Verso gli Oscar: MINARI

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Premiato come miglior film straniero al Golden Globe (dopo il Gran Premio della Giuria a Sundance 2020), Minari , quinto lungometraggio del regista americano (è nato a Denver nel 1978) Lee Isaac Chung, figlio di una famiglia di emigrati sudcoreani, è stato al centro, proprio in relazione a quel premio, di una discussione non priva di tratti polemici in merito alla questione in quale categoria dove piazzarlo: film straniero o film anglofono? Hanno finito per usare il bilancino e vedere la percentuale di lingua coreana e di lingua inglese usate nel film, e il piatto ha finito per pendere verso la Corea. Adesso, invece, lo stesso film è candidato all’Oscar nella categoria principale oltreché in altre cinque (regia, sceneggiatura, attore protagonista, attrice non protagonista, colonna sonora di Emile Mosseri) e rientra dunque in quel gruppetto di film (4 in tutto) che con sei nomination divide la seconda posizione, a notevole distanza dalle dieci categorie di Mank (http://www.close-up.it/mank-perche-no e http://www.close-up.it/mank-perche-si) che però ai Golden Globes, a fronte di sei candidature, è restato a mani vuote. Tra un mese abbondante vedremo come andrà con l’Academy.

Ci sia permesso dire fin da ora che questo grande e pressoché unanime entusiasmo per Minari (“Rotten Tomatoes” 8,70 su 10, “Metacritic” 89 su 100) non ci trova per nulla d’accordo, avanziamo anzi l’ipotesi che tragga profitto dall’effetto Parasite , film di ben altra levatura da ogni punto di vista. Si tratta di un’opera non particolarmente elaborato sul piano cinematografico, con una sceneggiatura tutto sommato piuttosto ripetitiva, attori non memorabili, con l’eccezione dell’attrice Youn Yuh-jung che interpreta la nonna, l’unica candidatura che condividiamo.

La storia, basata su vicende autobiografiche del regista si racconta in poche righe. Siamo negli anni ’80 del Novecento e una famigliola emigrata dalla Corea anni addietro si trasferisce dalla California in Arkansas andando ad abitare in un tristissimo prefabbricato in the middle of nowhere, dove sullo sfondo si intravedono i contorni dell’altipiano dell’Ozark. Padre e madre lavorano dapprima in una fabbrica di sessaggio di pulcini (una di quelle cose che si imparano guardando un film come questo), consistente sostanzialmente nell’eliminare i pulcini maschi previa palpazione (che sia un’allegoria sulla discriminazione? Mah!). Diciamo non esattamente il sogno di una vita. Se poi un mestiere del genere lo si va a fare in un posto agghiacciante come l’Arkansas, non c’è proprio da stare allegri. E infatti mentre la moglie continua a lavorare in fabbrica, il padre di famiglia sogna di impiantare una coltivazione in grande stile dopo aver scoperto tramite rabdomante che accanto al prefabbricato c’è una bella vena d’acqua, ma Jacob non si può dire che abbia il pollice verde e nemmeno particolare talento imprenditoriale per cui non arriva da nessuna parte. Chi invece sembra maggiormente dotata è la nonna che a un certo punto arriva a trovare la famigliola e che si mette a coltivare in riva a un ruscello la pianta di cui al titolo, ovvero il minari, una sorta di prezzemolo selvatico, dotato di particolare resilienza che attecchisce un po’ ovunque (che sia allegoria di qualcosa? Della poesia che anche in un posto infame come questo è destinata sempre e comunque a sopravvivere? Mah). La nonna si rivela anche il personaggio più originale e a suo modo vivace, qua e là anche un po’ politicamente scorretta nei confronti dei due bambini, rispetto a quei due genitori mai sorridenti ci vuol davvero poco, la lieve cardiopatia del figlioletto è solo una ragione della loro depressione strisciante. Peccato che la nonna ben presto rimanga vittima di un ictus che la rende semi-disabile, ma diciamolo chiaramente: l’anziana signora con l’ictus continua a esser più vivace di tutti gli altri aprendo i pochi squarci d’ironia di un film disperato e disperante. Se a questa costellazione nient’affatto entusiasmante aggiungiamo l’Arkansas popolato da individui davvero strani, fra i quali spicca un timido invasato che batte gli aridi viottoli di campagna portando una croce enorme, si può ben immaginare che il film lascia ben poco spazio al principio del piacere, anche visivo, malgrado grandi plongée, totali a perdita d’occhio sovrastate da una musica insopportabilmente retorica. Vediamo se l’Academy alla fine farà quello che auspichiamo: premiare la nonna, e basta. Dovrebbe uscire anche in Italia, pandemia permettendo, con Academy Two.


(Minari); Regia:Lee Isaac Chung sceneggiatura: Lee Isaac Chung; fotografia: Lachlan Milne; montaggio: Harry Yoon; musica: Emile Mosseri; interpreti: Steven Yeun (Jacob Yi), Han Ye-ri (Monica Yi), Alan Kim (David Yi), Noel Kate-Cho (Anne Yi), Youn Yuh-jung (Soon-ja), Will Patton (Paul); produzione: A24, Plan B Entertainment; origine: USA 2020; durata: 115’; distribuzione italiana: Academy Two.

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