo show: se Forest Whitaker dona al “suo” Bumpy un’aura di mesta crudeltà, che spinge il personaggio a valicare quel confine labilissimo in cui risiedono quasi per forza di cose, i protagonisti “buoni” di un dramma, il Malcom X di Nigél Tratch – che lo aveva già impersonato in Selma – è un gigante di personalità e tetra malinconia; superlativo anche il reverendo Powell incarnato da Giancarlo Esposito, istrionico e lustrato, vicino alla caricatura, mentre la Stella Gigante di Lucy Fry è la fulgida rosa appassita nel deserto di piombo e pregiudizio di una Harlem in fiamme.

Godfather of Harlem sembra nato dalla penna di David Simon, certo con meno passione e romanticismo, ma pur sempre sotto i riverberi del grande cinema americano urbano, drammatico e dannato.


(Godfather of Harlem); genere: gangster, storico, drammatico; showrunner: Chris Brancato, Paul Eckstein; stagioni: 1 (rinnovata); episodi prima stagione: 10; interpreti principali: Forest Whitaker, Luis Guzmán, Nigél Tratch, Ilfenesh Hadera, Antoinette Crowe-Legacy, Erik LaRay Harvey, Elvis Nolasco, Kelvin Harrison Jr., Rafi Gavron, Dominic Fumusa, Lucy Fry, Demi Singleton, Paul Sorvino, Chazz Palmentieri, Giancarlo Esposito, Vincent D’Onofrio, Demi Singleton; produzione: ABC Signature, Significant Productions, Chris Brancato Inc.; network: Disney+ (23 febbraio 2021); origine: U.S.A., 2021; durata: 60’; episodio cult: 1×10 – Chickens come home to roost

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